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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 259

Archive for 27 agosto 2011

Vivo o morto: tertium non datur

Posted by fidest press agency su sabato, 27 agosto 2011

Muammar al Gaddafi Mouammar Kadhafi Colonel Qu...

Image by Abode of Chaos via Flickr

Gheddafi sparisce come una primula Rossa, pur senza essere la Primula Rossa, segno che gode di protezioni ad altissimo livello; ha stipulato un’assicurazione sulla vita ad altissimo valore ricattatorio, per cui il suo silenzio compensa la sua incolumità e quella delle persone “da nominare”. Mobilitati capi di Stato e di governo che da una parte sfoggiano rigore per la platea, ma dietro le quinte si adoperano per evitare al satrapo l’onta di un processo per delitti contro l’umanità, nel quale chiamerebbe alla sbarra i correi che hanno lucrato con lui. Il silenzio non è solamente “d’oro” ma vale molto più dell’oro, garantendo l’impunità. L’ONU, la NATO e il vari governi occidentali impegnati in Libia in uno scontro … al penultimo sangue (perché è quello della popolazione civile !), possono rischiare la figuraccia di lasciare il campo alla beffa del satrapo di Tunisi? La taglia non ha funzionato, anche perché recita “vivo o morto”, mentre a gran voce lo si vorrebbe vivo per sottoporlo a processo; morto potrebbe aver lasciato istruzioni per l’uso dirette a vendicarsi dei tanti che lo hanno osannato per lucro e poi abbandonato per interesse. “Vivo o morto” tertium non datur ! E invece non è così, perché potrà accedere proprio quel tertium in grado di salvare la capra del colonnello e i cavoli dei correi; né vivo, né morto, semplicemente scomparso; ma la scomparsa segnerebbe una sconfitta di tutti quei servizi più o meno segreti e più o meno deviati che si sarebbero lasciati beffare; tutto ciò mi ricorda tanto l’affannosa ricerca di Bin Laden e il misterioso ritrovamento con relativa uccisione, farcita da foto falsificate, contraddizioni, mezze verità e tre quarti di menzogne. Così accadrà a Gheddafi; sarà ritrovato, prima o poi; quando l’interesse si sarà calmato, quando ben altri problemi assilleranno l’intero pianeta. In tale frangente non vorrei essere nei panni di uno dei tanti sosia del colonnello folle. (Rosario Amico Roxas)

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E’ partito il controesodo

Posted by fidest press agency su sabato, 27 agosto 2011

E’ partita dal confine con l’Austria, sulla A23, l’onda lunga del traffico in questo ultimi week end di agosto, con code a tratti già dalle sette del mattino. Una situazione ampiamente prevista, visto che in questo fine settimana si concentra la maggior parte dei rientri. Nelle ore successive, un “serpentone” di auto, che alle 10 aveva raggiunto i 18 chilometri, interrotti da brevi tratti scorrevoli, si snodava da Udine Sud a Palmanova, in direzione Venezia, fino al nodo di interconnessione con la A4. Qui, il flusso dei veicoli provenienti da Nord, incrociava quello in arrivo dalla barriera di Trieste Lisert, porta d’ingresso autostradale per chi arriva dalla costa dalmata. Rallentamenti e code a tratti, inevitabili, quindi, anche nel tratto successivo della A4, fra Latisana e Portogruaro in direzione Venezia. Sostenuto anche il flusso in direzione Trieste, ma senza congestioni. Nelle prossime ore il traffico crescerà ulteriormente: incolonnamenti e congestioni sono attese nel tratto Prosecco-Sgonico- Trieste Lisert, con attese al casello superiori alla media e in quello compreso fra Redipuglia, Villesse e il nodo di Palmanova. Un situazione che si manterrà difficile per tutta la giornata.

