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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 301

La vecchia politica

Posted by fidest press agency su domenica, 22 gennaio 2012

Prof. Mario_Monti

Image via Wikipedia

Non è un caso che Silvio Berlusconi abbia sentito il bisogno di tornare sulla scena politica dopo un lungo silenzio con un giudizio lapidario sul governo Monti, “la cura non ha dato alcun frutto”, e con un warning, “ci aspettiamo di essere richiamati”, lanciato al Quirinale ma anche agli italiani. Sull’altro fronte, Bersani è più cauto ma non manca di sottolineare i limiti dell’azione del governo. Non sappiamo se tutto questo sia il preludio di una riapertura del dossier “elezioni anticipate”, o la partenza lunga della campagna elettorale del 2013. Di sicuro è un campanello d’allarme per Mario Monti, ed è bene che come tale suoni alle orecchie del governo. Perché non c’è dubbio che la sua azione vada ritarata, sia in sede nazionale che europea. Società Aperta si è dichiarata favorevole al governo Monti fin dall’inizio, ha respinto al mittente le infondate accuse di illegittimità o di scarsa legittimità democratica ad esso rivolte, ha difeso il Capo dello Stato che dell’operazione di chiusura dell’esperienza Berlusconi e di nascita di un governo cosiddetto tecnico è stato l’assoluto protagonista. Per questo le preoccupazioni che intendiamo esprimere oggi non possono essere scambiate per critiche distruttive e preconcette. Ma non possiamo non dire che altre sono le strade che occorrerebbe battere. Questo è un governo nato sull’onda di una drammatica emergenza finanziaria, allorquando per l’Italia, completamente isolata in Europa, si cominciava a temere la deriva greca verso il default. E come baluardo a quella eventualità deve continuare a comportarsi. Sia perché quel pericolo non è scongiurato – per motivi prevalentemente europei, ma ciò ne diminuisce, anzi, l’incombenza su di noi – sia perché è utile al cammino di un governo privo di una propria base parlamentare la reiterazione del monito “chiunque ci metta i bastoni tra le ruote si assume la responsabilità davanti agli italiani di esporli al pericolo”. Era dunque legittimo attendersi una forte manovra economica che avesse la capacità sia di ridurre il principale motivo di debolezza che ci espone alla pressione dei mercati, l’eccesso di debito, sia di mettere in condizioni il sistema economico di rilanciarsi. Fronteggiando e minimizzando la recessione. Così non è stato. La “fase uno” si è tradotta in un intervento sul deficit che, a parte il buon intervento sulle pensioni, non risolve i nostri problemi di finanza pubblica così non risolsero tutti i tagli precedenti (575 miliardi negli ultimi 12 anni). E ora la “fase due” si riduce ad un intervento, utile ma relativamente marginale, sulle liberalizzazioni. Ma perché il governo dell’emergenza finanziaria, nato per evitarci il default, dovrebbe occuparsi di taxi e farmacie? Sia chiaro, è perfettamente legittimo che questo governo si occupi di liberalizzazioni, e sano per l’economia (asfittica) del Paese che esse si facciano. Ma ci si chiede se le questioni oggetto dei provvedimenti contenuti nel decreto, al di là che essi siano giusti o sbagliati nel merito, stiano o meno ai primi posti nella lista delle cose da fare. E se si considera che non c’è ancora all’ordine del giorno nulla che riguardi il tema cruciale della riduzione del debito – da cui dipende la nostra salvezza, sia per evitare la disfatta dell’euro sia, ancor più, nel caso che crolli tutto e si debba tornare alle monete nazionali – è difficile considerare prioritarie le liberalizzazioni, quale che esse siano. Mettiamola così: tanto la manovra per l’azzeramento del deficit, quanto le liberalizzazioni sono misure necessarie ma insufficienti. Nel primo caso, perché è il nostro problema è il debito, non il deficit, e nel secondo perché gli effetti delle liberalizzazioni non possono che essere lenti e a medio termine, mentre noi abbiamo bisogno di uscire dalla recessione al più presto. Occorre dunque far cassa mettendo in gioco patrimonio pubblico e privato, e con essa sia ridurre