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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 321

Archive for 12 febbraio 2012

Economia: La ricetta è la stessa

Posted by fidest press agency su domenica, 12 febbraio 2012

Mario Monti va negli Stati Uniti. Incontra Obama e i vertici della finanza e dell’economia americana. Li rassicura per ciò che il capitalismo si attende. Indica la misura degli interventi che lo tutelino nei suoi interressi primari, nei suoi profitti, e se ne fa garante. Ma ci siamo chiesti qual è il prezzo di tutto ciò? Un prezzo per essere chiari e franchi che nella sua tradizione il capitalismo ha fatto e continua a far pagare solo ai ceti più deboli. Ma sia chiaro. Non è una preconcetta opposizione, fine a se stessa, verso l’accrescimento della competitività dei sistemi paese, verso la sua piena apertura e una maggiore concorrenza. E’ che tutto questo lo si debba fare a spese delle aree economicamente e socialmente più esposte al rischio povertà. Significa che se emergenza è, se si riconosce una necessità che è quella di riformare per rendere i mercati più flessibili e in pari tempo più competitivi, occorre fare della crescita un’occasione per creare nuove risorse o opportunità lavorative e partire dal presupposto che è necessario in pari tempo un’equa ridistribuzione delle ricchezze che sviluppiamo. In altri termini se un paese cresce, se le macchine della produzione industriale vanno a pieno regime il fattore lavoro non va umiliato, rendendolo ai margini del profitto, ma esaltandolo. E occorre anche avere la capacità di saper crescere nel rispetto di regole condivise che attraversano il mondo del lavoro e del capitale e si fissano nella società civile poiché la perdita di potere non sta tanto nella debolezza di una economia quanto negli sprechi che essa produce nel corso d’opera. Ma la forza di un sistema dipende anche dal riconoscimento o meno dei valori che intendiamo fondanti quali il lavoro, la salute e, nel suo insieme il diritto alla vita e a vivere. Progresso significa sconfiggere la povertà, le malattie, le carestie,l’incapacità di disporre un’equa ridistribuzione delle risorse. L’essere umano va riabilitato per ciò che è e non per ciò che ha, e la natura che lo ospita con esso. Se questi principi acquistano valore noi possiamo dire di aver raggiunto un livello di maturità culturale, civile e sociale adeguato ai nuovi tempi. In caso contrario ritorneremo al lato oscuro delle nostre coscienza, al risveglio della barbarie. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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Fiscal compact

Posted by fidest press agency su domenica, 12 febbraio 2012

E’ il nuovo patto di bilancio che il Consiglio Europeo si è dato lo scorso 9 dicembre per ridefinire le regole di bilancio e gli impegni assunti dai governi dei paesi dell’area dell’euro con riferimento ai conti pubblici. Si intende, in questo modo, assicurare la sostenibilità di lungo periodo delle finanze pubbliche di quei paesi che avendo una moneta in comune non possono di certo gestirla senza darsi delle regole di salvaguardia per tutelare, sia le economie virtuose, sia per spronare quelle in difficoltà. E da qui lo spartiacque tra chi è stato inadempiente e stenta a rimettersi in regola come la Grecia e la “fascia grigia” dei paesi come l’Italia con un debito pubblico da capogiro e ancora la Spagna, il Portogallo e l’Irlanda. Ma questa invocata stabilità finanziaria per essere credibile non presenta sino ad oggi gli strumenti più idonei per renderla operativa. In altri termini quanto si parla di European Financial Stability Facility e del meccanismo europeo di stabilità siamo più propensi a crogiolarci intorno alle belle parole ma ci guardiamo bene dall’essere conseguenti. La verità è che se l’Eurolandia non si da delle regole comuni in fatto di fisco, di bilanci pubblici, di partecipazioni statali, di riforme strutturali audaci e ambiziose e di mercato del lavoro non sarà possibile esercitare un controllo rigoroso e comparativo adeguato. Questo dibattito oggi si trascina da una cancelleria all’altra dei vari governi interessati, ma non decolla. E’ che tutti, a bocce ferme, predicano bene, sollecitano riunioni dibattiti, incontri bilaterali o multilaterali, ma alla fine non pensano all’Europa come una sola anima ma cercano unicamente d’imporre una personale leadership per pensare ai propri casi a danno degli altri. Queste cose non sono capite negli U.S.A. Ecco il motivo dell’ambasceria del nostro presidente del consiglio Mario Monti per spiegare a quelli di Wall Street e della Casa Bianca che la barca europea ha un fasciame solido per reggere al mare mosso, anzi agitato, ma che abbisogna di tempo per digerire una logica di mercato più solidale e collaborativa in quanto non si tratta di essere primi della classe in casa propria ma di diventarlo in dimensione europea poiché la misura della propria capacità competitiva si calcola a livello di continente e non di singolo stato o di club per due o tre paesi. Oggi più che mai questa necessità diventa imperativa poiché dobbiamo avere a che fare con forti economie emergenti come quella asiatica ma anche Sud Americana. Costoro non perdono tempo per espandersi e potenziarsi. Siamo noi che non ci rendiamo conto che il fattore tempo non è dalla nostra parte e che dobbiamo agire in fretta. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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Le mie lettere a Monti

