Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 301

Archive for luglio 2012

La sapienza

Posted by fidest press agency su domenica, 29 luglio 2012

La sapienza carica l’uomo di alte dosi di divinità, ma, purtroppo, non lo monda da quella del bruto, dalle sue origini selvagge e dalla bestialità. Questo dualismo insegue l’uomo lungo tutto il percorso della sua esistenza sino ai giorni nostri e ne riserva una quota per i posteri. Dopo questo passaggio esistenziale il mito andò sempre più umanizzandosi. Si fece, poi, un vero e proprio miglioramento, ma nel frattempo passarono svariati secoli. Ed è questo quanto il mio interlocutore cercò di farmi capire quando si mise a scavare, con la potenza della sua eloquenza, i lontani sussulti di una cultura umana appena abbozzata e condensata nella sua essenzialità. Un passaggio che ritenne fondamentale per farmi intendere il cammino del mio simile fatto, com’è naturale, con i piedi ma guidati e animati a loro volta dalla mente che tutto sovrasta.

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Il valore metafisico della vita

Posted by fidest press agency su domenica, 29 luglio 2012

The philosopher Johann Gottlieb Fichte.

The philosopher Johann Gottlieb Fichte. (Photo credit: Wikipedia)

Forse l’unico freno inibitorio che ci porta a delimitare il danno dell’esclusione civile degli emarginati, o per meglio dire di coloro che noi vogliamo siano tali, è quello di non conoscere il domani che ci porta oltre la vita.
Tutte le volte, infatti, è l’ignoto a dominare. In tutti noi convive Alcesti che presa dalla paura della morte, nell’ora dell’agonia, con le pupille sbarrate, esclama: “Vedo la cimba, vedo; con la mano sul remo Caronte… già mi chiama…”
Osservava il filosofo Fichte: “Siamo in questo mondo tra due silenzi, il silenzio delle tombe e il silenzio delle stelle e questa solennità la popoliamo con la nostra discorde ed effimera loquacità. I più non ricordano neppure, anzi non si accorgono, dei grandi fatti che attraversano le nostre esistenze e le contaminiamo nelle ambigue vicende giornaliere, sottomettendosi a ciò che trovano sulla terra. Pochi sono gli eletti che conservano, anche nei più comuni e labili avvenimenti, l’esatta coscienza del valore metafisico della vita”.

 

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Italia: Deficit di leadership

Posted by fidest press agency su domenica, 29 luglio 2012

Giovanni Letta

Giovanni Letta (Photo credit: SinixLab)

