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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 301

Lo stato unitario affonda nella “monnezza” napoletana

Posted by fidest press agency su sabato, 2 luglio 2011

Quel “grillo parlante” che si chiama Gustavo Gesualdo alias Il Cittadino X in uno dei suoi ultimi scritti si sofferma sulla “monnezza napoletana” e si chiede, emblematicamente, perché da quando si è riacutizzata l’emergenza rifiuti a Napoli, il napoletano che siede al Quirinale, non emette più accorati appelli all’unità del paese, secondo lui, imprescindibile ed imperativo dogma valido erga omnes. E soggiunge: “Eppure io ho visto intere scolaresche obbligate ad imparare a memoria un inno nazionale che nessun bambino conosceva, lunghe file di alunni indottrinati che indossavano maglie con su stampato un cuore e la scritta Italia (starebbe per: io amo l’Italia …) percorrere le strade varesine, eppure io vedo tanti danari sprecati negli inutili festeggiamenti del 150° anno dall’unità”. E qui la riflessione amara: “Ma cosa festeggiano, e perchè obbligano i bambini ad imparare l’inno nazionale? Se nessuno lo ha insegnato loro, è forse perchè non frega nulla a nessuno della unità d’Italia. E allora, perchè usare la coercizione perchè lo imparino e lo ossequino? Perchè l’Italia non è un paese unito, ecco perchè. Perchè l’Italia è un paese mantenuto unito con la forza, ecco perchè. Perchè Napoli non è Verona, ecco perchè. Perchè la monnezza napoletana non la vuole nessuno, che non sia ideologicamente e pregiudizievolmente orientato. Mi chiedo sempre perchè un lombardo, un veneto, un piemontese differenzi e smaltisca i propri rifiuti ed un napoletano si rifiuti di differenziare e smaltire i propri.  Questa è l’icona dell’unità italiana: c’è chi è sotto la coercizione statale della legge e chi no. Ma i napoletani no, loro no. I napoletani sono esentati dal costruire un edificio secondo la prescrizione della legge, essi sono esentati dall’obbligo di smaltire i propri rifiuti, sono esentati dal rispetto della Legalità. Questa non è l’icona di una unità nazionale, ma ne rappresenta l’atto finale.  Siamo al capolinea di un sogno nazionalista per alcuni e di un incubo impossibile per altri. Questa unità del paese è ampiamente dimostrato che non esiste nei fatti. Festeggiarla in queste misere condizioni, amplifica solamente il sentimento di indignazione dei meridionali che non si riconoscono nella napoletanità e nel centralismo romano, ed irrita considerevolmente le popolazioni settentrionali, costrette ad una osservanza della legge che, rilevano, non è ugualmente applicata ed obbligatoria per tutti”. Eppure, aggiungiamo, non siamo tanto pessimisti. E’ vero che nella stagione delle vacche magre i partiti come la Lega ci vanno a nozze nello stimolare gli egoismi, i bassi sentimenti di quanti cercano di attribuire agli altri le proprie manchevolezze e il separatismo, in questa visione, la fa da padrona. Ma noi non ce la prendiamo con La Lega ma con coloro che pur di restare attaccati ad una poltrona sono anche disposti a vendersi il Paese pezzo dopo pezzo. E’ questa la sola cruda realtà. (Riccardo Alfonso ww.fidest.it)

