Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 250

Archive for 26 dicembre 2011

Appelli di fine anno

Posted by fidest press agency su lunedì, 26 dicembre 2011

Italiano: Cartolina postale - Buon Anno

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In queste ore che precedono la fine di un anno e l’inizio di un altro i personaggi del nostro tempo si stanno preparando ai discorsi di circostanza e già mi figuro la loro faccia rattristata nel descrivere l’anno che sta per concludersi con i guai che ci ha portati e, subito dopo, un volto più rasserenato nel descriverci un futuro migliore. E noi con loro a dolerci e a sorridere in salsa agrodolce. E’ un rituale che con il passare del tempo rigetto sempre con più forza tanto che già da qualche anno mi astengo dall’udire i loro discorsi a rete unificate per ampliare la diffusione del messaggio. Se io fossi il Presidente della repubblica italiana, ma il discorso varrebbe anche per gli altri personaggi della stessa taglia, mi asterrei dal parlare. Perché non posso accettare che si parli di sacrifici quanto a farli sono sempre i soliti. Non posso accettare che si parli di lavoro quanto sono milioni i disoccupati, i sottoccupati, i cassa integrati, i precari e i lavoratori in nero. Non posso accettare che si parli di giustizia se vi sono milioni di processi pendenti e che per farli passare in giudizio definitivo si va dagli otto ai tredici anni. Non posso accettare che si parli di rispetto della dignità umana se si permette a migliaia di carcerati di vivere in condizioni disperate e a milioni di italiani costretti ad una povertà estrema. Non posso accettare che una ristretta minoranza goda di grandi privilegi a spese di una maggioranza che si priva del necessario. Non posso permettere che l’assistenza sanitaria diventi sempre più un privilegio delle classi benestanti. Non posso permettere che la vecchiaia sia pagata al prezzo di rinunce e di umiliazioni. Non posso permettere questa ipocrisia di chi ha e se concede qualcosa è un’elemosina e non un atto dovuto. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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Giovani: un nuovo malessere

Posted by fidest press agency su lunedì, 26 dicembre 2011

Mappa della Terra di Lavoro

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Parto da un dato rilevato nei più recenti sondaggi d’opinione sul malessere giovanile. Mi limito, in questo caso solo ad un aspetto che riguarda la disaffezione dei giovani nei riguardi del lavoro. Non è, è bene precisarlo, un dato rilevante, statisticamente parlando, ma denota, a mio avviso, un “umore” che non va, in ogni caso, sottovalutato. Fatta questa doverosa premessa entro nel merito. Ciò che mi ha colpito è proprio quella percentuale che riguarda i giovani che non lavorano ma che nemmeno cercano lavoro. Sembra che essi, in qualche modo, vogliono “rivendicare” il disagio dei loro padri che, assillati dal bisogno, non guardavano tanto per il sottile l’impiego che si offriva loro, ma al tempo stesso non si sentivano realizzati. Nacque una disinteresse per ciò che si faceva che, in un certo, senso spiega il doppio lavoro, la scelta di un pensionamento precoce per fare qualcosa d’altro e più congeniale con ciò che avrebbero desiderato sin dall’inizio dell’avventura lavorativa. Il tutto risale agli anni successivi alla seconda guerra mondiale. Reduci che tornavano dal fronte, dalla prigionia, giovani che avevano lasciato uno studio, una professione, un mestiere e si sentivano catapultati in una realtà amara fatta di disoccupazione, di emarginazione, di povertà. Trovare un lavoro, un qualsiasi lavoro era per essi un imperativo. Nacquero così i cosiddetti “ammortizzatori sociali” enfiando i posti di lavoro che non c’erano, obbligando i giovani ad una ferma militare che spezzava in qualche modo il tempo per entrare nel mondo del lavoro e lo stesso accadeva per chi sceglieva di proseguire gli studi con i fuori corso universitari. Oggi la situazione si è capovolta. I posti di lavoro si riducono perché bisogna far quadrare i bilanci delle imprese pubbliche e private e non è più tollerato un eccesso di manodopera. Si pensò all’inizio che sarebbe bastato accelerare il turnover con le pensioni di anzianità e i prepensionamenti ma la soluzione mostrò subito i suoi limiti. Prima di tutto perché si dilatò il lavoro in nero (pensionati giovani in cerca di lavoro che non avevano bisogno di versare contributi previdenziali e che accettavano di buon grado tale condizione di “clandestinità” anche perché se l’avessero resa pubblica sarebbe stata penalizzata la loro rendita pensionistica). Secondariamente la cura dimagrante delle aziende non permetteva un assorbimento della nuova manodopera in condizioni di parità rispetto alle unità che andavano in pensione, ma con il solo aggravamento del bilancio dell’Inps che per pagare i pensionati aveva bisogno di nuovi contributi da parte di coloro che si immettevano in un’attività lavorativa. Con queste contraddizioni, con la logica capitalistica delle multinazionali che per moltiplicare i profitti insediano le loro attività produttive nei paesi dove è molto basso il costo della manodopera, con l’incapacità di chi ci governa e ci ha governati di mettere ordine alle politiche del lavoro e ad adottare provvedimenti ad hoc per scoraggiare il lavoro in nero, per assicurare una rete di comunicazioni e di trasporti capace d’offrire da contrappeso al maggior costo del lavoro, servizi tecnologicamente più qualificati e nel rapportare uno sviluppo del sistema paese omogeneo in tutte le sue aree. Ciò non è accaduto. La stessa scuola si sta privando della cultura come valore assoluto. E i giovani, a questo punto, cominciano a dubitare che il lavoro possa essere degno per una loro elevazione culturale e sociale essendo sempre più massificato a logiche opportunistiche di sfruttamento e ad interessi a loro estranei. E questa disaffezione ha oggi un terreno fertile per germinare se non si cambiano radicalmente le regole del gioco. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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Dov’è il buon governo?