il debito sotto il 100% del pil sia fare investimenti in conto capitale per il rilancio dell’economia. Insomma, la priorità è la politica industriale. Magari partendo dalla tutela di quello (poco e sempre meno) che ci è rimasto. E invece sui nodi cruciali degli assetti del capitalismo non si è visto ancora nulla.Ma a preoccupare è anche un’altra questione: l’atteggiamento sull’Europa. In un’intervista al giornale tedesco Die Welt, il nostro presidente del consiglio sostiene un po’ arditamente che “non c’è nessuna crisi dell’euro” e che la situazione difficile che stiamo vivendo “non è la conseguenza di un difetto del modello europeo”, per poi trarre la conclusione che “non avremo mai gli Stati Uniti d’Europa, anche perché non ne abbiamo bisogno” e che l’Unione Europea basta e avanza. Non c’è bisogno di vedere nelle parole di Monti un tradimento dell’aspirazione unitaria dei padri fondatori dell’idea stessa di Europa per essere contrari, basta stare sul più banale terreno del pragmatismo per capire che il ragionamento di Monti inciampa. E che rischia di indurre l’Italia a commettere un errore esiziale.Ma partiamo dalla valutazione iniziale: la crisi non è europea. Ciò è vero se ci si riferisce alla crisi finanziaria scoppiata nell’estate del 2007 (mutui subprime), poi diventata nel 2008 crisi del sistema bancario (caso Lehman) e quindi recessione (2009). Quel disastro è nato negli Stati Uniti, ha colpe quasi esclusivamente americane e sulle sue cause ben poco rimedio è stato posto sia dall’amministrazione Obama sia dai vari vertici G8 e G20 che si sono succeduti. Ma è altrettanto vero che i timori dei mercati circa la non finanziabilità del debito denominato in euro nascono dal congenito difetto dell’eurosistema, quello di avere una moneta unica ma 17 economie diverse regolate da altrettanti stati sovrani. Certo, questa era la condizione dell’euro fin dal suo concepimento nel 2002 dopo un decennio di incubazione. Ma fintanto che le cose andavano bene, del problema si occupava solo qualche economista rompiscatole. Poi con la crisi e l’esplosione del debito, a metterlo in risalto ci ha pensato la speculazione. Che ha cominciato dalla Grecia, poi ha messo nel mirino Irlanda e Portogallo, quindi Spagna ma soprattutto Italia, ma avendo sempre come obiettivo l’euro. Ora, se la speculazione finanziaria internazionale scommette sulla tenuta dell’eurosistema, è difficile negare l’esistenza di una crisi. La quale c’è non fosse altro per l’esistenza stessa della pressione speculativa. E quando questa dura due anni e si fa così arrembante da costringere la Bce a emettere warning quotidiani e i leader europei a riunirsi in continui vertici d’emergenza, dire che il problema è americano appare un tantino fuori luogo.Ma la cosa più importante è che se si parte da una diagnosi sbagliata, non si può che arrivare ad una terapia sbagliata. E dire che di un governo federale sul modello degli Usa non c’è bisogno perché vanno bene gli strumenti di governance che l’Unione Europea si è data significa non aver capito quale risposta i mercati pretendono per togliere la pistola della speculazione dalla tempia dell’eurosistema. Il che rende questa operazione di trasferimento di sovranità dagli stati nazionali ad un governo europeo centrale direttamente eletto dai cittadini non un’utopia spinelliana, ma una ben più materiale necessità.Forse le parole di Monti hanno fatto piacere alla Merkel, ma certo non aiutano la formazione di una consapevolezza, prima, e di una volontà, poi, di quale sia il drammatico problema dell’Europa oggi e di come si possa risolverlo prima che sia troppo tardi. In tutti i casi, sarebbe bene che l’Italia finisca di distrarsi – presa com’è tra il risentimento collettivo verso il comandante Schettino e quello corporativo di taxisti e altre categorie – e cominci a discutere di un tema fondamentale per il nostro presente e per il nostro futuro come quello della moneta che abbiamo in tasca. Altrimenti, come ci hanno ricordato Berlusconi e Bersani, il “vecchio” torna a bussare alla porta…. (fonte redazione Terza repubblica)

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