2 Risposte to “Lo stato unitario affonda nella “monnezza” napoletana”

  1. Maurizio said

    Caro amico, le tue dotte dissertazioni avrebbero un senso se, a suo tempo, il Sud avesse voluto fortemente l’unificazione. La storia, correttamente letta, ci dice qualcosa di diverso e, nello specifico, ci dimostra che non è vero che “il fine giustifica i mezzi” (interpetrazione maldigerita del Machiavelli, in effetti uno dei pensatori più incompresi del bel paese).
    Se, infatti, l’idea di uno Stato unitario, nel secolo dei nazionalismi poteva avere una sua logica per il perseguimento dei nefasti ideali di potenza e supremazia che – guarda caso – accomunano proprio i due più rilevanti neostati europei (Italia e Germania), in ogni caso l’azione sleale, fraudolenta, banditesca dello Stato sardo per ottenere quest’unità ben difficilmente avrebbe potuto generare valori eticamente corretti cui far riferimento nella nuova compagine sociale.
    Del resto, non c’è bisogno di particolari capacità interpretative per verificare l’assunto che in ogni società si tende all’omologazione verso l’alto: si tratta del cosiddetto “modello vincente” che, per esempio, spiega la mentalità statunitense sostanzialmente spietata verso chi non ce la fa. In questo caso si trattava del perpetuarsi dello spirito dei pionieri che non esitavano ad abbandonare sul posto i deboli (magari, per umanità, affrettandone la fine…). Perchè ? Perchè questo comportamento era pagante, il più spietato arrivava primo, si accaparrava i terreni migliori o le concessioni aurifere più promettenti. La maggior parte dei grandi miliardari americani discendono da autentici delinquenti (almeno nell’ottica caritatevole a noi più connaturata).
    Quest’alta società ha rappresentato e ancora rappresenta il modello cui tutti (o quasi) gli americani tendono.
    Cosa poteva portare all’Italia unita un “modello vincente” di uno Stato in bancarotta qual’era il Regno di Sardegna ?
    Lo sa caro amico che dal 1855 compreso al 1860 non furono eretti i bilanci di quello Stato ? Su questa simpatica, disinvolta condotta il pudibondo silenzio dei vari cazzulli, bocca e via dicendo è totale, mentre sarebbe stato tutto un “fiato alle trombre Turchetti” se questo fosse stato il comportamento del Regno delle Due Sicilie. E, a proposito di quest’ultimo, lo sa che la più influente delle Banche dell’epoca, la Rothschild aveva sedi in Francoforte (città d’origine della famiglia) e filiali a Parigi, Londra, Vienna e Napoli ? E che quest’ultima, dopo l’unificazione, fu chiusa nè mai più riaperta? E sì che il Regno d’italia avrebbe dovuto risultare più interessante del Regno delle Due Sicilie, non foss’altro per le dimensioni. E invece, niente Torino (figurarsi…),nè Roma, nè, tampoco, Milano.
    Lo sa, caro amico, che la fonte delle fortune finanziarie del celebratissimo conte Benso (specializzato in una serie di fallimentari iniziative, leggere in proposito la corrispondenza col severo padre Michele del Camillino nostro…) sono solo le speculazioni fatte sulla pelle della povera gente con gli accaparramenti del frumento negli anni di carestia nella prima metà dell’800 ?
    Comunque, al Sud quale fu il risultato dell’ignobile avventura sardo-nizzarda ?
    Primo grandioso risultato: inserimento della malavita organizzata nei gangli vitali dello Stato aprendo a “distinti gentiluomini” orizzonti mai prima d’allora considerati. E tenga presente, caro amico, che la malavita organizzata non era prerogativa del Meridione bensì dell’intera Penisola. I famosi carabinieri furono costituiti nel 1814 proprio in funzione di contrasto (come del resto, coeva nelle Due Sicilie fu la Gendarmeria), solo che altrove i delinquenti non si sono trovati immessi nella struttura statale come avvenuto al Sud dopo il 1860.
    Secondo risultato: il “modello vincente” agli occhi del comune abitante delle Due Sicilie apparve essere quello del traditore per interesse, quando non del deliquente, del redditiero parassitario, quali i “galantuomini” che s’impadronirono dei terreni demaniali, o nella migliore delle ipotesi, l’opportunista puro e semplice, il voltagabbana per eccellenza, figura che ancor oggi è quella che va per la maggiore, vedi i vari Scilipoti e compagnia bella…
    E’ una storia lunga e dolorosa, caro amico che ancor oggi non può esser raccontata senza suscitare il concorde risentimento dell’establishment ben consapevole del valore dirompente che avrebbe la vera verità.

