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Sud-Sudan: preoccupazioni per la sicurezza dei rifugiati

Posted by fidest press agency su giovedì, 29 marzo 2012

Nuba woman of Sudan

Nuba woman of Sudan (Photo credit: Wikipedia)

I ciclici combattimenti nella contesa area di confine di Lake Jau alimentano la preoccupazione per la sicurezza dei rifugiati sudanesi nel vicino insediamento di Yida. L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) si dice ulteriormente allarmato per gli scontri avvenuti ieri tra gli eserciti nazionali di Sudan e Sud Sudan a Lake Jau e in altre aree di frontiera. L’Agenzia tiene regolari colloqui con i leader dei rifugiati sulla urgente necessità di un loro trasferimento al fine di evitare feriti tra una popolazione civile che ha già dovuto vivere notevoli traumi. In collaborazione con diversi partner l’UNHCR sta fornendo assistenza di base a oltre 16.000 rifugiati stabilitisi a Yida dopo essere fuggiti dalla violenza nella regione dei monti Nuba. L’Agenzia si occupa anche del sostegno alle famiglie vulnerabili. Nel mese di febbraio, inoltre, l’UNHCR ha svolto la registrazione completa della popolazione, oltre a una rilevazione in materia di nutrizione e una vasta campagna di vaccinazione contro il morbillo per i bambini rifugiati. Il Programma Alimentare Mondiale (PAM) distribuisce razioni di cibo standard, attraverso un canale di distribuzione ben funzionante. MSF e CARE si occupano poi dei servizi medici, mentre Samaritan Purse e il Comitato Internazionale della Croce Rossa (ICRC) provvedono alla fornitura di acqua potabile e ai sistemi igienico-sanitari. L’UNHCR ritiene che l’insediamento di Yida non sia sicuro per un soggiorno a lungo termine, a causa della sua vicinanza all’instabile area di confine. Anche le autorità sud-sudanesi – sia a livello centrale che locale – stanno esortando i leader dei rifugiati a spostarsi, in linea con le disposizioni della Convenzione sui rifugiati dell’OUA (oggi Unione Africana). In base all’articolo 2 della Convenzione infatti “per motivi di sicurezza, gli Stati d’asilo dovranno, per quanto possibile, sistemare i rifugiati ad una distanza ragionevole della frontiera del loro Paese di origine”. I leader dei rifugiati sostengono di voler restare vicino alle loro case sui monti Nuba e di essersi ormai adattati all’ambiente di Yida. Ma le minacce per la sicurezza sono una preoccupante realtà. Non è possibile ignorare che Yida è vicina a una zona pesantemente militarizzata, in cui combattimenti e bombardamenti si susseguono regolarmente. La stessa Yida è stata oggetto di un attacco aereo lo scorso novembre, quando i rifugiati sono stati costretti a fuggire nella boscaglia. In dicembre delle granate sono cadute vicino al campo. L’UNHCR teme che eventuali future esplosioni di violenza possano causare vittime tra i rifugiati. Finora 2.300 rifugiati sono stati trasferiti più a sud, nei più sicuri siti di Nyeel e Pariang. L’Agenzia sta fornendo loro cibo, acqua, alloggio, servizi igienici e cure mediche. I leader dei rifugiati hanno acconsentito a trasferire i bambini – riconoscendo le loro necessità di sicurezza e di un’istruzione regolare. Sono 1.500 gli studenti di scuola secondaria registrati per ricevere istruzione a Pariang, accompagnati da insegnanti e tutori rifugiati. Sono inoltre 450 i bambini rifugiati e locali che attualmente frequentano la scuola primaria a Nyel, dove le autorità hanno messo a disposizione terra da coltivare. Alle famiglie sono stati distribuiti sementi e utensili. Nello stato di Upper Nile, dove l’afflusso di rifugiati è continuo, le operazioni di trasferimento dalle aree di frontiera sono la routine. Circa 86.000 rifugiati sudanesi in fuga dagli attacchi nello stato di Blue Nile sono stati trasferiti nei più sicuri siti di Doro e Jammam. L’UNHCR svolge missioni di monitoraggio e si coordina con le autorità locali per individuare e trasferire i nuovi arrivati in questi insediamenti, dove possono ricevere assistenza umanitaria. Complessivamente al momento sono oltre 105.000 i rifugiati sudanesi provenienti dagli stati di Sud Kordofan e Blue Nile che hanno trovato asilo in Sud Sudan. Altri 30.000 sono fuggiti dal Blue Nile in Etiopia.

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