Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 289

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Nuovo modello di difesa

Posted by fidest press agency su domenica, 18 dicembre 2011

A cura del T .Col. Guido Bottacchiari Qualcuno sobbalzerà sulla sedia esclamando: eccolo li il Presidente del Co.Ce.R. “c…….ista” dell’Aeronautica Militare che ci vuole ammannire una lezione anche su un tema riservato a ben altri intelletti. E difatti sulla necessità di creare un nuovo Modello di Difesa più piccolo, efficiente e soprattutto meno costoso, tutti dicono la loro: il Consiglio Supremo di Difesa, il Governo in carica con il nostro Ministro-Ammiraglio, come escludere poi gli Stati Maggiori, in testa quello della Difesa, e guai a pensare di tralasciare l’elevatissimo contributo concettuale di “maître a penser” presenti in rinomati “tink tank”. Tutti, ma proprio tutti, titolati, e ci mancherebbe, a predisporre analisi ed a formulare proposte per la ridefinizione e di un Modello di Difesa che toccherà decidere infine, speriamo, al Parlamento .…Sovrano…..luogo in cui invece naturalmente si dovrebbe sviluppare il dibattito.
L’agnello sacrificale è il Modello di Difesa così come definito concettualmente nel corso degli anni ’90. La legge 331 del 2000 ridefinì il nuovo modello professionale ed i compiti assegnati alle FF.AA. suddividendoli in: prioritari (difesa della Patria), sussidiari (operazioni di pace e sicurezza in conformità al diritto internazionale e delle determinazioni delle Organizzazioni Internazionali delle quali l’Italia fa parte) e complementari (concorrere alla salvaguardia delle libere istituzioni e svolgere compiti specifici in circostanze di pubblica calamità ed in altri casi di straordinaria necessità ed urgenza). Tale legge fissò a 190.000 unità l’organico complessivo delle Forze Armate ora professionalizzate, nonchè i tempi e le risorse per la trasformazione dello strumento militare da “Esercito di popolo” a “Esercito di Professionisti”. Ora a distanza di poco meno di 10 anni monta l’urgenza, determinata in gran parte da esigenze finanziarie, di una rivisitazione in chiave riduttiva del citato modello.
Lungi da me addentrarmi in analisi e considerazioni di natura politica (esigenze del paese /risorse finanziarie), geopolitiche, geostrategiche, ovvero di ottimale definizione dei livelli di ambizione del Paese, piuttosto che dei livelli di forza, o delle poste di bilancio ottimali per uno strumento militare efficiente, efficace ed economico.
Penso però che sull’argomento alcune questioni, chiamatele pure provocazioni, dovranno pur essere formulate da qualcuno seduto tra il “pubblico”.Modello di Difesa da ridurre!! Dato per scontato che le necessità finanziarie del Paese impongono a tutti gli apparati dello Stato una rapida e corposa cura dimagrante oltre ad un miglioramento dell’efficienza, mi domando:
– perché l’attenzione è incentrata particolarmente sulla Difesa?
– E di quanto dobbiamo ridurlo questo modello?
– E perché i tagli debbono riguardare esclusivamente la componente umana?
– Ed in quanto tempo e con quali strumenti legislativi gestiremo le fuoriuscite del personale?
– Ma i compiti affidati in precedenza alle FF.AA. rimarranno gli stessi?
– In particolare, le funzioni complementari potranno/dovranno essere ancora espletate dalle Forze Armate?
– Le “interferenze d’ambito” tra le Forze Armate e le Forze di Polizia ad ordinamento militare e civile (compresi i carabinieri) rimarranno o vi sarà una chiara linea di demarcazione?….etc….
Per una più compiuta, ma non esaustiva, riflessione sul tema esplicito di seguito alcuni elementi e dubbi su parte delle questioni sopra tratteggiate che, so già, non mi garantiranno molte simpatie ….ma tant’è!!
1) Il Comparto Sicurezza e Difesa si compone di oltre 520.000 unità escluse le polizie locali. Le Forze Armate constano di 183.000 effettivi. Il resto (340.000 unità circa) è suddiviso tra cinque Forze di Polizia ad ordinamento Militare e civile con competenze teoricamente specifiche ma spesso sovrapposte.
Per la Difesa si parla di un nuovo modello oscillante tra le 120.000/160.000 unità. Un “Esercito” più piccolo ma più operativo….si dice!!.“Small defense” = “piccola difesa” …..speriamo non necessaria per grandi minacce.Ma il Comparto Sicurezza e Difesa è in equilibrio, verificato il livello di sicurezza nel paese? Trova analogie un siffatto bilanciamento tra Forze Armate e Polizie in Europa? Se si, come mai le Forze Armate vengono chiamate, giusto o sbagliato che sia, a compiti di ausilio alle cinque Forze dell’Ordine ad ordinamento generale (dai vespri siciliani, ai piantonamenti di siti sensibili in passato, fino ad oggi per “strade sicure” e per il controllo dell’immigrazione clandestina e qualcuno le invoca anche per l’emergenza carceraria).