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Capitalismo: l’ultima ideologia

Posted by fidest press agency su sabato, 27 agosto 2011

Economia

Image via Wikipedia

Scrivono, tra l’altro, Mario Lettieri e Paolo Raimondi su Italiaoggi: “È l’ultima ideologia morente dell’Ottocento che sta facendo danni enormi. Un liberismo economico e un monetarismo nati nella vecchia Inghilterra dove l’economia poteva contare non su uno Stato ma su un impero che raccoglieva ricchezze a man bassa dalla sue colonie. Noi crediamo che la ripresa debba essere al centro delle decisioni della manovra economica in discussione. Non basta il risanamento del bilancio. Gli enti locali hanno un patrimonio immobiliare di circa 350 miliardi. La parte inutilizzata è di 20-40 miliardi. Il 60% del totale riguarda l’edilizia residenziale pubblica che potrebbe in parte essere venduta ai residenti. Venduta, non svenduta. Attualmente gli enti locali hanno un debito complessivo di 111 miliardi dei quali 78 nei confronti della Cassa Depositi e Prestiti. Alla quale ovviamente pagano gli interessi dovuti”. E’ un particolare di un quadro con il quale gli autori hanno preferito usare colori a tinte fosche. Ma è anche un limite che ci siamo imposti con eccessiva passività poiché ai domini inglesi abbiamo fatto spazio al colonialismo selvaggio e poi ancora alla logica del “re travicello” facendo salire al potere i corrotti e i corruttibili dei paesi ricchi di materie prime, ma in compenso le loro popolazioni erano sfruttate e sono rimaste tali. Intanto ben più gravi delle bombe dei nostri arsenali atomici, si stanno profilando all’orizzonte: sono le bombe demografiche, le intolleranze, la voglia di emergere, di entrare nella stanza dei bottoni, e ancora conflitti etnici, tribali, razziali, migratori. Un insieme di situazioni che ci rende consapevoli di un disagio esistenziale che difficilmente, come in passato, si può in qualche modo calmierare con la tolleranza, la rassegnazione, la vocazione al martirio per la conquista della felicità in un altro mondo. Oggi cresce la voglia di essere presenti, protagonisti, arbitri del nostro futuro e l’idea del possesso come status symbol non fa che aggravare l’evidenza dettata dalla scarsità di risorse e benessere che sette miliardi di abitanti richiedono all’unisono. Occorre voltare pagina e di farlo in fretta prima che queste bombe ci scoppino tra le mani. Ecco cosa ci attende il presente che allunga la sua ombra nel nostro futuro, un futuro dove i giovani di oggi saranno i protagonisti del domani e saranno ancora più insofferenti dei loro padri e forse anche più cinici. E’ una svolta che non implica solo l’economia e la finanza, ma anche i costumi, la fede, il concetto stesso di esistere e di morire. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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Economia: Rigore e sviluppo

