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Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 341

Non è questo il momento di rinunciare al settore bancario Usa

Posted by fidest press agency su mercoledì, 14 dicembre 2011

Bank of America Tower

Image via Wikipedia

Londra. Gli investitori dovrebbero evitare che un sentimento del mercato negativo li dissuada dal considerare il settore bancario Usa, afferma Ryan Brist, responsabile del comparto obbligazionario a basso rischio presso la società di gestione globale del reddito fisso, Western Asset Management, secondo il quale “non è ora il momento di rinunciare a questo settore”. Se da una parte è vero che la recente esperienza degli investitori con l’azionario e l’obbligazionario delle banche Usa si è presentata come “rischiosa” spingendo molti investitori a dichiarare il settore come “non investibile”, dall’altra, sostiene Brist, sussistono dei motivi per essere sostanzialmente ottimisti”. L’abnorme ambiente di bassi tassi di interesse, la pressione sul fronte legale e normativo e la paura di un contagio dall’Europa sono tutti e tre fattori che stanno contribuendo a far prevalere nel mercato un sentimento molto negativo verso le banche, cui si somma lo “sciopero dei compratori” in atto verso il settore finanziario Usa, continua Brist. Il gestore ritiene tuttavia che le basse valutazioni che ne risultano forniscano un’opportunità interessante agli investitori per rafforzare le posizioni nei titoli bancari americani, anche se, avverte, potrebbe volerci del tempo prima che queste posizioni rendano.
Brist ricorda che nel corso degli ultimi due anni le banche americane hanno quasi raddoppiato l’entità del capitale netto tangibile nei loro bilanci , oltre ad aver attinto molto meno al mercato delle cartolarizzazioni e a questo tipo di veicolo per finanziarsi. Inoltre, sottolinea Brist, il livello dei prestiti inesigibili delle banche si è abbassato nell’ultimo periodo , e conseguentemente anche le riserve per il credito inesigibile in tutto il mondo. Difatti, le analisi recenti dimostrano che le banche hanno già iscritto a bilancio l’80% delle perdite, mentre il 20% delle perdite previste nel futuro dovrebbe essere assorbito grazie agli utili e a una base del capitale rinvigorita.”Siamo molto preoccupati per la volatilità a breve termine e dalla possibilità che il sentimento negativo influenzi il comportamento dei consumatori, ma non crediamo che le banche americane a grande capitalizzazione comportino il rischio default per i detentori di titoli sparsi in tutto il mondo”, dice Brist. “I prossimi tre/sei mesi continueranno a essere difficili, ma a lungo termine siamo convinti che non si registreranno perdite in capo al capitale nei titoli del reddito fisso dei principali istituti bancari del paese”.Brist è dell’opinione che nemmeno i recenti downgrade di una serie di banche americane da parte delle agenzie di rating dovrebbero pesare molto nella percezione che del settore hanno gli investitori. “Siamo convinti che i fondamentali dei bilanci non corrispondano alla traiettoria dei rating”, aggiunge. “Le banche americane a grande capitalizzazione hanno fatto degli evidenti e significativi passi avanti nell’ambito del finanziamento, dell’adeguatezza del capitale e della qualità degli attivi. Il merito di credito è migliorato sostanzialmente. Anche così, non ci illudiamo di ricevere buone notizie nel breve periodo per quanto riguarda il rating. Il recente declassamento di Bank of America non è che un altro esempio di come le agenzie di rating, Moody’s in questo caso, riparino all’errore di aver continuato ad attribuire al settore rating troppo alti”.Infine, conclude Brist, non si va molto lontano confrontando l’attuale ambiente del mercato con la crisi finanziaria di tre anni fa causata da una mancanza di liquidità. “Oggi ci troviamo nella situazione opposta: da una parte , sul mercato incombe ancora la mancanza di fiducia, dall’altra i depositi bancari non sono mai stati così consistenti e le banche non hanno mai avuto tanta liquidità nei loro bilanci. In poche parole, il cosiddetto “muro della preoccupazione” parte da un punto molto diverso rispetto al 2008″.

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