Ora, che un necessario ed ulteriore processo di riorganizzazione serva alle Forze Armate è sacrosanto, ma serve solo ad esse e nei termini proposti?Tagliare numeri così alti di personale in breve tempo comporta costi iniziali altissimi a meno di rinunciare ai reclutamenti costruendo un “esercito” di “vecchi”. E poi, fissato il numero di forza del nuovo modello di Difesa ed il tempo per la sua completa realizzazione, come si gestiranno gli esodi del personale? Il personale che ha professionalità particolari, non facilmente riproducibili in ambito civile come sarà accompagnato al termine della vita professionale? Qualcuno parla di accettare ruoli ed impieghi i più vari, internamente ed esternamente alle Forze Armate. Io penso che sull’argomento serva una attenzione particolare ed un necessario confronto con le rappresentanze militari senza pregiudizi di alcuno o peggio presuntuosi atteggiamenti dirigisti.Come si può vedere la soluzione del rebus non è così semplice come si vuol far apparire.
2. Le funzioni dei Carabinieri (4^ Forza Armata dal 2000) sono svolte quasi esclusivamente nel campo della sicurezza come irrinunciabile presidio di legalità sul territorio. Ma è proprio necessario annoverare ancora i carabinieri tra le Forze Armate? E se si optasse per il si, le funzioni di Polizia Militare svolte dagli stessi all’interno e all’esterno del territorio nazionale, non sarebbe più razionale affidarle ai militari delle altre tre Armi (Esercito, Marina, Aeronautica) come avviene peraltro in altri Paesi Alleati liberando risorse umane da destinare alle attività proprie di una Forza di Polizia magari rinforzando la presenza nei territori più esposti alla criminalità organizzata?
3. Le funzioni complementari di intervento in caso di pubblica calamità o di straordinaria necessità verranno ancora mantenute tra i compiti delle FF.AA.? Credo che non sfugga a nessuno la importante opera svolta dai militari dietro il coordinamento della Protezione Civile e insieme a tante altre benemerite organizzazioni del volontariato, in occasioni di tali eventi – (terremoti e disastri ambientali compresa la “monnezza”). In ogni circostanza il militare è chiamato ad intervenire….e lo fa volentieri, con orgoglio e qualche riconosciuta capacità!! Ma se si ridurranno gli effettivi potremo, e soprattutto, dovremo ancora farlo?.La componente tecnico-logistica ed amministrativa delle Forze Armate massicciamente impiegata per tali necessità e su cui si puntano gli occhi per una riduzione del modello a tutto vantaggio della componente operativa, è così inutile o facilmente e semplicisticamente riducibile?? Basterà in futuro solo la struttura della protezione civile e delle organizzazioni di volontariato per assolvere tali gravosi compiti?? Credete di si?? Io non ne sono sicurissimo!!
4. Le funzioni strategiche di supporto tecnico-logistico ed operativo, specie alle operazioni fuori area oppure ai sofisticati sistemi di armamento delle Forze Armate, oggi svolte in maniera combinata tra militari e industria è opportuno, economico ed efficace trasferirle in “toto” a quest’ultima? E’ pagante ridurre tale componente militare, di tecnici altamente specializzati,?? Abbiamo pensato bene alle professionalità e competenze che si perderanno, per sempre, e ci siamo domandati se le ritroveremo allo stesso modo e prezzo sul “mercato” dove la stella polare è il profitto e non l’interesse generale dello Stato!!
5. Diceva qualcuno: “in guerra la metà di tutto è la fortuna” oltre a “alla lunga la spada viene vinta dallo spirito” .
Costui non era un verde pacifista dei nostri tempi ma un bellicoso generale….anzi il generale per antonomasia…….Napoleone. Ora se già a quel tempo emergevano tali pensieri mi domando perché mai nessun dubbio sfiori le menti di chi oggi spinge per una maggiore spesa per gli armamenti tradizionali ed il funzionamento a scapito della componente umana unica detentrice dello “spirito” inteso come intelligenza. Invito sommessamente costoro a leggere ed a prendere in considerazione anche altri pensatori che su scenari di guerra futuri hanno opinioni diverse da quelle tradizionali e forse più al passo con il tempo che stiamo vivendo.“Cyberwar” oppure “guerre finanziarie” come quella cui assistiamo in Europa in questi giorni difficilmente le vinceremo con carri armati, portaerei, caccia super tecnologici, tutti armamenti tradizionali costosissimi.Altri tagli e risparmi sono possibili anche sul versante immobiliare; perché non alienare e/o valorizzare vecchie caserme abbandonate, chiudere enti oramai inutili, puntare concretamente su un programma di vendita, agli attuali conduttori, degli alloggi che determinano più costi che ricavi e contenziosi infiniti magari destinando parte delle risorse così recuperate ad una nuova idea di politica alloggiativa per il personale più giovane e meno abbiente.Quindi perché privarci così a cuor leggero di risorse umane pregiate che invece potrebbero essere impegnate per coprire “nuovi spazi di Difesa” ove conta di più lo “spirito” umano??Se qualcuno ha dei dubbi veda un po’ cosa fanno gli Stati Uniti d’America sull’argomento. Detto dell’agnello sacrificale, nel “tacchino” invece identifico “il militare” che in ultima istanza subirà gli effetti del nuovo Modello di Difesa con tutte le sue positività o negatività.