La grossa fortuna di Berlusconi non è quella che noi tutti immaginiamo, anche se non è di certo una parte irrilevante come l’avere grandi risorse economiche ed essere il patron delle televisioni private italiane, tutt’altro, ma è di avere un uomo del taglio di Gianni Letta. Questo abruzzese ha raccolto la dote migliore della sua regione nell’essere fermo nelle sue idee ma un buon ascoltatore per quelle degli altri e .la capacità di sintesi che hanno permesso più volte di conciliare i pareri divergenti o di smussare quelli più spigolosi. Di certo Bruno Vespa, allorché ad una domanda precisa di un suo intervistatore, a fronte dei clamori della politica spettacolo che assordano i nostri uditi e annebbiano gli occhi, che gli ha chiesto se vi sarà lo spazio per un dialogo tra i partiti che non sia una rissa ma un modo civile di mettersi attorno a un tavolo, la sua risposta è stata, senza esitazione, affermativa e sotto sotto, c’è da scommetterci, pensava di certo a Letta. Questi è l’uomo giusto al posto giusto per compiere quel miracolo che ci possa permettere di traghettare la disastrata Italia verso un riparo meno precario. Un aiuto a Letta è venuto di certo dalla piccola incruenta rivoluzione compiuta, forse inconsapevolmente dagli italiani, che hanno di fatto penalizzato alcuni partiti della destra e della sinistra passando dal centro. Ma questo dialogo in pratica non si restringe a pochi soggetti ma tende semmai a ridimensionarne il peso e ad indurli alla ricerca d’intese che permettano loro di restare nel gioco. Abbiamo, tra l’altro, tre “grilli parlanti”, alquanto scavezzacolli, ma con trestili diversi. Ci riferiamo a Casini e a Di Pietro e a beppe grillo e che pur collocati in posizioni diverse danno spettacolo con le loro dichiarazioni. Casini non piace tanto agli italiani perché ci ricorda il primo della classe. Sempre puntuale a precisare, a saperla lunga su tutto, a indottrinare gli sprovveduti ascoltatori. Di Pietro, invece, sa tanto del ragazzo cresciuto in campagna, un po’ confuso e confusionario nell’esprimersi ma genuino nelle intenzioni e alla pari del suo “cugino abruzzese”,(Gianni Letta) da buon molisano, ha le sue convinzioni e le tiene ben salde. Nell’immaginario popolare restano, comunque, il “saputello” e “l’inquirente” che stempera la sua severità con un tocco di furbizia contadina. Completa il trittico Beppe Grillo, l’enfant prodige che da contemporaneo tribuno del popolo tuona nelle piazze d’Italia contro il malgoverno e fa alzare le sue quotazioni politiche in termini di consensi elettorali, come ci dicono i recenti sondaggi d’opinione.
Il tutto affonda in una logica tutta italiana, nella nostra storia passata vissuta sui compromessi e che oggi vanno, rivisti e riscritti se vogliamo uscire dal pantano in cui ci troviamo. Lo richiede l’elettore e i suoi segnali sono inequivocabili nonostante i suoi salti umorali. Lo richiede il mondo economico, finanziario, giudiziario e dei grand commis dello Stato, per quanto abbiano saputo avvantaggiarsi sino ad oggi colmando il vuoto che la politica aveva lasciato nella sua ingovernabilità e indecisione nell’assumere impegni precisi in politica economica, nel welfare, nel lavoro, nella giustizia e nella scuola, lo richiede la comunità internazionale che ha vincolato l’Italia a patti di stabilità e che con la moneta unica non si può permettere sbavature anche e solo da parte di uno dei suoi componenti. E riscrivere un patto per gli italiani guardando al futuro significa interpretare il sogno dei nostri padri per una società di uguali e votata alla solidarietà. Significa forse sentirsi meno furbi e meno inclini all’arte di arrangiarsi poiché non è con gli espedienti che riusciremo a testimoniare il nostro ideale di cultura e di civiltà di cui ne traiamo in ogni momento ispirazione guardando il nostro passato. (Riccardo Alfonso fidest@gmail.com)

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I partiti in Italia

Posted by fidest press agency su domenica, 29 luglio 2012

Bersani e Vergassola

Bersani e Vergassola (Photo credit: PD Cagliari)

