Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 301

Archive for 8 agosto 2011

Pensionati: la voglia d’essere utili

Posted by fidest press agency su lunedì, 8 agosto 2011

Mi scrive Rosario Amico Roxas a commento di un mio articolo “Che ne vogliamo fare dei pensionati?” “Da pensionato non saprei proprio cosa fare di me stesso se non avessi la certezza di poter essere ancora utile, con la nuova e irripetibile esperienza del nonno in servizio permanete effettivo”. E soggiunge: “L’età media del pensionato coincide con il mutamento dell’orizzonte di vita: non si guarda più avanti, ma si indugia a guardare indietro nell’inseguimento dei ricordi. Ma quando si intraprende l’itinerario dei “nonno” ecco che all’orizzonte rispunta il futuro, proiettato in tanti sogni e tante speranze legate ai propri nipoti, in particolare, e alla generazione cui appartengono, più in generale”.
E’ questo, ovviamente, l’aspetto più “esaltante” che un essere umano possa provare nel momento in cui s’imbatte con “l’età del declino”.
Ma è solo un aspetto di una situazione che ha molte altre facce. Vi sono uomini e donne di scienza e di cultura che a dispetto dell’età e del pensionamento obbligatorio continuano a dedicarsi al proprio lavoro di ricerca e di studio. Pensiamo a Rita Levi Montalcini. E di certo non è la sola. Quanti di costoro, mi chiedo, forse con professioni più umili ma altrettanto importanti nel loro campo, non si sentono frustrati e umiliati da un ben servito che avvertono ingeneroso per via di uno status anagrafico tanto penalizzante come quello di essere messi da parte per limiti di età?
E a costoro mi rivolgo, ma non escludo del tutto i “nonni” perché a mio avviso, volendo, si possono fare entrambe le cose.
Ritorno, ovviamente, al tema della “cittadella” da costruire in un’area di un paese africano e affidarla agli “anziani” dotati di buona volontà e di ingegno creativo. Vorrei che la mia penna fosse tanto efficace da descrivere questo evento e a viverlo al suo interno. Pensionati che possano aiutare i giovani africani a crescere culturalmente, a ritagliarsi un avvenire di lavoro dignitoso, a trovare una loro strada nel proprio paese o all’estero e a dare in cambio un’assistenza per sollevare i loro maestri dalle fatiche fisiche che devono affrontare.
L’Africa, questo continente a noi vicino, ma tanto lontano nella comprensione degli europei e che ha bisogno, soprattutto, d’avere la possibilità di crescere nella solidarietà per muoversi liberamente con le proprie gambe. E persino le parole di Rosario che suonano contrarie ad un progetto di questa misura offrono il fianco ad una comprensione più vasta del problema esistenziale che ci coinvolge. Egli scrive: “Per superare l’isolamento del sentirsi superflui non necessita un angolo di territorio riservato, perchè esiste già all’interno della famiglia, dove realizzare il proprio ruolo elargendo a piene mani i frutti della propria esperienza, con la gioia jonica del donare… ciascuno secondo le proprie possibilità, ma facendo desiderare l’oggetto dei sogni.” Mi permetto d’osservare che la mia famiglia ha da sempre avuto due dimensioni: quella nella quale sono vissuto e che si proietta nei figli e nei nipoti e quella più grande che comprende tutta l’umanità, ma propende, nello specifico, nei riguardi di coloro che hanno bisogno non certo della carità ma soprattutto della solidarietà, del rispetto, di un dare perché dovuto e non elargito per compiacenza e per togliersi un sassolino dalla scarpa. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it) (precedente qui)

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Fidest: Il capitalismo alle corde