Posted by fidest press agency su sabato, 27 agosto 2011

Una manovra finanziaria di rigore ma senza equità e senza meccanismi efficaci di ripresa economica sarebbe destinata al fallimento. In una situazione occupazionale già difficile e con la stima di un ulteriore aggravamento tanto da prevedersi una perdita di altri 100.000 posti di lavoro entro la fine dell’anno, i tagli annunciati da soli sarebbero altamente recessivi. Non sarebbe capito e tanto meno accettato dai cittadini. Inevitabilmente provocherebbero tensioni sociali con ricadute pesanti sulla stessa economia e tanto più sul ridimensionamento del debito. Non siamo contro il rigore. Anzi occorrono controlli stringenti per eliminare i tanti sprechi quotidiani. Non solo nei ministeri e negli enti e società ad essi collegati. Comuni, province e regioni non sono sottoposti ad alcun controllo, se non quello della Corte dei Conti che arriva dopo molti anni. Si pensi che i revisori dei conti vengono scelti dagli stessi amministratori ed è stato eliminato finanche il parere di legittimità obbligatorio che prima esprimevano i segretari comunali e provinciali. Il peso della manovra non può che essere giustamente distribuito. Ciò vuol dire che a pagare di più deve essere chi ha e ha avuto di più. Non si tratta di punire i più fortunati, ma di chiedere loro di contribuire di più alla salvezza del paese. Perciò serve una patrimoniale forte sulle grandi ricchezze e sui grandi patrimoni. Secondo noi la metà della manovra dovrebbe essere a loro carico. Del tutto fuori luogo sono le lamentele per la cosiddetta tassa di solidarietà a carico di manager, calciatori, attori, giornalisti, grandi professionisti, alti dirigenti delle Stato e delle Regioni, ecc. Certo bisogna ridurre anche le spese inutili ed eccessive della politica, a partire dalla drastica riduzione del finanziamento pubblico dei partiti. La lotta al sommerso, all’elusione e all’evasione fiscale, anche quella che usa i derivati finanziari come moderni strumenti di abbattimento dell’imponibile, deve essere fatta con maggiore convinzione. Le ultime stime indicano un sommerso di 230 miliardi di euro! Dopo averne verificato la praticabilità costituzionale, si potrebbe recuperare qualcosa anche dai capitali già fuggiti all’estero e scudati con il semplice pagamento del 5%. Non si può ritenere equo l’aumento dell’Iva, come molti auspicano, in quanto andrebbe a colpire linearmente tutti i cittadini e avrebbe effetti recessivi. Scaricare pesanti tagli sugli enti locali, soprattutto per quella parte che andrebbe a colpire i servizi sociali, è la strada più semplice ma non la più equa. Certamente occorre razionalizzare l’amministrazione pubblica. Vi è l’indubbia necessità di un progressivo adeguamento del nostro welfare, delle nostre pensioni e del lavoro agli standard europei. L’Italia, la Francia e gli altri Paesi non potranno chiedere aiuto all’Europa se non adeguano l’età pensionistica a quella dei lavoratori tedeschi.Ma colpisce molto il fatto che la manovra manchi di una idea e di una visione strategica per la crescita e per lo sviluppo. In verità non ci sorprende in quanto un crescente fondamentalismo neoliberista, che vede lo Stato come il nemico da abbattere, è penetrato ovunque. È l’ultima ideologia morente dell’Ottocento che sta facendo danni enormi. Un liberismo economico e un monetarismo nati nella vecchia Inghilterra dove l’economia poteva contare non su uno Stato ma su un impero che raccoglieva ricchezze a man bassa dalla sue colonie. Noi crediamo che la ripresa debba essere al centro delle decisioni della manovra economica in discussione. Non basta il risanamento del bilancio. Gli enti locali hanno un patrimonio immobiliare di circa 350 miliardi. La parte inutilizzata è di 20-40 miliardi. Il 60% del totale riguarda l’edilizia residenziale pubblica che potrebbe in parte essere venduta ai residenti. Venduta, non svenduta. Attualmente gli enti locali hanno un debito complessivo di 111 miliardi dei quali 78 nei confronti della Cassa Depositi e Prestiti. Alla quale ovviamente pagano gli interessi dovuti. Secondo noi, potrebbero estinguere tale debito nei confronti della Cassa vendendo alla stessa parte dei loro immobili. Ma la Cdp dovrebbe creare un Fondo equity il cui capitale sarebbe formato proprio dal valore degli immobili. Tale fondo dovrebbe essere finalizzato alla promozione di investimenti, a partire dalle grandi infrastrutture nel Mezzogiorno la cui carenza incide negativamente sull’intera economia nell’area e nel Paese.
Lo stesso si potrebbe fare anche con le riserve auree della Banca d’Italia. Esse erano 2.412 tonnellate a fine 2010 con un valore di 83 miliardi. Oggi con il mercato dell’oro in crescita vertiginosa, valgono oltre 100 miliardi. Da tempo noi sosteniamo, e recentemente con la loro autorevolezza lo propongono anche Romano Prodi e Alberto Quadrio Curzio, la istituzione degli EuroUnion Bond. Secondo la loro proposta i paesi dell’Unione europea dovrebbero conferire in un Fondo finanziario europeo in modo proporzionale capitali per 1.000 miliardi di euro. In parte formati dalle riserve auree e in parte dalle quote azionarie di società partecipate dai vari governi. L’Italia dovrebbe contribuire per 180 miliardi, di cui oltre 100 riferiti alle riserve auree. Il fondo potrebbe emettere bond per circa 3.000 miliardi: 2.300 per portare la media del debito europeo da 86% al 60% del Pil e 700 miliardi per promuovere grandi progetti di investimento. Anche su questo terreno si valuterà la capacità del governo e del parlamento italiano. (Mario Lettieri Sottosegretario dell’Economia nel governo Prodi e Paolo Raimondi Economista – fonte Italiaoggi)