Posted by fidest press agency su lunedì, 26 dicembre 2011

italia

Image by pynomoscato via Flickr

Da anni, oramai, l’Italia soffre di quel male oscuro che possiamo indicare nella mancanza di un governo che sappia essere virtuoso nell’esercizio del suo mandato. Si ha l’impressione che la stessa democrazia, che i nostri padri hanno costruito con tanta fatica e al prezzo di non poche vite immolate alla causa, oggi è messa in discussione. Si è voluta creare una condizione favorevole perché si possa favorire al meglio un rapporto tra la volontà popolare e chi è demandato ad amministrarla. Sulla carta tale condizione aveva tutte le premesse per funzionare al meglio. La fattispecie pratica non ha rilevato la validità di tale rapporto. Oggi abbiamo amministratori eletti in nome del popolo che si rivelano negatori del mandato ricevuto. Viene, praticamente, stabilito un nuovo primato che è quello di una riedizione, corretta e riveduta, ma fondamentalmente la stessa, di quando l’imperatore si serviva di vassalli, valvassori e valvassini per esercitare il suo potere e delegare le sue prepotenze ai servi della gleba. E quando gli umili si sono sentiti riscattati dalle rivoluzioni borghesi e hanno confidato su una cultura del consenso a più voci di fatto su sono rivisti respinti nel loro ghetto, sia pure con forme di trattamento più raffinate ma anche più sadiche, rispetto ai tempi passati.
Lo scoramento sta nella consapevolezza che non è la volontà di popolo che prevale ma è quella di una minoranza che si sente portatrice di un potere che va oltre il consenso democratico che pure sa imbrigliare volgendolo a proprio favore, per riconoscere che si può vivere solo in un modo che è quello dell’avere e non dell’essere.
E se vogliamo restare alla realtà odierna niente di più infausto è il governo che si è dato l’Italia dove l’esercizio del potere fa scempio della volontà popolare, la condiziona con martellanti messaggi mediatici, l’addormenta con una speranza di tempi migliori e umilia la politica rendendola uno strumento inutile e costoso.
Forse non ci rendiamo del tutto conto che stiamo perdendo del tutto la nostra libertà, che stiamo subendo l’attacco più proditorio e satanico dei poteri forti dove non domina la maggioranza di popolo ma una ristretta cerchia e che non esita a renderci consapevoli che non esiste libertà, giustizia e uguaglianza se non si appartiene alla schiera degli eletti, di quella minoranza che si rifà al 10% della popolazione mondiale. Gli altri sono tutti figli di una razza inferiore, a metà strada tra la scimmia e l’essere umano. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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Appello al popolo degli astensionisti

Posted by fidest press agency su lunedì, 26 dicembre 2011

Ejemplo de voto nulo. Típica papeleta para vot...

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I sondaggi d’opinione rilevano una costante negli umori dell’elettorato italiano che ruota intorno al 30% degli elettori che dichiarano di volersi astenere dall’andare al voto. Le motivazioni sono diverse e ritengo del tutto valide. Ma nello stesso tempo mi rendo conto che salire sull’Aventino come atto di sdegno e di sfiducia per ciò che i politici fanno e promettono con intenti menzogneri, è un atteggiamento suicida. Lo è in quanto non ci si astiene sconfiggendo la politica, ma favorendone i suoi oscuri disegni in quanto astensionisti o no è la politica che continua a fare il suo corso, se non peggio, essendosi privata di quel dissenso che l’avrebbe indebolita se non costretta a cambiare rotta. Non possiamo privarci di una possibilità che la democrazia, sia pure con molti se e ma, ci offre per esprimere i nostri sentimenti, condizionare il nostro dissenso o consenso e per lasciare tutto sommato un segno, un richiamo, un avvertimento, ma in forma attiva. Lo possiamo fare solo partecipando e non estraniandosi poiché votanti o no la politica continua a dominare la nostra vita quotidiana. Si tratta solo di capire come si può imbrigliare il sistema e a condizionarlo con il voto. Pensiamo alla proposta di votare i partiti minori, quelli che si sono mostrati più antisistema e che danno fastidio ai maggiori. Pensiamo alla proposta di chi vorrebbe la nascita del “partito degli astensionisti” (che vanno al voto, ovviamente) con propri candidati, ma con personalità del tutto nuove e con la possibilità di fare piazza pulita dei soliti noti. Non dimentichiamo che se solo i due terzi degli astensionisti andassero al voto e lo facessero in uno dei due modi indicati avremmo un partito del 20%, e forse più se trascinasse nel consenso anche gli indecisi, che avrebbe la forza di rappresentare l’ago della bilancia nel governo del Paese. Perchè dovremmo perdere questa occasione? D’altra parte la scelta delle candidature non dovrebbe essere un problema se ci guardiamo bene intorno e ci rendiamo conto che esistono persone giuste più di quanto non si possa credere e capaci di figurare con più efficacia e autorevolezza gli interessi generali del Paese. Meditate gente, meditate “astensionisti”. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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La “memoria” degli italiani