Posted by fidest press agency su lunedì, 8 agosto 2011

Editoriale Fidest. Dalla rivoluzione industriale del XVI secolo vi è stato un crescendo impressionante delle innovazioni tecnologiche, delle espansioni produttive, delle teorie sulle logiche di mercato, dei conflitti regionali alla ricerca degli spazi vitali e di quanto ne spiegassero, ne trasformassero i metodi di lavorazione, l’utilizzo della manodopera e quel che ne segue. Tutto un frenetico andante per dare alla nuova borghesia, nata nelle fabbriche e coltivata nei caveau delle banche, una sua ragione d’essere e di prosperare. Così nasceva una nobiltà del lavoro per pochi eletti e una caporetto dei lavoratori che di questo progetto facevano solo parte degli ingranaggi che altri attivavano e sfruttavano. La prima seria risposta al capitalismo non fu, come è facile credere, la rivoluzione d’ottobre, passata per leninista-marxista, ma la convinzione che la produzione industriale poteva avere una ragione d’essere se vi era un mercato e questo mercato significava coinvolgere per la seconda volta gli stessi lavoratori delle fabbriche. Più il lavoratore aveva potere d’acquisto e maggiore sarebbe stata la sua propensione ad acquistare gli stessi prodotti che produceva, sia pure a rate e sobbarcandosi interessi usurai. Questo ingranaggio pareva congegnato a dovere se non ci fossero state delle varianti importanti. Prima di tutto la materia prima e poi le fonti energetiche. La Gran Bretagna del XVI secolo poteva attingerle a prezzi stracciati dalle sue colonie ma non fu la stessa cosa nel XIX e XX secolo. Altri interessi e altri soggetti entrarono in gioco. Ora il capitalismo è ad una svolta cruciale. Non può garantire al tempo stesso la tenuta dei suoi interessi mercantili e il welfare. Ciò significa che o rinuncia ai suoi lauti profitti, alle sue logiche espansive aggressive con esorbitanti spese militari e vendita di armi per ingraziarsi le dittature dei paesi di interesse strategico, oppure costringe miliardi di persone alla miseria e alla morte per mancanza di assistenza sanitaria, di lavoro, di tutela dei diritti e degli interessi legittimi. E’ il vero nodo cruciale che questo secolo dovrà dipanare per non rischiare che si arrivi ad esplosioni di violenza a livello planetario e alla distruzione anche di ciò che è stato fatto di buono. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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L’Italia è divisa? Si certo ma…

Posted by fidest press agency su lunedì, 8 agosto 2011

Non come lascia intendere Bossi. E’ divisa non certo per aree geografiche ma tra le aree del benessere e quelle del malessere. Da una parte vi sono milioni di italiani, e sono la maggioranza assoluta del paese che ingrossano le file dei disoccupati, di cassa integrati, dei precari, dei pensionati, delle famiglie monoreddito, delle retribuzioni modeste. Dall’altra tutti gli altri e sono una minoranza. Insieme si trovano indifferentemente al sud, al centro o al nord del paese. Si trovano ad essere governati da chi non comprende gli affanni della maggioranza e privilegia quelli della minoranza. Ecco perché questo governo non è rappresentativo, non garantisce obiettività di giudizio e di azione politica. Una scelta che poteva essere non rilevante in tempi di vacche grasse, ma ora che siamo passati alle magre ogni fuscello diventa un tronco. Ora più che in passato si pensa a quanto male è stato fatto da chi ha beneficiato delle pubbliche elargizioni per sfruttare la parte più debole del paese. E’ stato fatto con la cassa del Mezzogiorno che prometteva stanziamenti a fondo perduto per gli industriali del nord che hanno incassato ma sono ritornati ai loro paesi d’origine senza però restituire ciò che era stato loro dato per l’industrializzazione del meridione. E ancora allorchè il nord si è sbarazzato dei rifiuti tossici inquinando intere aree del sud. Ora ci dicono che se il paese è in crisi la colpa è del meridione. E’ un modo di ragionare che tenta semplicemente un diversivo. A questo punto non si può rigirare la pizza a proprio piacimento. Le aree geografiche dell’Italia per quanto sta accadendo non c’entrano. C’entra invece un aspetto trasversale a tutto il paese. E’ quello della povertà, dei privilegi di casta e che hanno trasformato in Italia un terreno di conquista per loschi affari o per indebiti arricchimenti a spese della parte più debole del Paese. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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La svolta a destra di Obama: realpolitik?