L’Idv e i partiti dell’arco costituzionale sotto i raggi X. Nell’Italia del XXI secolo i partiti hanno assunto un significato particolare. Abbiamo, innanzitutto quelli a grande tradizione storico-culturale che ancora reggono la battuta e che vanno sotto il nome di PD già Ulivo e Margherita, di Rifondazione comunista e dei Comunisti italiani e che potremmo raggruppare nel simbolo chiamato “Arcobaleno” e di altre formazioni minori affini. Sull’altro versante regge la Fiamma tricolore tra quelli che si richiamano al fascismo e in forma più centrista la Destra nazionale e l’Udc ora Fli di Pierferdinando Casini, di Gianfranco Fini e Francesco Rutelli. Si sono poi aggiunti i partiti cosiddetti “padronali” che vanno dal Pdl già Forza Italia di Berlusconi a l’Idv di Di Pietro e tra i più piccoli il Partito pensionati di Carlo Fatuzzo. Se tralasciamo, per un momento, tutte le altre formazioni politiche e concentriamo la nostra attenzione sull’Idv (Italia dei valori) potremmo, come prima impressione paragonare tale movimento con quello dell’Uomo qualunque fondato 27 dicembre 1944 e diretto da Guglielmo Giannini. Lo scopo dell’ideatore era quello di dare voce alle opinioni dell’uomo della strada, contrario al regime dei partiti e ad ogni forma di statalizzazione. Se scremiamo quanto c’è di diverso tra l’opinione pubblica degli anni postbellici e l’attuale vi rileviamo diversi punti coincidenti. La stessa “alleanza” tra Grillo e Di Pietro e le rispettive esternazioni fanno, in qualche modo, il paio con il giornale di Giannini. Vi è anche un altro aspetto che ci fa riflettere. Di Pietro nelle ultime elezioni politiche si è avvicinato al 5% del consenso popolare e taluni politologi ritengono che possa aver raggiunto il massimo e che ora dobbiamo attenderci un suo inevitabile declino come lo è stato con l’exploit dell’Uomo qualunque. Ma Di Pietro che ha dalla sua “la furbizia contadina” già pensa ad invertire il pronostico entrando di prepotenza nel dibattito politico e proponendosi di continuo ai media avvalorando l’impressione che sia un “duro” sui principi e sui valori e che non accetti compromessi di alcun genere. Ha provato in due modi a raddoppiare virtualmente la consistenza del suo gruppetto di 42 parlamentari sia con la manifestazione popolare di Piazza Navona sia attivando un sito nel quale cerca di attrarre i tanti navigatori di internet dando spazio alle loro esternazioni. In questo modo si possono sentire più vicini alle istituzioni e poter fare, di conseguenza, un distinguo tra coloro che si rinserrano nelle loro campane di vetro del Palazzo e coloro che tengono la porta aperta anche se solo per l’accesso ad una delle sue anticamere. Oltre non si va. E’ la città proibita e resta tale. Ma i suoi avversari sono, sotto certi aspetti, più potenti. Il primo è Berlusconi e i suoi tentativi hanno una doppia funzione. La prima è quella di convincere Bersani e il Pd che se si vuole dialogare con il suo partito occorre isolare l’Idv e, in seconda battuta, pensa di convogliare la protesta su un terreno meno ostico come potrebbe essere il Fli. A sua volta Bersani alle prese con le tante anime del suo movimento ha bisogno di un raccordo che gli permetta di ridurre i distinguo sempre più insistenti e persino ostili che gli possono pervenire dalla sua stessa parte politica da Di Pietro alla sinistra diventata extraparlamentare. Tutti questi tatticismi sono, ovviamente, nella logica dei partiti che cercano una loro identità, di farsi una credibilità nei confronti dell’elettorato e di dimostrare che riescono meglio a interfacciarsi con l’opinione pubblica e a dare a essa la risposta giusta ai suoi bisogni. Fin qui l’immagine partito. Ma è sufficiente per cambiare il sistema paese e soprattutto nel contemperare la sua vocazione sociale e civile con le riforme che sappiano andare in difesa dei più deboli, in un’equa ridistribuzione delle risorse? Nutriamo in proposito forti dubbi. Oggi la partita che si gioca è di basso profilo. Si cerca da una parte d’addormentare l’opinione pubblica e, dall’altra, di distrarla su falsi problemi o con aperture riformiste solo verbali. Con questo andazzo il rischio maggiore può evidenziare una sfiducia diffusa per le istituzioni. In effetti il modello politico che si presenta rinnovato solo con un maquillage di facciata, ma con scarsi contenuti, non può reggere a lungo. Le riforme non possono attendere oltre ma nemmeno farle con la logica della “macelleria sociale” come si sta producendo Mario Monti con il solo fine di ingraziarsi la Merkel e il mondo finanziarfio e industriale tedesco ricacciando l’italia da paese industriale a società di consumi. Qui parliamo della filiera giustizia, del welfare, del lavoro, dell’assistenza sanitaria e previdenziale. Nel frattempo a subire il maggiore danno sono proprio quei partiti come Idv che proponendosi riformatori e non riuscendo nell’intento perdono, alla fine, la loro carica propulsiva. In parole povere diventano inutili e la prima avvisaglia l’abbiamo avuto con la sinistra arcobaleno. Che fare a questo punto? Credo che l’unica strada praticabile sia quella di unire le forze per una nuova costituente e per proporsi, tutti insieme, per un rinnovamento del sistema paese. Solo uniti si possono affrontare e tacitare i poteri forti, i clan del conservatorismo. Oggi hanno facile gioco mettendo sotto ricatto i partiti con l’arma del voto dato o tolto e che conduce all’impotenza, a non decidere e a lasciare le cose come sono. Alla fine le riforme non saranno perfette ma ci offriranno, per lo meno, la via di un cambiamento e la possibilità di migliorarle cammin facendo. Dobbiamo solo convincere i leader che questo è un passo obbligato se vogliamo salvare il salvabile e non rischiare di cadere nell’ingovernabilità o peggio. Riccardo Alfonso direttore del Centro studi della Fidest di educazione politica e sociale fidest@gmail.com)