Posted by fidest press agency su domenica, 12 febbraio 2012

Prof. Mario_Monti

Image via Wikipedia

Giorni fa rispondendo ad una mia lettrice ho fatto riferimento ad una mia iniziativa che si è tradotta nello scrivere ben 15 lettere al presidente Monti sui temi di grande attualità e sul modo di pervenire alla crescita competitiva del sistema paese e alla possibilità d’indicare una via diversa ai soliti rimedi da manuale che un’economia capitalista ha scritto e riscritto nei suoi “testi sacri”. La prima domanda che mi sono posto è se la mia iniziativa non fosse un atto di arroganza e di presunzione considerato l’autorevolezza del mio interlocutore rispetto alle mie limitate conoscenze in materia di economia, di bilanci e quanto altro. Poi ho pensato agli esempi che la storia sottopone alla nostra riflessione riguardo personaggi che sono stati in grado d’indicare, tra la diffidenza di tanti, una strada nuova e dimostrare che si può imboccare e percorrerla con successo anche se non si è versati nella disciplina affrontata. Ecco perché non ho ceduto ai limiti che mi riconosco ma, semmai, ho sperato di non essermi imbattuto in colui che possa aver tratto dalla sua dottrina economica un rigido ed esclusivo simulacro. Intendo dire che il “modello capitalistico” che da tempo abbiamo affinato ed esaltato oggi presenta tutti i suoi limiti e se continuiamo ad accettarlo è perché siamo convinti che non vi è alternativa. Possiamo, invece, fare qualcosa di diverso, ma dovremmo anche avere l’apertura mentale per recepirne il messaggio e sperimentarne il percorso senza preclusioni ideologiche. E’ questa la sfida non da poco in quanto ci tocca esplorare un terreno sconosciuto e i timori possono essere tanti ma anche gli interessi e i privilegi acquisiti sono duri a morire.
Quindici lettere non sono di certo riassumibili in poche righe. Mi limito in questa circostanza ad indicare gli argomenti che a mio avviso sono più significativi.
Il primo in assoluto, se non altro per il dibattito che è in atto in queste ore, è quello del lavoro. Oggi la discussione sembra incentrarsi su tre punti cruciali: l’art. 18 indicato come la salvaguardia per il posto di lavoro, l’età pensionabile e il posto fisso. A mio avviso sono dei falsi problemi. Se noi partiamo dal riconoscere un diritto che è quello del lavoro, poiché è un imperativo che ci consente di vivere e di prosperare, allora dovremmo orientarci in modo diverso. Dovremmo partire dal presupposto che si debba stabilire con i lavoratori una regola che consenta loro ogni 10 anni di contributi di percepire una rendita pari al 20% della media retributiva percetta in detto periodo di tempo. Consideriamo i vantaggi di questo percorso che mette i lavoratori nella possibilità di avere una base, via via, sempre più consistente, economicamente parlando, per affrontare le variabili della vita (disoccupazione, riconversione del lavoro, corsi di aggiornamento e specializzazione, malattie invalidanti, ecc.). Da qui ci caliamo in un altro diritto: quello della salute. In proposito dobbiamo uscire dall’equivoco assistenza pubblica o privata. Se riconosciamo il primato della salute dobbiamo convenire che il problema sta a monte: la salute è un bene universale e la prevenzione universale a questo punto diventa un suo punto vitale. Anche qui abbiamo indicato una ricetta e spiegato come pervenirvi. Per il viatico migratorio un altro progetto è quello di consentire una crescita della ricchezza dei ceti meno abbienti, nelle aree depresse, con uno scambio di conoscenze con la costruzione delle cosiddette “cittadelle del sapere”. Altre soluzioni sono state indicale sul fronte delle questioni carcerarie, della sicurezza, della giustizia, della difesa, della lotta al lavoro in nero, dell’evasione fiscale, ecc. In tutto questo va precisato che non è tutta farina del mio sacco e che molti spunti sono venuti leggendo, partecipando, ascoltando quanto è stato detto e scritto in proposito, ma che hanno avuto scarsissima audience, per non dire nulla più per interessi partigiani che per intima convinzione. Convengo, quindi, che un modello di società nuova esiste già anche se i nostri occhi non riescono a riconoscerla per tale, abbagliati come siamo da interessi personali e corporativi. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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“Pan, dio della selva” di Roberto Malini