Il tacchino militare non è una specie protetta, non può parlare, ne rappresentare o far rappresentare direttamente le proprie idee (è senza sindacato), le sue proposte, i suoi, dubbi, e sue perplessità sull’argomento. Non conta il suo giudizio!! Egli non è competente; cosa mai potrà sapere di concetti geopolitici, geostrategici, di “small defense”, di politica internazionale, di management, di processi e riforme strutturali, di termini come efficienza, efficacia, economicità, di programmi d’armamento, di interoperabilità, di visione “joint”, di forza bilanciata, di forza integrata, del cyberwarfare……e di tante altre cose.In realtà, forse dico forse, poco (siamo sicuri però??).Io di certo meno, moltissimo meno, di tantissimi ed autorevolissimi pensatori che ho letto ed ascoltato, proporre idee sul mondo della Difesa da qualche tempo a questa parte.E questo è sicuramente un bene….il dibattito è un segno di democrazia, segnala inoltre l’importanza dell’argomento, ed il fatto che la società civile e la politica finalmente ne parlino è una grande conquista. Ora come dicevo, io di sicuro non ho le giuste competenze su questi complessi argomenti, altri però dovrebbero ammettere, se non l’incompetenza come me, almeno in talune circostanze un “velato” conflitto d’interessi e la mancata “investitura popolare”, specie nel proporre soluzioni circa le questioni attinenti la riduzione del personale, la conservazione del posto di lavoro, la riqualificazione professionale ed il reinserimento nell’attività lavorativa. Questi argomenti sono, anche per legge, prerogativa delle Rappresentanze Militari!! E non mi si racconti della “favola ottocentesca” che il “Comandante” racchiude in se l’equilibrio, le capacità, le competenze ed il giusto “sentiment” per rappresentare le istanze del personale!! Son piene le fosse di buone intenzioni. Un esempio recente? Le promozioni bloccate economicamente per tutti i militari tranne che per i vertici!! E poi quando mai e perché un dirigente, anche militare, dovrebbe privilegiare una componente (quella umana) rispetto all’investimento ed al funzionamento compromettendo l’azione funzionale cui è stato preposto?? Non è neanche corretto, a guardar bene, chiederglielo. Quindi tocca a noi “Rappresentanze Sociali” parlare e spiegare le ragioni, le necessità, le paure, le pulsioni del personale che in questo momento è preoccupatissimo per queste continue esternazioni dei vertici istituzionali e politici per una ristrutturazione che si profila difficile e onerosa. Al tavolo nessuno ci ha invitato sin’ora a parlare di questo, di sicuro noi però faremo del tutto per dire la nostra, per portare in alto anche il punto di vista del “tacchino”!! Si, di quello che per tradizione deve essere cucinato in queste gloriose “feste di ristrutturazione”.
I tagli nel nuovo modello di difesa debbono, guarda caso, riguardare esclusivamente il personale che in ogni ristrutturazione che si rispetti è in esubero…!! E quale miglior tacchino di uno “uso ad obbedir tacendo…..”
Termino questa personale riflessione ponendo infine una domanda: chi è il premio Nobel che ha individuato nell’ormai famosissimo “trittico magico” 50/25/25 (personale / funzionamento / investimento) il perfetto equilibrio percentuale del Bilancio della Difesa di uno Stato?? Siccome di scienziato si deve trattare (altrimenti sono pensieri in libertà, magari eminentissimi, ma discutibilissimi) accanto al nome attendo una analisi strategica e una dimostrazione logico-matematica a supporto della tesi. Orbene credo che dovrò aspettare a lungo!!! Quel nome e quella dimostrazione tarderanno ad arrivare e caso maiMi auguro in conclusione, che la necessità di rivedere il modello di Difesa e renderlo meno costoso e più efficiente ed efficace sia la premessa per una discussione ampia e serena, aperta anche a chi come noi mena vanto di rappresentare il personale. Speriamo che al termine del processo coloro che son chiamati a decidere e che ora sembrano estromessi dalla discussione (Parlamentari) salvaguardino poi il “bene” più prezioso dell’organizzazione: “ il militare”.Discutiamo quindi pure di una Riforma del Modello di Difesa tenendo però in debito conto tutto quanto brevemente descritto ma soprattutto in gran considerazione il monito di un galantuomo già Ministro della Difesa (uno dei pochi ricordati con affetto) l’On.le Arturo PARISI: “….le Forze Armate sono la pre-condizione per l’esistenza dello Stato di diritto e per l’esercizio di ogni libera attività…..”. (Ten. Colonnello Bottacchiari Dr. Guido Presidente del Consiglio Centrale di Rappresentanza dell’A.M.*Presidente del Co.Ce.R. – A.M. X Mandato)