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La questione meridionale

Posted by fidest press agency su martedì, 17 luglio 2012

English: . Italiano: Scudo di Carlo III, re di...

English: . Italiano: Scudo di Carlo III, re di Napoli e di Sicilia, per il Regno di Sicilia su una formella del portone del Duomo di Catania (1736). In basso la legenda CAROLO SEBASTIANO/ VTRIVSQVE SICILIÆ/ REGE (Carlo Sebastiano, Re della Sicilia Ulteriore) (Photo credit: Wikipedia)

La prima domanda che mi pongo è: da quando tempo ne parliamo? E ancora: Se è stata materia di tanti studi, di numerose e dotte concioni, frutto di corpose pubblicazioni, di polemiche e di riflessioni critiche che non hanno solo attraversato le piazze ma sono entrate nei Palazzi, nelle aule parlamentari e nei dibattiti privati, perché siamo ancora a parlarne? E se continuiamo a discuterne chi ci dice che tra dieci o venti o anche più anni altri dopo di noi riprenderanno questi stessi discorsi per la speranza di un rinnovamento che rimane tale e mai si acqueta? La Sicilia, in questo contesto, e il “sicilianismo” di tale impostazione, assume un aspetto cruciale in quanto da quest’isola è partita la scintilla, è nata la grande speranza di un rinnovamento, la convinzione che la diversità degli stadi di sviluppo, delle due Italie, all’atto dell’unificazione politica avrebbe attenuato la disparità e sconfitte le cause del divario sia istituzionale e politico sia economico e sociale. Non è stato così, ovviamente, ma il tempo dell’attesa ha raggiunto, oramai, un punto critico, ai limiti della rottura e non è possibile indugiare oltre. I siciliani sono rimasti troppo a lungo in attesa. Per quanto possa essere difficile stabilire l’inizio di questo disagio esistenziale di certo risale alla metà del XVIII secolo quando si inserì nelle regioni meridionali la dinastia dei Borboni e il Villari ci ricorda che “cominciarono a porsi alla coscienza politica e civile i temi del rinnovamento del Mezzogiorno. Allora cominciò a svilupparsi, dalla crisi e dalla disgregazione del regime feudale, quel complesso di rapporti che costituirono la base e la premessa del contributo meridionale al compimento della rivoluzione nazionale e insieme il fondamento storico della questione meridionale.” Iniziarono i tempi del risveglio. Ricordo, tra i tanti, il genovesiano Domenico Caracciolo. Egli tentò d’inserire nella vita siciliana i germi della libertà partendo da uno studio sistematico dei più perfezionati sistemi economici in vigore nell’Europa continentale. Egli ebbe il merito, a detta di Falzone, di “far conoscere al di fuori del breve cerchio degli uomini di cultura problemi economici e sociali siciliani in maniera viva e penetrante, nonostante le difficoltà delle condizioni culturali.” Non fu, ovviamente, un caso isolato. Ricordo, ad esempio, negli anni successivi le indagini del Genovesi, del Filangieri del Galiani fino alle grandi e sistematiche inchieste del Galanti. Fu, pertanto, costante oggetto di studio la condizione ambientale e geografica di quelle regioni che si innestava nella ricerca delle cause del suo immobilismo agrario (latifondo) e delle conseguenti condizioni di vita. A questo riguardo vale per tutti il giudizio dato dal Saraceno sull’agricoltura meridionale all’atto dell’unificazione del Regno: “… Espressione principale e notoria delle province meridionali era la posizione dell’agricoltura, che si presentava pressoché come la sola fonte di reddito; (…) quest’agricoltura era notevolmente più arretrata in confronto a quella della maggior parte degli stati italiani.” Tale notevole ristagno si registrò anche nelle attività economiche sia se connesse con la proprietà terriera sia con la produzione industriale e che tendeva, alla fine, con l’essere assimilata alle iniziative più tipicamente e limitatamente artigianali. “Un discorso a parte – rileva il Carrà – meriterebbe l’analisi della consistenza finanziaria e dell’aggravio fiscale del Regno. La questione interessò a diverso livello alcuni fra i più grandi meridionalisti, dal Franchetti al Jacini, che si occuparono prevalentemente della inefficacia delle provvidenze finanziarie in pro dell’agricoltura e ancora al Fortunato e al Pantaleoni che posero l’accento sul carico tributario considerato del tutto sproporzionato alle entrate delle varie parti d’Italia. Per il lucano Nitti l’unità era stata fatta a scapito delle regioni meridionali e tanto che prima dell’unità il regno di Napoli era quello che dal punto di vista finanziario si trovava in condizioni migliori degli altri. Questa poco lungimirante azione