Posted by fidest press agency su lunedì, 26 dicembre 2011

Italiano: Lilli Gruber

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Giorni fa mi ha colpito un passaggio del discorso del giornalista Travaglio tenuto ad “Otto e mezzo” nel rispondere alla conduttrice Lilli Gruber riguardo il suo timore che gli italiani, dopo l’attuale buriana, si ritrovino con la riedizione del personaggio Berlusconi mondato dalla “cattiva fama” di questo governo tecnico e con la possibilità di promettere meno tasse e più prosperità per il popolo degli elettori. Non vi è dubbio che in tema di “memoria” i timori di Travaglio mi sembrano validi. Non è la prima volta che mi stupisco come il voto degli italiani abbia mostrato quasi indifferenza nei riguardi dei torti subiti, delle promesse mancate, delle umiliazioni subite. Anche di recente, pensando alle “malefatte” di questo governo e a quelle che ritengo più gravi del Pd, del Pdl e del terzo polo che hanno umiliato la volontà popolare non dando un governo politico al paese, pur essendo maggioranza schiacciante, e che hanno lasciato ad un governo tecnico di togliere le castagne dalla brace al suo posto e con la doppiezza di criticarlo in pubblico e di lodarlo in privato, mi sono sorpreso nel leggere i sondaggi d’opinione ancora favorevoli a questi stessi partiti. Qui non si è trattato tanto di “memoria lontana”, ma di “breve” anzi “brevissima” e, quindi, ancora più grave e preoccupante. Allora dissi che mi sarei aspettato un vero e proprio crollo di consensi con il Pd, il Pdl e il terzo polo ridotti nel complesso ad un misero 15% e quello che ora dico ad un 60% di astensionisti. Un’astensione che mi sarei prefigurata come forza di rinnovamento per la costruzione di un modello di governance politica fondata su altre basi e che avrebbe potuto scaricarsi in un voto o per i partiti minori e più contrari ai protagonisti dell’attuale inciucio o con la costituzione di un movimento che avesse come obiettivo la formazione di una classe politica nuova di zecca. Tutto questo non è avvenuto e mi chiedo, a questo punto, se è solo una questione di memoria. Allora pensai agli italiani “gnoccoloni”. E’ ancora valida questa ipotesi? (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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Scoprire e riflettere la verità

Posted by fidest press agency su lunedì, 26 dicembre 2011

Roma-bocca della verità

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Gli antichi romani la sapevano lunga allorchè affermavano: “veritas odium parit” (la verità genera odio). Detto ancora più realistico se lo rapportiamo ai fatti odierni. Scoprire e riflettere la verità che sappiamo è dentro e intorno a noi rischia di diventare un “delitto di lesa maestà” per chi l’ammanta di parole mielate, di abili mistificazioni. La menzogna diventa il frutto di una propaganda intesa come strumento di governo della popolazione secondo il ben oliato marchingegno che il popolo vada illuso, blandito, ingannato. Le notizie vanno plasmate, mondate dalla brutalità della verità, dalla buccia della riflessione, dalla scoperta del suo contenuto. Le notizie non devono inculcare valori e meno che mai dischiudere una forza organizzata, rafforzare le responsabilità, intravedere un cambiamento sociale. Le notizie devono essere Instrumentum regni per farle diventare una forza organizzata al governo per la sudditanza. E tutto questo affannarsi a paludare il rito della verità di enormi panni menzogneri diventa una forza per legittimare la costruzione del consenso fatto, per lo più, come negazione della realtà, come violenza da esercitare sui valori, sulla dignità e sul rispetto di se stessi. E la nostra cosiddetta civiltà ha anche esaltato un’altra parola: l’ipocrisia per abbeverare i più ingenui alla fonte dei dotti pedagoghi che predicano bene e razzolano male. Così si completa il quadro che fa della verità il peggiore dei mali, il più ricercato dalla giustizia, il male incurabile della nostra umanità, il pericolo pubblico numero uno. Alla fine della verità non vi sarà più traccia se non nei manicomi pieni dei predicatori di verità, la parola più folle del mondo. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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