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Oil & Gas Infrastructure

Posted by fidest press agency su domenica, 18 dicembre 2011

“Security Market to Reach 29.16 Billion Dollars in 2011” According to New Visiongain Report “Oil & Gas Infrastructure Security Market to Reach 29.16 Billion Dollars in 2011”
London Over the next decade, global demand for oil & gas is set to rapidly increase as rising populations and economic growth help to drive the industry. This will create a need for additional oil & gas infrastructure to be constructed. At the same time, many countries around the world are currently facing a number of security challenges stemming from civil unrest, terrorist activities, and a competitive global market. Together, these factors will create substantial opportunities for companies involved in the oil & gas infrastructure security market as a range of products and services will be needed to protect both existing and future assets. Visiongain calculates the global oil & gas infrastructure security market to be worth $29.16bn in 2012.The oil & gas infrastructure security market covers all of the products and services provided to protect critical assets utilised in the upstream, midstream and downstream sectors of the industry. This can include fencing, sensors, CCTV, infra-red, and satellite surveillance, UAVs, security guards and patrol forces, as well as a range of technologies used for cyber and maritime security. This report offers an examination of the oil & gas infrastructure security market over the next decade, providing detailed market forecasts for each of the leading 15 national markets, plus the market for the rest of the world. The report also provides forecasts and analysis for the four sub-markets: perimeter security and surveillance, maritime security, access control, and cyber security, while the various drivers and restraints of the market are evaluated in order to provide readers with specific insights into the future direction of the industry and where the greatest opportunities are likely to be found.The Oil & Gas Infrastructure Security Market 2012-2022 report includes 138 tables and graphs quantifying the market in detail, and includes two original interviews with companies involved in the oil & gas infrastructure security market. In addition, the report provides a SWOT analysis of the strengths, weaknesses, opportunities and threats facing the market over the next ten years, and offers profiles of 38 of the leading companies involved in the oil & gas infrastructure security industry. The various drivers and restraints of the market are evaluated in order to provide readers with specific insights into the future direction of the oil & gas infrastructure security market.This visiongain energy report will be valuable to those already involved in the oil & gas infrastructure security market or to those wishing to enter this important market in the future.