fiscale del nuovo Regno, insieme all’acquisto dei beni già demaniali e ecclesiastici avevano praticamente esaurito le risorse economiche del Meridione proprio in un momento in cui per l’abolizione delle tariffe doganali e per l’esigenza di un’economia agraria concorrenziale, sarebbe stata necessaria per tali ragioni una larga erogazione di capitali di facile concessione e di sostenibile costo. “La verità – lo sottolinea un statista e uomo di governo della levatura di un Nitti – è che l’Italia meridionale ha dato dal 1860 assai più di ogni parte d’Italia in rapporto alla sua ricchezza, che paga quanto non potrebbe pagare (…) che lo Stato ha speso per essa, per ogni cosa, assai meno.” Devo, quindi convenire, sul fatto, provato e ben documentato, che l’Unità d’Italia sia costata ai meridionali, e ai siciliani in particolare, più di quanto non si è verificato per le altre regioni italiane, compreso, ovviamente, il Piemonte e che, anzi, è stata la regione che ne ha tratto maggiori benefici. Questo sacrificio economico è stato ancora più grave proprio perché il Meridione aveva un bisogno crescente di solidarietà e di contributi per crescere e prosperare. Si maturò, invece, un cinico calcolo teso a lasciare il degrado, a scoraggiare lo sviluppo, a umiliare lo spirito delle menti forti per una crescita culturale diffusa delle regioni che dall’unità d’Italia avrebbero potuto cogliere la magica occasione di riprendere il loro cammino sul solco delle antiche e nobili tradizioni. Ma allo scorno si aggiunse la beffa con il passaggio dal Regno alla Repubblica. Si fecero, indubbiamente, dei passi avanti ma molto pochi in specie se li compariamo a quelli compiuti dalle regioni del Nord e del Centro Italia. Sarebbe bastato negli anni della ricostruzione post-bellica degli anni ’50 potenziare la rete intermodale dei trasporti per via terra, marittima e aerea. Sarebbe bastato potenziare l’agricoltura per rendere i suoi prodotti sempre più competitivi sui mercati nazionali e internazionali. Sarebbe bastato sviluppare il turismo e ad associarlo all’agriturismo e all’artigianato locale. Sarebbe bastato potenziare settori quali l’industria agro alimentare, casearia, vinicola e olearia. Sarebbero bastati più fatti e meno parole. Tutto questo privare il Meridione del suo progresso civile, economico e sociale oggi diventa ancora più amaro al cospetto di governi che si sono proclamati a più riprese sostenitori del meridionalismo, delle sue legittime aspettative e che hanno portato al governo delle massime cariche dello Stato, come a volerli indicare alla stregua di garanti, per poi servirsene da copertura per lasciare che i problemi rimanessero insoluti e con il tempo finissero con l’aggravarsi. Ma vi è anche un’altra aspetto da rilevare e che forse sfugge a una parte, almeno, dei siciliani. E’ che se la Sicilia in particolare e più in generale il Meridione è cresciuto è un merito di coloro che vi abitano con i loro sacrifici e il sudore delle loro fatiche e che lo stato ha solo fatto da spettatore se non peggio con l’esosità delle varie gabelle fiscali. A Napoli direbbero: “cornuti e mazziati”. Ora siamo qui per celebrare un altro rituale, l’ennesimo. Quella della protesta. Ma vorremmo che non restasse solo un rituale e che attraverso questo messaggio si risvegliassero le coscienze, Non vogliamo essere una minoranza. Non vogliamo essere catalogati come quelli che gridano al vento. Non vogliamo essere definiti dei nostalgici o peggio. Noi vorremmo che ai siciliani e ai meridionali restasse la consapevolezza di aver dato tanto e che è ora che lo stato riconoscesse i nostri crediti e facesse ammenda dei suoi errori. E che questo messaggio sia forte e chiaro e perché a partire dai politici di estrazione meridionale si capisse senza equivoci che “cà nisciuno è fesso” e la nostra pazienza non va scambiata con la stupidità e l’ingenuità ma con la saggezza di un popolo antico e che sa rispettare la nobiltà e la dignità che ne derivano. E la strada, a questo punto, si traduce, a mio avviso, solo in un messaggio da trasmettere soprattutto ai giovani, dalle scuole alla società civile perché vi sono siciliani e meridionali in genere che ci conducono a piccole e grandi cose ma è importante che nelle piccole come nelle grandi cose si sappia trarre un grande insegnamento con la forza della ragione, con la costanza della fede, con l’animo affrancato dalle debolezze umane. Viva la Sicilia e i siciliani. Viva il meridione e i Meridionali, viva l’Italia e che possa essere fatta di italiani con un solo campanile. (Riccardo Alfonso fidest@gmail.com)