Posted by fidest press agency su lunedì, 8 agosto 2011

L’accordo firmato da Barack Obama per innalzare il tetto al debito è stato criticato sia dalla sinistra che dalla destra dei due partiti. Ciononostante si tratta di un passo bipartisan considerando i voti alla Camera ed al Senato. La conferma emerge esattamente dall’insoddisfazione dei lati estremi politici. Era proprio un accordo bipartisan che Obama aveva cercato e vi era quasi riuscito in maniera più profonda con il suo “grand bargain”, il compromesso di fondo, con John Boehner, presidente della Camera. Sfumato quell’accordo per la pressione esercitata dal Tea Party su Boehner si è arrivati all’orlo del default. Dal punto di vista politico Obama ne esce vittorioso. Il tetto è stato innalzato al di là delle elezioni del 2012 e non prima come volevano i repubblicani. Quindi Obama è riuscito a togliere un bastone ai suoi avversari che avrebbero usato per causare un’altra crisi in piena campagna elettorale. Ciò non toglie le nubi che si stanno creando con la base politica di Obama, specialmente l’estrema sinistra. Il tentativo del “grand bargain” ha rivelato che Obama sarebbe disposto a tagli severi ai programmi sacrosanti della sinistra, il Medicare e il Social Security. La fiducia dei liberal che il presidente difenderà quei programmi è stata scossa.
I più liberal ovviamente hanno criticato l’operato di Obama etichettandolo come arresa ai repubblicani. Ha concesso troppo secondo alcuni. Avrebbe dovuto usare la tecnicalità del quattordicesimo emendamento che secondo alcuni legali dà al presidente la responsabilità di mantenere la credibilità del debito pubblico togliendo al Congresso il potere della decisione. Come minimo avrebbe dovuto usare tale minaccia con i repubblicani per ottenere concessioni. A differenza di Bill Clinton nel 1995 e 1996 che ha sfidato e sconfitto i repubblicani con una situazione simile, Obama è stato troppo docile con il Gop, spronato dalle urla del Tea Party.
In essenza Obama ha lasciato il controllo ai repubblicani di spingere verso il precipizio e poi ha dovuto accettare il ricatto dei suoi avversari. Non avendo risolto la situazione dell’innalzamento del debito molto prima della scadenza ha inoltre scosso la fiducia della agenzie di rating nell’affidabilità del governo americano. L’agenzia S&P ha già ridotto il rating Usa da AAA a AA+ per la prima volta dal 1917. Scossa anche la fiducia del mondo verso gli Stati Uniti che forse cercheranno altri luoghi per investire i loro soldi anche se le alternative, specialmente europee, non sono troppo desiderabili. Ciò che preoccupa di più è però la disoccupazione che come sempre sarà fondamentale nell’elezione del 2012. Gli americani votano spesso guardando la situazione delle loro tasche al di là dell’ideologia. Infatti invece di passare il suo tempo a cercare soluzioni al miglioramento dell’economia le discussioni sull’innalzamento del debito hanno spostato la partita su un territorio che faceva comodo ai repubblicani dal punto di vista politico, una sorta di distrazione. Inoltre i tagli al bilancio non faranno altro che ridurre l’occupazione. In periodi di crisi quando le corporation on investono spetta al governo di stimolare l’economia. La storia ce lo dice. Durante la grande depressione il presidente Franklin Roosevelt non solo investì un sacco di soldi per creare posti di lavoro ma con una disoccupazione del 20% creò anche il Social Security. Naturalmente le spese più grandi avvennero poi durante la seconda guerra mondiale quando la preoccupazione non era fare quadrare i conti del bilancio. Nell’elezione del 2008 Obama ha potuto presentarsi come l’anti Bush. Nel 2012 le cose saranno diverse. L’entusiasmo creato con i giovani che hanno partecipato e votato in massa per Obama come pure l’essere il primo candidato afro-americano ad avere vinto la nomination non saranno fattori. Dopo quasi quattro anni della sua residenza alla casa Bianca Obama dovrà difendere il suo record che i candidati repubblicani attaccano quotidianamente. Alla fine, oltre all’economia, l’elezione sarà decisa dalla fetta di elettori indipendenti che non hanno fedeltà a nessuno dei due maggiori partiti politici. Sono questi elettori che Obama sta cercando di corteggiare con la sua svolta a destra. (Domenico Maceri)