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“Hear Freedom Ring”

Posted by fidest press agency su domenica, 18 dicembre 2011

La Jolla, California Rainband Records with great pride and passion announces the much anticipated release of its dynamic new single “Hear Freedom Ring”. This riveting song is now available on iTunes, Amazon, Rhapsody, CD Baby, and many other online music stores. This is a revolutionary song which transcends cultural boundaries and incorporates lyrics in such international languages as Farsi and Arabic! “Hear Freedom Ring” is an anthem not only for a world-wide revolution, but a distinctly Middle Eastern movement. It is a powerful melody that bespeaks to the victims and survivors of tyranny and uses music as a powerful instrument for social change in the Arab World. It actively promotes peace in chaotic mid-east countries desperately seeking transformation from dictatorship. Above all, this song was created to empower and uplift people and cultures that are denied real freedom. Created as a response to the horrific injustices witnessed in recent uprisings in the Near East, this song captivates its listeners with remarkably honest and soulful lyrics. It is sure to become a break-out hit all over the globe, with its melodic and skilled musicianship. This song could become a voice for our generation and an agent for international unity; inciting important political changes worldwide, exposing social injustices, and relying on technology (the internet) to transform cultural connections and interactions. This release also serves as a re-launch for the Rainband Records label, promoting an innovative 21st century approach to running a record and music publishing company. When Jim Stajdel started his label in 1996, downloads, MP3 files, Ipods, Itunes, and Facebook were nonexistent. Now, with the music industry undergoing its biggest technological transformation in history, Mr. Stajdel is seizing this perfect opportunity to utilize music in reuniting the world in its search for justice and freedom. Watch the Song on Youtube : http://www.youtube.com/watch?v=uENxHm3dUfs&feature=youtu.be “Hope has two beautiful daughters: Courage and Anger. Anger at the way things are and courage to make them the way they ought to be.”

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Early this morning, the last of our troops left Iraq

Posted by fidest press agency su domenica, 18 dicembre 2011

President Barack Obama addresses the House Dem...

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As we honor and reflect on the sacrifices that millions of men and women made for this war, I wanted to make sure you heard the news. Bringing this war to a responsible end was a cause that sparked many Americans to get involved in the political process for the first time. Today’s outcome is a reminder that we all have a stake in our country’s future, and a say in the direction we choose. (Barack Obama)

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Quali riforme in Italia e nel mondo?