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Gulf Air brings back popular ‘half miles’ redemption for Falconflyers

Posted by fidest press agency su martedì, 17 luglio 2012

Manama, Bahrain National carrier Gulf Air has brought back the popular ‘Half Miles’ redemption promotion for its Falconflyer members. Gulf Air Falconflyer members can travel anywhere on Gulf Air’s network by redeeming just 50% of the required miles from their accumulated miles. For instance, a Falconflyer member travelling economy class from Bahrain to any Gulf Air destination in Europe or Far East, need to redeem only 24000 miles as against the normal requirement of 48000. If a customer chooses to travel on Falcon Gold premium class, he needs to redeem only 48000 miles instead of the usual 96000 miles. By redeeming just 3000 miles as against 6000 a member can travel from Bahrain to any destination in GCC or Middle East on economy. To travel on Falcon Gold class a member needs only 6000 miles to redeem instead of 12000. “Our Falconflyer programme, re-launched last year with a whole new package of benefits, has witnessed tremendous response from our loyal members,” says Gulf Air Chief Commercial Officer, Mr. Karim Makhlouf. “The programme has been designed to offer unique incentives which are spread through the year so that our loyal members have flexible options to enjoy its benefits.” He added, “The ‘half miles’ redemption offer is one such incentive that became an instant hit when it was introduced. We have brought it back now to say a big ‘thank you’ to our valued customers for choosing to fly with Gulf Air.” “Our objective is simple; – no matter what your reason for travel is- business, holiday or a family get together- your Gulf Air Falconflyer membership earns you more miles as you fly and takes less miles to enjoy its benefits” Mr. Makhlouf concluded. The ‘half miles’ promotion is open now for redeeming and Falcon Flyer members can travel anytime between 20 July and 20 August 2012.
Gulf Air’s new loyalty program ‘Falconflyer’ is packed with privileges in all its three categories – Gold, Silver and Blue. From additional baggage allowances to enjoying the facilities at Falcon Gold lounges to earning double miles, the programme offers more advantages and benefits comparable to other loyalty programmes in the world. Other advantages of the programme include the best redemption rates and the best miles earning system for a premium class in the GCC and Middle East region, special online booking bonuses, a generous baggage allowance, three years miles validity, unlimited lounge access, priority baggage handling, and guaranteed seats among many other benefits that will make the traveling experience more enjoyable and rewarding. http://www.gulfair.com
Founded in 1950, Gulf Air is the proud national carrier of the Kingdom of Bahrain. As a pioneering airline in the Middle East region with over sixty years of experience and expertise in flying people across continents, Gulf Air is today one of the most powerful brands and a name to reckon with in the global aviation industry. One of the prime objectives of Gulf Air is to connect Bahrain to the Middle East countries and the rest of the world. As such the airline currently operates the largest network in the Middle East with non-stop flights while providing seamless onward connections to other international destinations. The airline’s current network stretches from Europe to Asia, connecting 50 cities in 31 countries, with a fleet of 36 aircraft.