  2. Rosario Amico Roxas said

    Ma cosa ci si poteva aspettare da quella unità che ebbe nella contessa di Castiglione la musa ispiratrice e anticipatrice degli attuali fasti di regime arcoriano ?
    Lo stato di abbandono del Meridione in generale e della Sicilia in particolare, parte da lontano….
    ****
    (Sta in: Rosario Amico Roxas, Storia della Siciloia dalle origini all’Autonomia, Paruzzo editore, 2002, Caltanissetta).

    La caduta delle barriere doganali dopo l’unificazione introdusse la Sicilia nel più vasto mercato della penisola, costringendola a confrontarsi con sistemi economici più avanzati, di cui non poteva sostenere la concorrenza, nè il governo adottò misure per agevolare la graduale integrazione dell’isola nel mercato nazionale, ignorando quali fossero le reali condizioni dell’agricoltura e dell’industria siciliana. La conseguenza fu il declino dell’industria siciliana, che i settentrionali non erano interessati a proteggere con il rischio di suscitarne la concorrenza, e il declino dell’artigianato, anch’esso sconfitto dai prodotti industriali del Nord.
    Il triangolo Torino-Milano-Genova era il centro attorno a cui gravitava la vita politica ed economica italiana e gli interessi nazionali vennero a coincidere con quelli del Settentrione. L’industria settentrionale, che fu oggetto di particolari attenzioni da parte del governo nell’intento di fare dell’Italia una potenza industriale, godeva di condizioni di vantaggio per le migliori infrastrutture, la manodopera più qualificata, la vicinanza ai mercati di consumo. Convogliare di preferenza verso il Settentrione le materie prime, per l’esistenza di condizioni ottimali di utilizzo, fu la scelta operata dal governo, che, se da un lato era plausibile, dall’altro perpetuava ed accentuava il divario esistente tra Nord e Sud d’Italia.
    Il ruolo economico assegnato alla Sicilia fu, dunque, quello di esportatrice di materie prime e importatrice di manufatti, mentre nel clima liberista instaurato dal Cavour ebbe un incremento transitorio l’esportazione dei prodotti agricoli (olio d’oliva e vino) e dello zolfo siciliano, che contribuì notevolmente all’equilibrio della bilancia commerciale. Non fu, però, dedicata adeguata attenzione all’economia siciliana e alla necessità di riforme che garantissero una maggiore giustizia sociale. Nel contempo l’isola, nel clima di austerità creato dal governo in vista del raggiungimento del pareggio del bilancio statale, fu gravata di imposte soprattutto sui generi di consumo di prima necessità, come la tassa sul macinato, che dissanguarono l’isola.
    La Sicilia, quando entrò a far parte dello Stato italiano, aveva una bilancia commerciale abbastanza equilibrata ed un debito nazionale inferiore a quello degli altri Stati annessi al Piemonte, sicchè l’accorpamento dei debiti regionali fu per essa svantaggioso. Il debito collettivo, suddiviso tra le varie regioni, fece aumentare improvvisamente di un terzo il contributo fiscale della Sicilia, onere per essa insopportabile. Parimenti lo sgravio dei debiti delle singole città e villaggi, che lo Stato si accollò, fu vanificato dall’onere imposto alle autorità locali di costruire strade, scuole, cimiteri e altre opere pubbliche, onere che la comunità non era in grado di sostenere.
    La politica fiscale del governo imponeva alla Sicilia un ritmo che essa non era in grado di tenere, per investire al Nord ciò che era sottratto in termini fiscali al Sud, le cui condizioni di sottosviluppo erano inevitabilmente destinate ad aggravarsi. Questa politica economica manifestava grande miopia, perchè migliorare le condizioni economico-sociali del Sud avrebbe significato per il Nord una maggiore espansione sul piano commerciale per l’incremento dei consumi.