Posted by fidest press agency su domenica, 18 dicembre 2011

Castello che veglia sul mare

Image by Marco Crupi Visual Artist via Flickr

Nella cultura occidentale di questi ultimi tempo sta facendo capolino sempre di più la convinzione che la civiltà cosiddetta capitalistica stia esaurendo il suo ruolo e che è opportuno un nuovo giro di boa. Le ragioni sono tante e non solo, quindi, di natura economica. E’ che stiamo toccando un punto di non ritorno per errori del passato e che fanno sentire forte la loro presenza ai giorni nostri. Pensiamo, ad esempio, alla natalità. Aver toccato e superata la soglia dei sette miliardi di abitanti è un dramma sociale da non sottovalutare. La logica del “crescete e prolificate” si sta ritorcendo contro gli stessi estimatori. Da parte mia, e da anni che lo sostengo, ritengo sbagliato ancorare il diritto alla vita senza impegnarsi a sostenere un altro diritto parimenti importante che è quello del diritto a vivere. Dimentichiamo troppo di frequente che dare la vita non è sufficiente e che abbisogna assicurarne la tenuta. Tutto questo se non vogliamo che decine di milioni di bambini ogni anno nel mondo muoiono di fame, per mancanza di cure e che più avanti nell’età vivano di stenti, di malattie debilitanti o che rabbiosamente si riscattano esercitando la violenza contro i loro simili nella logica fisica che uno spazio occupato da un corpo non può essere preso, contemporaneamente, da un altro. Significa così che chi vive deve industriarsi a far si che dal diritto alla vita si passi automaticamente al diritto a vivere garantendo al nuovo venuto il diritto ad alimentarsi, ad avere assistenza sanitaria adeguata, ad avere un’istruzione confacente, un lavoro e ad essere affrancato dalla povertà nella vecchiaia. Se avessimo percorso questo tragitto virtuoso di certo non saremmo oggi in sette miliardi e forse saremmo in uno o due miliardi, ma in compenso avremmo più risorse, meglio distribuite e minori conflitti tribali e arrampicatori sociali. Forse non avremmo il progresso tecnologico odierno, ma in compenso saremmo più tutelati e sereni. Ma oggi come dobbiamo fare per limitare i danni derivanti da questo eccesso di natalità? La risposta è culturale. Non si deve, infatti, insegnare ad avere figli come un bene assoluto ma ad averli responsabilmente per ciò che possiamo dare ad essi nel loro diritto a vivere. La risposta è religiosa perché la fede non deve ignorare la solidarietà generazionale e a rendersi conto che si può esprimere solo nell’offrire entrambi i diritti e non uno solo. La risposta è economica. La produzione dei beni non è regolata all’infinito perchè le risorse naturali e quelle di trasformazione o da laboratorio hanno un limite e sta a noi calibrarle con oculatezza. La risposta è etica. Dobbiamo rispettare l’essere umano e la natura che lo circonda come una parte di un tutto che merita considerazione in ogni sua componente grande o piccola che sia. La risposta è sanitaria. Dobbiamo sconfiggere la convinzione che la sofferenza è inevitabile e non un male da evitare. E che la farmacopea deve curare e non creare dipendenza o effetti collaterali debilitanti. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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In Italia ci vuole un “dittatore”