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Bambini con difetti cardiaci congeniti

Posted by fidest press agency su lunedì, 8 agosto 2011

Un recente studio effettuato su ben 20.055 neonati, pubblicato su The Lancet, ha dimostrato che per la diagnosi dei difetti cardiaci dei neonati un test di verifica dei livelli di ossigeno nel sangue ha avuto più successo di altri controlli tradizionali disponibili, tant’è che i ricercatori britannici hanno chiesto che tale esame venisse introdotto in tutti gli ospedali del Regno Unito. Persino, la British Heart Foundation ha comunicato che il test potrebbe “fare la differenza” specie in alcuni casi che con i normali strumenti diagnostici non verrebbero verificati e quindi non scoperti. Eppure, i difetti congeniti del cuore, colpiscono circa uno su 145 bambini e la diagnosi precoce costituisce la chiave per garantire maggiori possibilità di sopravvivenza ai piccoli affetti da problemi spesso gravissimi e non sempre rilevati tempestivamente. Non tutti i bambini che nascono con un difetto cardiaco, infatti, evidenziano alcun segno o sintomo, per cui i problemi possono passare inosservati.Ecco perché il test in questione, rapido e semplice nell’effettuazione, potrebbe aiutare a rilevare i difetti cardiaci e far salvare tante piccole vite umane o comunque alleviarne le sofferenze.
In molti casi, essi vengono rilevati con l’ecografia durante la gravidanza o auscultando il cuore dopo la nascita, tuttavia, il tasso di successo delle verifiche è ancora basso con questi strumenti.
Vi è da dire però che in alcuni paesi sviluppati specie negli Stati Uniti e nel Regno Unito, l’utilizzo di “pulsossimetri”, così vengono chiamati se la traduzione è corretta, vengono utilizzati da tempo ed hanno dato dei risultati assai confortanti pari al 75 % delle anomalie più gravi scoperte mentre se combinati con le tecnologie tradizionali si arriva intorno al 92 % dei casi rilevati. Per tali ragioni, anche alla luce delle percentuali di successi nella diagnosi di malformazioni congenite del cuore nei neonati, Giovanni D’Agata, componente del Dipartimento Tematico “Tutela del Consumatore” di Italia dei Valori e fondatore dello “Sportello dei Diritti” auspica che questi strumenti diagnostici vengano introdotti anche nei protocolli medici degli ospedali italiani al fine di ridurre la mortalità infantile e migliorare le possibilità di sopravvivenza dei più piccoli.

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La crisi riguarda tutto il sistema