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Voto: il pasticcio all’italiana

Posted by fidest press agency su mercoledì, 11 luglio 2012

English: SARDINIA. With Silvio Berlusconi. Рус...

English: SARDINIA. With Silvio Berlusconi. Русский: САРДИНИЯ. С Сильвио Берлускони. (Photo credit: Wikipedia)

La possibilità più gettonata sembra quella che tra dieci mesi si andrà a votare per le politiche. Nel frattempo avremo anche un altro voto, se le intenzioni del governatore della Sicilia non muteranno. Si parla di ottobre prossimo. Sarà interessante capire come i siciliani vorranno risolvere la complicata situazione che ha generato alleanze trasversali, sospetti di ingerenze mafiose, discutibili intrallazzi amministrativi e quanto altro.
Di certo non disponiamo della sfera di cristallo per capire, in entrambi i casi, cosa potrà accadere per quanto si tratti di un futuro non certo lontano. Questo perché se stiamo a quanto ci ammanniscono i media dobbiamo dedurre che la situazione è fluida, anzi fluidissima, e gli umori degli italiani sono più propensi per l’astensione dal voto che dal parteciparvi.
Partiamo proprio da qui per capirci qualcosa e se diamo per scontato della validità dei sondaggi d’opinione odierni le prospettive non sono certo rosee. Cosa ci dicono? Il dato più significativo è quello che tra astensionisti, schede bianche e nulle ci avviciniamo al 50% dell’elettorato. Se poi prendiamo il consenso ai partiti come il Pd al 25%, il Pdl al 21%, al Fli all’8%, i grillini al 18% e l’idv al 5% e vi aggiungiamo le dichiarazioni dei rispettivi leader tanto ostili ad alleanze precostituite dobbiamo incominciare con il dire che la vera differenza nel rapporto di forze la fa quel 50% che in qualche modo non si esprime. Ma fino a che punto? E se alla fine vi sarà un rientro, diciamo intorno al 15%, chi prediligeranno? E più del Pd è il Pdl a convincersi che saranno proprio loro i maggiori beneficiari. A questo punto la maggioranza espressa dai sondaggi al Pd non è poi del tutto scontata e con il premio di maggioranza la governabilità per il prossimo quinquennio del Pdl dovrebbe essere assicurata. Ma chi sarà il loro candidato alla presidenza del consiglio? Se stiamo al gioco delle tre carte, tanto caro a Berlusconi, e sulla falsariga di quanto ha fatto il suo amico Putin, Berlusconi potrebbe entrare nel governo come ministro (d’altra parte lo ha fatto lo stesso Andreotti) e affidare la presidenza del consiglio a Casini e a scegliere come presidente della Repubblica il suo fido collaboratore Gianni Letta. A questo punto il voto dato ai Grillini e anche ai leghisti di Maroni non solo verrebbero vanificati ma servirebbero, per lo più, ad indebolire il Pd. Cade, a questo punto, la nostra ipotesi che aveva visto nel movimento a 5 punte l’arma letale per sconfiggere il sistema e le cariatidi che si porta dietro.
Ancora una volta il Pd rischia di perdere la sua battaglia politica. Lo ha fatto negli anni ’90 allorchè come Ulivo non ha voluto regolarizzare il conflitto d’interessi favorendo di fatto Berlusconi. Lo sta facendo ora disinnescando le mine giudiziarie che pesano sulla testa di Berlusconi. E questi non poteva avere più avversario tanto “fedele” per i suoi interessi.
E se tutto questo mi dà tanto prepariamoci all’ennesimo trionfo dell’uomo di Arcore e ai suo intrattenimenti burlesque. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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