Posted by fidest press agency su domenica, 18 dicembre 2011

Image of former PM of Italy, Giulio Andreotti

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Scrivevo nel mio libro “Il dittatore”, alcuni anni fa, che questa figura, nell’antica Roma era rappresentata dallo stato di un magistrato che assumeva la pienezza dei poteri civili e militari. Successivamente, nel risorgimento italiano, tale parola si collegò al capo democratico al quale si attribuivano, sia pure per un breve periodo, tutti i poteri per facilitare il passaggio da un vecchio regime al nuovo fondato sulla libertà, l’indipendenza e l’unità. Dunque nell’accezione da me indicata niente lascia prefigurare un personaggio avvolto dal mito della violenza e della sopraffazione, ma, semmai, un uomo saggio, carismatico e rispettato da tutti che si caricava di un onere pubblico nell’interesse comune. Cercai, subito dopo, d’essere confortato da qualche esempio ricorrendo ai due nomi più vicini al mio tempo: Benito Mussolini e Giulio Andreotti. Entrambi ebbero il conforto elettorale, ma non si somigliarono di certo dal punto di vista dell’azione politica. Mussolini, infatti, trasbordò nel potere assoluto negando il valore della libertà e della democrazia mentre Andreotti restò nel sistema, lo assecondò e ne subì i rigori. Ciò, non di meno, esercitò un potere quasi autoritario ma con discrezione, praticamente in punta di piedi. E ora siamo all’ultimo in ordine di tempo: Silvio Berlusconi. Personaggio controverso, catapultato in politica più per necessità, per sostenere le sue aziende, che per convinzione. A questo punto possiamo meglio definire l’identikit di tutti e tre. L’ascesa al potere del primo fa favorita dal timore che il virus del comunismo potesse diffondersi in Italia minando gli interessi del mondo industriale vigente. Il secondo doveva fungere da garante per tutelare la tenuta dell’Italia nell’area occidentale dovendo competere con il più forte partito comunista al di qua della cortina di ferro. Questo spiega la necessità di stabilire buoni rapporti anche con i mafiosi pur di trovare anticomunisti sia convinti sia prezzolati. E Silvio Berlusconi? Anche lui fu favorito dai timori di una certa classe sociale timorosa che partiti troppo inclinati a sinistra potessero alterare gli equilibri di potere nazionali che dovevano, tra l’altro, essere gestiti in famiglia e lontani dagli occhi indiscreti delle luci della ribalta. Tutto ciò ha avuto un prezzo. Lo Stato si è indebitato inventandosi lavori inesistenti e che chiamiamo ammortizzatori sociali e che oggi, questi eccessi compresi i finanziamenti alle imprese a fondo perduto, vengono fatalmente al pettine con un debito pubblico da capogiro. Così mentre Andreotti doveva fungere da nume tutelare per evitare la presa del potere dalla valanga comunista, a Berlusconi è toccato il compito di addormentare le coscienze e a relegarle all’immobilismo. Ora ci vorrebbe un altro dittatore, ma di tutt’altra pasta, diciamo in chiave risorgimentale, carismatico e fondamentalmente democratico e consapevole che il suo compito è di breve durata e la mission quella di traghettare il paese verso le riforme strutturali e un nuovo rapporto di convivenza civile tra le diverse corporazioni che oggi tiranneggiano il paese e lo paralizzano con i loro veti incrociati. Ma questo “dittatore”, sia chiaro, non è Monti, non può esserlo. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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La politica screditata

Posted by fidest press agency su domenica, 18 dicembre 2011

Giulio Andreotti, Fukuda Takeo (福田赳夫), Jimmy C...

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Da alcuni anni a questa parte si sta facendo un gioco pericoloso. Mi riferisco al discredito che gettiamo sulla politica come se si trattasse del peggiore dei mali. Dovremmo incominciare a distinguere, innanzitutto, la politica dai politicanti e a renderci conto che una parte, per lo meno, dei mali che accusiamo e addebitiamo agli altri sono anche nostri. Se riproponessimo la storia e la cronaca italiana di questi ultimi anni, da quelli postumi la seconda guerra mondiale con una democrazia bloccata che ci costringeva ad avere solo una coalizione al potere senza possibilità di alternanza e che per garantire questa condizione si arrivò ad alterare il sistema Stato degenerandolo con una “allegra e permissiva” economia e dialogando con chi non si doveva, ci accorgeremmo che non pochi dei mali odierni risentono le conseguenze di quell’andazzo. Poi vi fu una data che avrebbe potuto segnare una svolta con la caduta, nel 1989, del muro di Berlino e il successivo dissolvimento dell’Urss, soprattutto nella sua accezione ideologica. Ma noi non la cogliemmo nel giusto verso, così come non ci rendemmo del tutto consapevoli dei cambiamenti in atto con la stagione di “mani pulite”. Il nostro massimo impegno fu, invece, quello di ristabilire lo status quo ante ricorrendo, semmai, alla logica gattopardesca del tutto cambiare per nulla cambiare. Così la Democrazia Cristiana divenne Forza Italia ma con un decadimento nelle risorse umane passando dai cavalli di razza del taglio di Moro, Fanfani, Andreotti ad un personaggio di altro genere che trasformò, da uomo di spettacolo, la politica in circo ambulante. E gli elettori ne furono incantati perchè, delusi dalla politica passata, pensarono che questa era l’autentica interpretazione da dare ai tempi nuovi. Fu un errore e ora ne paghiamo le conseguenze in tutti i sensi. Ma la goccia, in termini di credibilità, che sta facendo traboccare il vaso, è data proprio dall’agire di questo Parlamento che pur avendo una maggioranza per governare ha dovuto gettare la spugna e cercare un esecutivo fuori dalla politica, in una sorta di amministrazione controllata o, peggio ancora, ad avere un tutore come se si fosse alla presenza di un individuo intellettivamente incapace. Un discredito che, sondaggi alla mano, porta un terzo dell’elettorato a pronunciarsi per il non voto alle prossime politiche. Il rischio, alla fine, che si diffonda sempre di più la convinzione dell’inutilità del voto che riproporrebbe, aggravandola per giunta, l’incapacità dell’agire parlamentare. E’ chiaro che ci stiamo infilando in un vicolo cieco con una paralisi di sistema irreversibile. E’ chiaro che dobbiamo fare qualcosa, ma per essere efficaci occorre ricercare l’impegno corale in termini di voto e di valide rappresentanze. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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Manovra: la forza delle lobby