    Un altro elemento della politica governativa che incise negativamente sulle condizioni della Sicilia fu la repentina adozione delle leggi anticlericali piemontesi. In Sicilia il clero, a differenza che altrove, era di idee liberali ed aveva dato, soprattutto il basso clero, non poco aiuto alla rivoluzione garibaldina. Nonostante le raccomandazioni di prudenza di alcuni politici, che mettevano in risalto le attività caritative della Chiesa, il cui ruolo era difficilmente sostituibile, e nonostante il patriottismo del clero siciliano, che aveva l’appoggio incondizionato del popolo, il governo sciolse alcuni ordini religiosi e confiscò le proprietà ecclesiastiche. Con questi provvedimenti il governo ottenne il duplice scopo di impinguare le casse statali e di ingraziarsi i proprietari terrieri, che guardavano con cupidigia i circa 250.000 ettari potenzialmente immessi sul mercato.
    Vane erano le illusioni di un gruppo sparuto di radicali, che vedevano in questo provvedimento la possibilità di applicare le leggi sul frazionamento dei fondi ecclesiastici di re Ferdinando (1838) e di Garibaldi, con distribuzione di terre date in censo ai nullatenenti, per compensarli della perdita degli usi civici seguita all’abolizione della feudalità del 1812. La classe liberale vincitrice della rivoluzione politica, contraria a qualsiasi riforma sociale, si dichiarò contraria all’assegnazione per sorteggio ai nullatenenti delle terre confiscate frazionate in piccoli lotti, ma propose che esse fossero vendute all’asta in unità di una certa consistenza.
    Il parlamento accolse questa richiesta e, nel vano tentativo di limitare gli abusi, stabilì che nessuno potesse ottenere l’assegnazione di più di un lotto. In realtà con l’intervento della mafia, che intimidì i banditori, si strinsero accordi tra pochi potenti compratori, per eliminare la concorrenza, mantenere basso il prezzo ed accaparrarsi molti lotti di terra tramite prestanome, sicchè gran parte dell’enorme patrimonio terriero ecclesiastico passò nelle mani di una classe dirigente priva, peraltro, di iniziativa economica e di senso di responsabilità politica, mentre lo Stato ricavò dalle vendite una somma assai inferiore al valore reale, in qualche caso appena un decimo di esso. Solo una piccola estensione passò nelle mani di nuovi proprietari, che ne curarono al meglio la coltivazione. I latifondisti, invece, che si erano accaparrati la maggior parte del patrimonio ecclesiastico, si accontentavano di un reddito terriero del 2 per cento, renitenti com’erano a qualsiasi intervento in migliorie, mentre preferivano investire i loro capitali nell’acquisto di nuova terra.
    La conseguenza di questa operazione fu la disoccupazione di circa 15.000 unità di laici, essendo i nuovi padroni assai più avidi dei precedenti, e il venir meno di una serie di attività caritative, che lo Stato non fu un grado di rimpiazzare. Da questo momento la Chiesa passò all’opposizione, entrando, a volte, in urto con la polizia, mentre il governo, per dimostrare la solidità dell’unificazione italiana, usava metodi autoritari e non perdeva occasione per scomunicare politicamente Garibaldi e Mazzini, trattati con notevole ingenerosità. Si formò in Sicilia un forte gruppo di opposizione, costituito da ecclesiastici, borbonici, autonomisti ed anche mafiosi. Questi ultimi fiutavano i vantaggi di una nuova rivoluzione ed erano sempre pronti a cambiare bandiera. L’opposizione, non avendo rappresentanza in parlamento, operava in clandestinità e dette luogo alla rivoluzione del 1866, evento con profonde motivazioni sociali, che il governo ancora una volta preferì ignorare.

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