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Bretton Woods e nuovo ordine monetario

Posted by fidest press agency su sabato, 27 agosto 2011

L’attuale attacco speculativo, forse il più grave della storia moderna, sembra celebrare a suo modo il quarantesimo anniversario della fine del sistema di Bretton Woods.
Il 15 agosto 1971 infatti il presidente americano Richard Nixon decise di sganciare il dollaro dal valore dell’oro. L’accordo monetario internazionale realizzato nel 1944 per la ricostruzione economica del dopoguerra e per garantire una stabilità nella regolazione delle bilance dei pagamenti dei Paesi del mondo occidentale era stato ancorato al dollaro con accertate riserve auree. In teoria i Paesi con riserve in dollari potevano in ogni momento richiedere la loro riconversione in oro. Negli anni sessanta il dollaro americano non poteva più mantenere il vecchio valore di cambio con l’oro a seguito di una serie di crisi economiche e monetarie, di impennate inflazionistiche ed in particolare a causa di una crescente esposizione debitoria determinata dalle spese sostenute per la guerra in Vietnam. L’amministrazione americana aveva due alternative: svalutare il dollaro e risalire la china della crescita produttiva oppure far saltare gli accordi di Bretton Woods. Decise per la seconda alternativa. «Dobbiamo proteggere il dollaro dagli attacchi degli speculatori internazionali» disse Nixon nel suo famoso discorso. Si passò al sistema dei cambi monetari flessibili, sempre ostaggio dei mercati valutari. Il 15 agosto 1971 fu uno spartiacque nella storia economico-politica del dopo guerra. Molti guai che oggi stanno venendo al pettine sono nati lì! L’accordo che era stato costruito da 44 Stati fu distrutto con una firma unilaterale. Così si infranse il disegno condiviso di costruire un mondo e uno sviluppo economico più stabili e giusti. Disegno perseguito fino ad allora, nonostante le tensioni della guerra fredda. Da quel momento gli Stati Uniti hanno affrontato i loro deficit di bilancio e le loro spese crescenti stampando sempre più dollari. Dollari che hanno inondato il mondo. Comprati prima dall’Europa, poi dai produttori di petrolio e più recentemente dalla Cina. Nel 1971 in Usa il rapporto debito pubblico/pil era di 36,2%. Oggi ha superato il 100%. Da 40 anni l’America ha vissuto al di sopra delle proprie possibilità. I buchi sono stati coperti con nuovi debiti che la Fed si è sempre premurata di monetizzare. È stato un cattivo esempio per molti altri paesi. Se il gatto ruba il formaggio, figuriamoci i topolini! Per gestire un debito crescente e una situazione finanziaria sempre più malata, gli Usa hanno cambiato nel tempo molte altre norme. Hanno abbattuto anche l’intero apparato di regole realizzate dal presidente Franklin Delano Roosevelt per superare la Grande Depressione e lasciato mano libera alla finanza più selvaggia. Non si può dire che l’Europa si è comportata in modo diverso, più corretto. Perciò oggi le sfide per riorganizzare e armonizzare le relazioni economiche in un mondo globale e profondamente cambiato sono l’imperativo per tutti. Soprattutto per gli Usa se vogliono ancora avere un ruolo strategico. L’Europa finalmente sembra volersi dare un governo politico ed economico unitario. Intanto i Paesi del Brics e l’Africa bussano alla porta della storia. Per evitare che la crisi porti a una guerra tra le valute, uno dei perni del nuovo accordo internazionale dovrà essere quello monetario. Il ruolo del dollaro come moneta di scambio e di riserva è arrivato al capolinea! Pochi giorni fa, l’agenzia di stampa cinese Xinhua ha ribadito che «occorre studiare altre opzioni al dollaro come moneta di riserva. Per gli Usa il tempo dei prestiti facili e del debito è finito». Il governatore della Banca Centrale della Cina Zhou Xiachuan ha avvisato che le attuali politiche economiche di Washington indeboliscono la fiducia nei Treasury bond e il sistema finanziario internazionale. Il messaggio dei paesi del Brics è chiaro: è tempo di lavorare per creare un paniere stabile di monete, anche con riferimento all’oro, come elemento essenziale per gestire insieme e in modo costruttivo la nuova stagione di sviluppo e di cooperazione economica mondiale. Del resto nel discorso del 1971 Nixon parlò della «necessità urgente di creare un nuovo sistema monetario internazionale» perché era consapevole della «gravità» della sua decisione. Fino a oggi sottovalutata da molti. (Mario Lettieri Sottosegretario dell’Economia nel governo Prodi e Paolo Raimondi Economista – fonte Italiaoggi)