Posted by fidest press agency su lunedì, 8 agosto 2011

Il dibattito in Parlamento sull’emergenza economica è stato per tutte le parti in campo un evento di stampo «provinciale». Si è perso ancora una volta un appuntamento importante con la storia.
La crisi globale è stata menzionata come un fantasma di comodo per poi ricorrere alle solite polemiche e ai fatti di casa nostra. Secondo noi invece bisogna partire dalle dinamiche globali della crisi perché soltanto in questo modo si possono trovare soluzioni efficaci e sinergie. Non si tratta di parlare della storia partendo sempre dal peccato originale! Ma non si possono ignorare le cause scatenanti di una crisi globale ancora in escalation e limitarsi a generiche considerazioni sulla situazione italiana. Bisogna sempre incominciare dalla testa e non dai piedi se si vogliono affrontare alle radici i problemi. Prima di tutto riconosciamo che la crisi è del sistema finanziario internazionale e non solo dei singoli Stati, dei loro bilanci e del loro debito pubblico. Purtroppo il concerto degli Stati ha avuto la grande responsabilità di sottomettersi alla volontà dei mercati e non vincolare la finanza internazionale a regole e controlli. La devastazione generata dalla crisi finanziaria e bancaria ha sollecitato una politica di salvataggi che è costatata agli Usa e all’Europa più di 5.000 miliardi di dollari. Ciò, insieme al crollo del commercio e della produzione mondiali, ha fatto lievitare il debito pubblico degli Stati occidentali di circa 20%. In alcuni paesi, tra cui l’Italia, con debolezze strutturali più forti (una lenta modernizzazione, una bassa ricerca tecnologica, un burocratismo asfissiante, una corruzione diffusa, ecc) i vecchi nodi e i problemi sono esplosi in modo più dirompente. Il bailout è stato fatto nei modi più incompetenti e isterici possibili. Non si è chiamato in causa il «curatore fallimentare» per separare i titoli buoni da quelli tossici e riformare l’intero sistema. Tutto è stato salvato, anche la bolla dei derivati che si aggirava intorno ai 700.000 miliardi di dollari. Si è tanto parlato di una nuova Bretton Woods, di una grande riforma di sistema. È rimasta sulla carta e si è progressivamente diluita e persa sui tavoli del G 20. Questa finanza internazionale, gonfia di liquidità, rischia di provocare un’altra crisi sistemica. È una speculazione senza patria che trascina i mercati oggi contro l’Italia o la Spagna, domani contro l’euro e gli Usa e, perché no, anche la Germania. Il necessario new deal globale di stampo rooseveltiano, secondo noi, esige una visibilità delle autorità degli Stati e della politica mondiale. Se ciò è vero, urgente diventa la realizzazione politica dell’Europa. Non basta la moneta unica. Occorrono politiche economiche europee che portino crescita ma anche sacrifici da parte di tutti i suoi membri. Come la Germania ha investito nell’integrazione e nello sviluppo delle sue regioni dell’Est dopo la caduta del Muro, così l’Europa non può permettere la deriva dei suoi Mezzogiorno. Certo non si potrà accettare ulteriormente che i lavoratori tedeschi vadano in pensione a 65 anni e quelli di altri paesi no. In quest’ottica il nostro paese può progettare gli interventi necessari per risolvere le emergenze e per avviare la ripresa. Il nostro debito pubblico di 1.900 miliardi di euro pari al 120% del Pil è un macigno che ci trascina a fondo. Soltanto l’aumento del famoso spread Btp-Bund tedeschi di 400 punti inciderà in tempi brevi per più di 10 miliardi di euro sullo stock di interessi. Si consideri che da oggi alla fine del 2012 i titoli del Tesoro in scadenza ammontano a ben oltre 300 miliardi di euro. Ciò annulla ogni taglio apportato al bilancio. Se il debito italiano è di dimensioni straordinarie, le misure da adottare necessariamente devono essere straordinarie. Responsabilmente si deve abbattere in tempi brevi almeno il 20% del debito pubblico. Certamente non lo si può fare soltanto con interventi convenzionali o lineari. Noi riteniamo che una patrimoniale non sia più evitabile. Non la si consideri come una bestemmia. Essa dovrà essere ripartita tra i redditi e i patrimoni più alti ed affiancata dall’alienazione straordinaria e rapida del patrimonio confiscato alla criminalità organizzata. E da una rinvigorita lotta alla grande evasione fiscale e contributiva. Nel contempo si dovranno sostenere i redditi degli strati sociali più disagiati per incentivare i consumi. Bisognerà agevolare fiscalmente le Pmi produttive e accelerare la realizzazione di tutte le grandi opere già finanziate e i pagamenti da parte delle amministrazioni pubbliche. Imprese e fornitori avanzano più di 60 miliardi di euro! Alcuni propongono di alienare il patrimonio dello Stato valutato in circa 700 miliardi. Una parte significativa di questo patrimonio può essere invece messa a garanzia di un fondo per gli investimenti in infrastrutture, in nuove tecnologie e ricerca. La ripresa produttiva resta la nostra sfida più grande. A chi si oppone a queste misure di fiscalità straordinaria consigliamo la lettura del recente documento dell’Onu «The global social crisis» sui rischi di una vasta, incontrollata e generalizzata rivolta sociale prodotta dalla recessione economica irrisolta che morde le popolazioni più deboli e più povere. Potrebbe costarci molto di più di una patrimoniale! (di Mario Lettieri Sottosegretario all’Economia del governo Prodi e Paolo Raimondi Economista da ItaliaOggi del 6/8/2011)

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