Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 338

Il lavoro non è una merce

Posted by fidest press agency su giovedì, 5 aprile 2012

Fra le tante considerazioni che in queste settimane si sono succedute intorno al tema della modifica dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori ve n’è una che individua la causa principale della non crescita, nell’impossibilità che hanno le imprese di licenziare. Si tratta di una affermazione che suscita non poche perplessità sia sul piano del merito economico che di quello dell’etica sociale soprattutto se si considera che è una lettura che va per la maggiore negli influenti ambienti politici e economici che condizionano la politica italiana. Infatti, il pensiero espresso, che appare comunque in perfetta sintonia con l’imperante ideologia “liberista” dei “cosiddetti mercati” pretende, tramite una sorta di “apriorismo economico”, di prendere dalla teoria le leggi di funzionamento del mercato e le cosiddette leggi dello sviluppo economico, senza confrontarsi con la realtà. Purtroppo non si può dimenticare che i frutti di questa ideologia, senza regole e controlli, li abbiamo pagati a caro prezzo in questi anni dal momento che è stata proprio questa totale “deregulation” a condurre le economie di mezzo mondo sull’orlo del baratro aprendo una crisi di cui si stenta a trovare una via d’uscita. Per chi ha vissuto e vive da vicino la realtà ed i problemi del mondo delle imprese sono ben altri e più urgenti, rispetto alla “libertà di licenziare” gli ostacoli che impediscono ad un investitore di rischiare in proprio per avviare un’impresa. Il primo ostacolo che pesa come un macigno sulla vita di tutto il Paese quindi anche sulle imprese, è un sistema fiscale che fa acqua da tutte le parti, dove l’elusione e l’evasione sono di proporzioni gigantesche (100 miliardi di euro l’anno) e dove sono i “furbi”a farla da padrone.
Il secondo ostacolo consiste nella presenza di una macchina pubblica e amministrativa complicata, obsoleta, molto costosa (perché spesso vi si annidano gravi inefficienze e privilegi enormi) che rende la vita difficile a chi vuole avviare o condurre una attività economica e che spesso mette in gravi crisi di liquidità specie le piccole medie imprese fornitrici degli Enti Pubblici praticando tempi di pagamento assurdi.
Il terzo ostacolo è costituito dai tempi biblici di una giustizia civile cui compete di assicurare un corretto funzionamento dei contratti e delle cause che possono nascere nel corso della vita economica, che non ha eguali fra i Paesi del mondo sviluppato (siamo agli ultimi posti di tutte le graduatorie).
Il quarto ostacolo nasce dalla perdurante corruzione, che spesso purtroppo coinvolge gli uomini pubblici, e che rappresenta un pesante onere-economico ma anche operativo per le imprese che credono di potersi confrontare con un mercato governato da regole certe di economicità e qualità mentre spesso devono fare i conti con forzature che lo rendono iniquo e poco trasparente. Il quinto ostacolo sono l’inadeguatezza, la carenza ed in certe aree l’arretratezza delle infrastrutture quali strade, ferrovie, reti informatiche che spesso influenzano i costi della gestione o alimentano le inefficienze produttive. La somma combinata di questi fattori è la determinante principale di un costo del lavoro retribuzione lorda + contributi previdenziali e sociali) altissimo, che sta alla base della minor produttività e competitività del fattore lavoro nel nostro Paese. Ma non è tutto. I fattori di cui sopra sono anche quelli che rendono il salario netto che i lavoratori percepiscono (retribuzione lorda – imposte sul reddito), quindi ciò che finisce effettivamente nelle loro tasche per vivere, tra i più bassi d’Europa, con evidenti ripercussioni sulla domanda globale e sull’impoverimento di quel ceto medio il cui benessere molti economisti ritengano sia il principale motore dei consumi (e quindi della crescita).
Alle perplessità di tipo economico che accompagnano una eventuale “liberalizzazione dei licenziamenti” si aggiungono pesanti perplessità di ordine etico-sociale che non possono essere sottovalutate da chi, prima fra tutti la politica, ha il dovere di orientare e guidare le scelte fondanti di una moderna convivenza civile. Già nel 1991, dopo il fallimento del collettivismo marxista, Giovanni Paolo II (nella enciclica “Centesimus Annus”) aveva messo in guardia nei confronti del rischio di un’idolatria del mercato che ignora l’esistenza di beni (come il lavoro), che, per loro natura, non sono né possono essere semplici merci. Più recentemente Benedetto XVI, nella sua enciclica “Caritas in Veritate” osserva che l’economia ha bisogno dell’etica per il suo corretto funzionamento, non di un’etica qualsiasi, bensì di un’etica amica della persona.
Credo pertanto che prima (o contestualmente) di por mano ad un giusto ed equilibrato ammodernamento del mercato del lavoro (ed a qualche aggiustamento dell’art. 18) sarebbe essenziale produrre riforme necessarie per rimuovere i pesanti macigni che da decenni gravano sul tessuto economico e sociale del nostro Paese. (Riccardo Biella) (Fonte: rilevato da Ciani Vittorio x l’Ufficio Documentazione Diocesi Piacenza-Bobbio.
autore Riccardo Biella)

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