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Pensioni di reversibilità

Posted by fidest press agency su sabato, 27 agosto 2011

Un parlamentare della Lega ha tirato fuori dal cilindro da prestigiatore la proposta di tagliare le pensioni di reversibilità. Non credo che questo parlamentare si renda conto della corbelleria che ha detto. Prima di tutto queste pensioni sono state già decurtate del 60% e poi sono dirette alle vedove per lo più casalinghe. Significa lasciare sul lastrico tante persone ora anziane che avrebbero bisogno di assistenza e non di ulteriori privazioni. Ma noi che di queste cose siamo testimoni diretti nel vivere quotidiano e sappiamo dei sacrifici dei pensionati che, tra l’altro, soffrono nel vedere figli, nipoti e a volte anche pronipoti disoccupati, con famiglia a carico e che cercano pur nel loro piccolo di aiutare in tutti i modi ci chiediamo con che faccia si chiede loro ulteriori sacrifici se sappiamo come centinaia di pubblici e privati dipendenti continuano a godere di doppia se non tripla pensione e pensioni fino alla quindicesima mensilità. Forse pochi sanno che “quando un dipendente pubblico è chiamato a svolgere un incarico presso un ministero, una commissione parlamentare, un’authority o un organismo internazionale, va in «fuori ruolo». Trattandosi di incarico temporaneo, conserva ovviamente il posto, l’anomalia è che conserva anche lo stipendio, a cui si aggiunge l’indennità per il nuovo incarico. In sostanza due stipendi per un periodo di tempo spesso illimitato. Nel 1994 il Csm lanciava l’allarme, segnalando «il numero crescente dei magistrati collocati fuori ruolo, la durata inaccettabile di alcune situazioni, alcune superano il ventennio, quando non il trentennio… la reiterazione degli incarichi… con la creazione di vere e proprie carriere parallele». Tra Consiglio di Stato, Tar, Corte dei conti, Avvocatura dello Stato e magistratura ordinaria, sono fuori ruolo circa 300 magistrati che mantengono il loro trattamento economico percependo un’indennità di funzione che a volte supera lo stipendio. Il commissario dell’Agcom Nicola D’Angelo ha sentito la necessità di rinunciare all’assegno e mettersi in aspettativa. Dall’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni riceve un’indennità di 440.410,49 annui, dall’agosto del 2010, dopo la manovra che tagliava gli insegnanti di sostegno nelle scuole per i disabili e gli stipendi dei dirigenti pubblici del 10%, ha rinunciato ai 7.000 euro al mese che prendeva da consigliere del Tar fuori ruolo. Una scelta personale, visto che non ci ha pensato Tremonti”. E allora ci rivolgiamo ai pensionati rassegnati e diciamo loro che è tempo di capire che l’Italia si divide in due parti: i furbi e gli ingenui. E tra gli ingenui ci includiamo non solo i pensionati ma i milioni di altri italiani che permettono tali e tanti abusi da parte di chi oggi ci dice che bisogna fare sacrifici. Perché non rimandiamo al mittente tanta sfrontatezza? (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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