Posted by fidest press agency su domenica, 18 dicembre 2011

Occhio al governo Monti...

Image by Cau Napoli via Flickr

Editoriale Fidest. La recente manovra del Governo Monti, praticamente approvata da entrambi i rami del Parlamento, lascia un segno profondo sul percorso che l’ha portata a diventare legge di Stato. Lo è in quanto ha denotato la capacità delle corporazioni, alias lobby, alias interessi particolari e via di questo passo, di condizionare la vita stessa della società italiana e di spiegare l’immobilismo che l’ha distinta, in specie negli ultimi 20 anni. Quell’amara pillola che ci portiamo dietro, e passiamo da una generazione all’altra come se si trattasse di un “testimone” degno d’essere tramandato, si chiama “riforma strutturale” che non è solo legata ad una necessità contingente ma si rifà alle mutate condizioni del quadro internazionale e comunitario al quale ci colleghiamo in misura sempre più stretta. Ciò che deve renderci, innanzitutto, consapevoli, è che noi abbiamo accorciato “mentalmente” il nostro rapporto temporale. L’idea, ad esempio, calzante è quella della giustizia con processi che durano anche 8-10 anni, prima che la sentenza passi in giudicato. E’ una circostanza che non riusciamo ad accettare, perchè la riteniamo assurda, inconcepibile, controproducente e costosa, per altro. E se ponessimo mano non solo alla riforma della giustizia, da quella burocratica che la pervade, sino a calarci nel civile e nel penale nelle fasi istruttorie e giudicanti, ma espandessimo il nostro intervento alla previdenza, all’assistenza, alla scuola, alla difesa e alla gestione della cosa pubblica centrale e periferica ci accorgeremmo che al “fattore tempo” potremmo agevolmente associare risparmi gestionali significativi. Queste cose le scrivevo già 20 anni fa e col pensiero andavo ancora più indietro ritenendo che avevamo perso un’occasione magica per riformare il sistema Stato negli anni successivi la seconda guerra mondiale conciliandolo con la ricostruzione del Paese. Ma tant’è. Il passato è passato. E’ l’oggi che mi interessa e mi preoccupa, al tempo stesso. Allora scrissi, e riproponendo la mia idea non la ritengo del tutto peregrina, che l’Italia delle riforme potrà realizzarsi solo ad una condizione nella quale trovato l’uomo giusto e carismatico gli si lasci fare le riforme senza interferenze di sorta dandogli un anno di tempo. In questo frangente dovrebbero essere sospese tutte le prerogative parlamentari, politiche e persino costituzionali. D’altra parte non possiamo continuare a prenderci in giro oltre misura. Oggi non basta un governo di larghe intese. Non basta stravincere alle elezioni. Non basta procedere a piccoli passi e ad introdurre riforme parziali, limitate e privandole di una visione d’insieme. Occorre uno choc istituzionale. Un qualcosa di simile ad una guerra civile, ma questa volta intellettuale e non armata dalla violenza. Ci riusciremo? Non vorrei che ci pervenissimo troppo tardi, come è stato tremendamente tardi varare l’attuale governo Monti. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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