Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 348

La religione della sofferenza

Posted by fidest press agency su lunedì, 6 giugno 2011

Gesù è nato ed è gioia. Gesù è diventato un apostolo e predica alla genti ed è gioia. Gesù è risorto ed è gioia. Dov’è in tutto questo la sofferenza? Vi sono, si obietta, momenti tristi e drammatici ma ciò, a mio avviso, non giustifica che si debba solo parlare del male che gli è stato fatto e non della gioia che ci ha offerto. Perché non donare all’umanità un redentore che ci insegni a sorridere e non a piangere? Perché non diamo alla vita il taglio che si merita votandoci alla ricerca del bene come fonte primaria del nostro essere e divenire? Il bene non si conquista attraverso la sofferenza ma facendo in modo che essa non ci sia. Noi non pecchiamo perché siamo buoni ma perché siamo saggi, avveduti e consapevoli e sappiamo essere dei buoni maestri, perché sappiamo interfacciarci con la nostra morale interiore. Il peccato, tuttavia, non porta sofferenza perché, pur sbagliando ci porta piacere. Il pentimento, a sua volta, non è sofferenza ma è gioia perché ci rende consapevoli di un errore e che lo abbiamo emendato. Ma se nonostante ciò viviamo tra esseri umani brutali, ispiratori di genocidi, di torture, di violenze, dobbiamo chiederci, innanzitutto, se in qualche modo non li abbiamo incoraggiati con la nostra indifferenza e voglia di lucrarvi. E allora il male non sta tanto in chi lo fa ma in chi lo permette e potrebbe evitarlo. E se non gli diamo quartiere il male stesso perderebbe la sua forza propulsiva. E allora usciamo dallo stereotipo della religione come sofferenza ed adottiamo il precetto della religione come gioia, perché solo in questo modo il presente ci avvicina in maniera più pregnante al nostro sogno di là della vita e ci evita di conferirgli quella discontinuità che ci atterrisce. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

2 Risposte a “La religione della sofferenza”

  1. Maurizio said

    In effetti si deve considerare che in duemila anni abbiamo così profondamente metabolizzato un oggetto da non aver più coscienza che il patibolo è il simbolo per antonomasia della religione cristiana.
    Se, per avventura, all’epoca i Romani avessero già inventato la ghigliottina oggi avremmo lo strumento di morte in questione appeso al collo (quasi il colmo….), al muro nelle aule scolastiche e di giustizia, si parlerebbe di “segno della ghigliottina”, di “ghigliottinato” e via seguitando.
    E davvero vogliamo sostenere che una religione rappresentata da un arnese per esecuzioni capitali è basata sulla gioia e non sul dolore ? Paradossalmente, sarebbe più facile sostenere questa teoria proprio con la ghigliottina che probabilmente il condannato avrà percepito dolorosamente solo per una frazione di secondo, ma la tortura della croce che portava alla morte in tempi lunghi fra dolori atroci e per impossibilità di respirare….andiamo, via !

  2. Aldo Cannavò said

    Ecco il ragionamento di chi non si rende conto di cos’è il cristianesimo.Io sono un cattolico osservante,per quanto ne sono capace.Chi mi conosce sà che sono un’ottimista incorreggibile.Se dò spiegazione della sofferenza,che nessuno può negare che non esista,la mia risposta stà nelle sua necessità,pur misteriosa,di completare la vita del cristiano,come mezzo per purificarsi.Ciò non significa che i cristiani siano tristi,anzi affrontano la sofferenza con serenità perchè ne capiscono lo scopo.Vedo al contrario in chi non crede una grande paura della sofferenza,anche perchè non vi trova spiegazione,tanto da diventare ossessione,come vedo da continui articoli ripetitivi sulla sofferenza.La Crocifissione di Gesù è il preludio alla sua resurrezione.Gesù risorgendo vince anche la morte.La Chiesa non adora solo Cristo crocifisso (massimo segno di amore che possa esistere al mondo),adora pure Cristo risorto(padrone della vita e della morte)e Cristo re (padrone assoluto del mondo visibile ed invisibile).Il cristiano quindi vive anche considerando le tre prerogative di Gesù e la sua vita è serena anche nelle difficoltà e nel dolore,perchè sà che Dio (Gesù) mantiene le sue promesse.Infatti il Redentore ha detto pure: ho preparato un posto in paradiso per voi.Stranamente il primo santo che è andato in paradiso è Disma,il buon ladrone crocifisso con Lui,che gli ha chiesto perdono.Gesù gli ha risposto:”oggi sarai con me in paradiso”.Ho tanta pena per chi non riesce afferrare il grande messaggio della resurrezione,che è un messaggio di vittoria sulla morte.Questo è il senso del Crocifisso,ma chi non crede non lo può capire e continua a vivere senza speranza,assillato dalle domande sull’esistenza del dolore.

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