Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 335

I governi non li fanno i poveri

Posted by fidest press agency su martedì, 1 novembre 2011

Piazza Colonna Palazzo Chigi

Il primo e più sconcertante aspetto che balza alla nostra attenzione, osservando gli accadimenti di questi giorni in Italia, è che si sta ampliando sempre più il solco tra l’area del benessere e quella del malessere. Taluni identificano la politica in quella ci si percepisce come corruttrice, intrallazzatrice, connivente con la criminalità organizzata, e sono tutti i mali che non credo siano molto lontani dal vero. Ciò non di meno esiste un rapporto che implica una responsabilità oggettiva tra gli elettori e gli eletti che non va sottovalutata. Non si va a votare solo se si dimostra di avere un lavoro, un conto in banca, la possibilità di un vivere agiato. Il voto è di tutti e con tutti ma i governi non si riescono a fare con i lavoratori dipendenti e autonomi di modeste risorse, con i disoccupati, con i pensionati, con i cassa integrati, con i precari. E’ un popolo che raggiunge e forse supera l’80% della popolazione italiana, ma è anche un popolo che delega agli altri un potere che è proprio ma che non riesce a gestire valorizzando la sua forza nel determinare la guida e la leadership del Paese. Un tempo si diceva che il proletariato dele fabbriche e delle campagne aveva bisogno di un mentore perchè incolto, sprovveduto, incompetente a gestire la cosa pubblica. Questa consapevolezza i partiti della sinistra lo avvertirono da subito tanto che spronarono i lavoratori ad acculturarsi, ad essere pari se non superiori ai loro datori di lavoro in fatto di economia, di imprenditorialità, di preparazione letteraria e filosofica. Era un modo di stare ciascuno al proprio posto ma in condizioni di parità e non di sudditanza. Questa consapevolezza pare che oggi stia sfuggendo a chi partecipa al voto, esprime una preferenza e subito dopo si disinteressa sul ruolo assunto dal suo rappresentante. La politica non è il cancro della società, ma chi non esercita le dovute verifiche di attendibilità del mandato conferito e dell’eventuale tradimento subito. Credo che una proposta su tutte varrebbe a sollevarci da tale situazione di disagio: basterebbe che si esercitasse allo stesso modo il potere dell’elettore sia nell’accordare il voto sia nel toglierlo con un referendum popolare nello stesso collegio in cui il loro rappresentante è stato eletto. In questo modo la verifica sarebbe continua e il prezzo da pagare per il transfuga è la perdita del suo mandato. Se si adottasse questo sistema di certo il parlamento e di riflesso il governo sarebbero più rappresentantivi della volontà popolare. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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