Posted by fidest press agency su domenica, 12 febbraio 2012

Pan, dio della selva è un libro che parla della vita e del suo mistero. Perché la vita in ogni sua forma è sacra ed è proprio questo che il ‘nostro’ Pan rappresenta. [James Hillman* in una lettera all’autore, 1999]
Nell’ideale immutabile di una vita semplice, pastorale, contadina o selvatica, a stretto contatto con il mondo vegetale e quello animale, l’uomo – devitalizzato dalla frenesia dei contatti sociali, dalla venalità dei gesti professionali, dal vuoto morale dell’esistenza nelle città – ha sempre creduto di riscoprire la propria anima antica, la sacralità della propria missione terrena, la propria fratellanza con gli altri esseri. Così si torna – anche nell’epoca dei culti digitali, del circolo globale della Rete e della Telefonia Mobile, dei viaggi nell’Universo Simulato – al Pantheon degli antichi dei e soprattutto al nume più vicino all’immagine reale del mondo e dell’uomo: Pan, il dio che Francesco Bacone identificò con la Natura stessa; il grande Pan con le sue leggi antiche, i suoi prodigi operati e perfezionati attraverso i cicli del tempo e i meccanismi evolutivi. Lo spirito di Pan e del suo corteggio sono lì, dove il loro corpo – il mondo fisico – è assente. Anzi, sono proprio l’assenza di Pan, la necessità di Pan e dei simboli contenuti nella sua fisicità che chiamano dal vacuum culturale e morale il viandante cerebrale, il pellegrino-utente che vaga nella ragnatela di incorporei spazi multidimensionali – ormai privo di punti di riferimento in un ambiente naturale che è minacciato dalle nuove energie distruttive – alla ricerca di un suo mistero perduto. Il mistero in cui l’essere mortale si riscopre indefinito e sperduto: un agglomerato di molecole e ipotesi in cerca di forma e senso. Le Ninfe (le parole), i satiri (i significati), Sileno (l’informazione), Apollo (la voce), Dioniso (la simbologia), la Grande Madre (l’arcano) e Pan (la sapienza) radunano e guidano verso l’eterna metamorfosi della realtà il gregge delle cose e delle creature viventi, impugnando scettri e bastoni pastorali, dettando l’armonia di ciò che è in esistenza e chiamando i dispersi con il fiato dei sacri strumenti musicali.
Ma questa umanità senza radici non percepisce che un’eco lontanissima, perché si è allontanata dall’ambiente delle origini e i simulacri di Pan e delle altre divinità che ha foggiato – a immagine virtuale del proprio ideale di sé – svilite nella loro inconoscibile maestà, non sono più rappresentativi del sacro. È un pantheon ricostruito a uso e consumo di cittadini stanchi della propria condotta di vita, delusi dalla mediocrità delle proprie leggi, incapaci di emozionarsi di fronte al prodotto delle proprie arti, paurosi solo davanti allo spettro della fine della propria illusione. Eh sì: siamo nell’Ellenismo Digitale. E allora andiamo, andiamo alla ricerca del mondo mitologico di Pan, il dio metà uomo e metà animale, che nasce e cresce prima della Storia. Gli artisti sciamani dell’età della pietra lo raffiguravano con rudimentali pennelli e bulini sulle pareti delle grandi grotte, da sempre e per sempre santuari naturali consacrati al nume capriforme dai popoli di montagna.
Signore degli animali, creatore itifallico di tutti gli esseri, Pan è identico agli egizi Ba-Neb-Djedet, Khnum e Ammone; al cananeo Baal; agli indiani Pasupati e Siva. Se le origini del dio si perdono nella notte della cultura umana, anche il vero significato del suo nome è un piccolo mistero. Venerato in Arcadia come Signore della selva e compagno della Grande Madre, Pan rappresenta il divino pastore che guida il ciclo della materia e l’evoluzione naturale della vita, secondo leggi assai spesso antitetiche a quelle che regolano la civiltà. Ecco perché appartengono alla liturgia del suo culto azioni che le norme morali dell’uomo civile condannano: ebbrezza, nudità, masturbazio- ne, efebofilia, prostituzione sacra, sadomasochismo, esibizionismo, bestialismo. Poderoso archetipo presente negli abissi dell’inconscio umano, il dio può suscitare il panico (timore irragionevole che da lui prende il nome), la demenza, l’isteria, la follia. Invocato con Ecate da maghi e stregoni quale sentinella dei mondi inferi, Pan è anche il dio delle arti occulte ed è proprio questo suo aspetto che indusse i Cristiani ad attribuire le sue fattezze al diavolo. Solo la poesia e la mu- sica possono parlare di Pan e della dimensione che scaturisce dal suo flauto prodigioso. Il fine della musica di Pan è quello di armonizzare l’universo e tutti gli esseri. Ma non solo quello, perché non bisogna dimenticare che oltre la musica di Pan – o meglio: prima e dopo il canto di Pan – c’è il grido di chi, invasato dal dio, apprende la prima parola della lingua divina. E non dice “madre” o “padre”. Emette un urlo che risuona agghiacciante come uno sfogo di follia alle orecchie di chi non è posseduto. I Greci chiamavano quell’urlo kraughé e lo ritenevano simile ora al verso del cane, ora a quello del corvo, ora a quello della capra. Una volta emesso quel suono, l’essere umano diventa Pan.
(James Hillman (1926-2011) è stato uno psicoanalista, saggista e filosofo statunitense, autore dell’opera “Saggio su Pan” (1972) http://www.librivivi.com/audiolibri/pan-dio-della-selva.html

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