Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 301

Archive for 18 gennaio 2013

Catena alimentare e selezione della specie

Posted by fidest press agency su venerdì, 18 gennaio 2013

L’informazione sulla fame del mondo e delle condizioni di estrema povertà di tanto in tanto conquistano l’attenzione dei media e l’occasione permette a tutti noi di riandare ad un tema che è, e resta centrale, nella realtà quotidiana e dovrebbe indurci ad interventi più decisi e duraturi. Non è, purtroppo, così. La questione la suddividerei in due parti. La prima riguarda il contingente e le misure adottabili devono essere fondate sulla necessità di programmi alimentari che consentano di stimolare le popolazioni interessate a produrre in proprio con l’ausilio di tecnologie ad hoc. La seconda riguarda le ragioni della nostra esistenza e la capacità di sostentamento che ci permette di utilizzare le risorse in rapporto alla loro effettiva disponibilità. In altre parole la popolazione mondiale che si avvia sui set-te miliardi è eccessiva. Dobbiamo contenerla se non ridurla. Vi ostano pregiudizi di ogni genere, ovvia-mente. Eppure dobbiamo arrivarci. La natura ci insegna con la logica della “catena alimentare” e l’ecosistema si tutelano con la selezione naturale delle varie specie. Chi è, invece, al vertice di questa catena ha, da una parte, il vantaggio di non subire decimazioni da soggetti più forti e aggressivi, ma dall’altra subentra il rischio di un eccesso di pre-senze che finiscono con l’alterare l’equilibrio delle altre categorie e, in ultima analisi, di far collassare l’intero sistema. E’ di questi giorni la notizia, ad esempio, dell’aumento dei consumi dei prodotti ittici e il pericolo che essi possano provocare danni irre-versibili con la loro estinzione. Ma vi è anche un altro e più insidioso pericolo. Riguarda la selezione della specie. I più dotati, già oggi, si sentono una sorta di “casta privilegiata” e sanno concentrare a loro uso e consumo le grandi risorse della natura a svantaggio degli altri. Se tutto ciò diventasse “siste-ma” avremmo su sei miliardi di abitanti ben 4-5 miliardi di “paria” e restarvi, senza soluzione di continuità, contro i restanti che potrebbero assorbire quasi in toto le risorse energetiche ed alimentari esistenti. Se ponessimo quest’aspetto tra gli argo-menti di riflessione e di studio e senza caricarlo da condizionamenti di natura religiosa e di “sufficienza accademica”, forse riusciremmo a comprendere meglio ciò che siamo e ciò che possiamo essere nel presente e nel futuro se vogliamo offrire una conti-nuità genetica al nostro essere e divenire sulla terra o altrove. In alternativa resta solo l’homo homini lupus. (Riccardo Alfonso)

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I deputati spingono i ministri UE ad adottare la Garanzia per i giovani

Posted by fidest press agency su venerdì, 18 gennaio 2013

Il sistema della “Garanzia per i giovani”, disegnato affinché nessun giovane nell’UE rimanga senza un lavoro, un percorso d’istruzione o un tirocinio per più di quattro mesi, ha ricevuto il forte sostegno del Parlamento mercoledì. I deputati hanno votato una risoluzione che invita i ministri del lavoro dell’UE a trovare un accordo – entro febbraio – su una raccomandazione del Consiglio che preveda l’introduzione di questo sistema in tutti gli Stati membri.”Non cerchiamo di forzare la creazione di posti di lavoro, ma di mettere in moto degli strumenti che diano ai giovani una possibilità ed evitino di perdere una generazione”, ha detto la presidente della commissione occupazione Prevenche Berès (S&D, FR), nel dibattito di lunedì.L’obiettivo dei sistemi di “garanzia per i giovani”, si legge nella risoluzione, è assicurare a tutti i cittadini legalmente residenti nell’UE sotto i 25 anni di età e ai neolaureati under-30 una buona offerta di lavoro, un nuovo percorso di studi o un periodo di apprendistato entro quattro mesi dall’inizio della disoccupazione.La risoluzione è stata adottata con 546 voti a favore, 96 contrari e 28 astensioni.Il Parlamento ha già richiesto due volte l’adozione di questi sistemi e sostiene fermamente la proposta della Commissione europea per una raccomandazione del Consiglio per introdurre questi sistemi in tutti gli Stati membri.
I sistemi di garanzia per i giovani, sostengono i deputati, dovrebbero poter accedere ai finanziamenti europei, in particolare al Fondo sociale europeo (FSE), su cui si dovrebbe quindi concentrare il 25% dei fondi strutturali dell’UE.
Il Parlamento richiede inoltre alla Commissione di aiutare quegli Stati membri in difficoltà economiche, affinché tutti possano adottare la garanzia.
La disoccupazione giovanile nell’UE ha raggiunto una media del 23,7% nel novembre 2012. In Italia, il tasso dello stesso mese era del 37,1%, mentre in Paesi come la Grecia e la Spagna supera il 50%.

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Le nuove regole per le agenzie di rating confermate dal Parlamento europeo

Posted by fidest press agency su venerdì, 18 gennaio 2013

Nuove regole su quando e come le agenzie di notazione del credito possono emettere rating sul debito pubblico e sullo stato di salute finanziaria delle aziende private sono state approvate mercoledì. Secondo la nuova legislazione, le agenzie potranno emettere rating non richiesti sul debito sovrano solo in periodi specifici e per prevenire conflitti d’interessi, è fissato un tetto alle quote azionarie che le agenzie possono possedere negli enti di cui devono stilare la valutazione. È introdotta anche la possibilità per gli investitori di richiedere i danni per rating che si rivelano infondati e danneggiano i loro interessi. Le nuove regole sono state già concordate con il Consiglio.
Grazie ai deputati, le nuove norme migliorano la trasparenza dei rating introducendo l’obbligo per le agenzie di illustrare gli elementi chiave che le hanno portate a stabilire un rating e di astenersi da qualsiasi tentativo di influenzare le politiche nazionali. Date prestabilite per l’emissione di notazioni sul debito sovrano.
Rating non richiesti sul debito sovrano potranno essere pubblicati due o tre volte l’anno, in date stabilite in precedenza dalle stesse agenzie alla fine dell’anno precedente. Inoltre, questi rating potranno essere pubblicati solo dopo la chiusura dei mercati europei e almeno un’ora prima dell’apertura.
Gli investitori che basano le loro attività sui rating potranno citare in giudizio un’agenzia nel caso che la notazione emanata sia in contrasto con le nuove regole previste da questa legislazione, sia intenzionalmente sia per forte negligenza, indipendentemente dalla presenza di una relazione contrattuale fra le parti. Tali violazioni includono anche, a titolo di esempio, la pubblicazione di una notazione compromessa da un possibile conflitto d’interessi.
Per ridurre l’eccessivo affidamento sui rating, i deputati chiedono agli istituti di credito e a quelli privati d’investimento di sviluppare al loro interno le capacità per valutare il rischio creditizio. La Commissione europea dovrebbe inoltre considerare la possibilità di sviluppare delle linee guida europee.
Entro il 2020, nessuna legislazione europea dovrà più fare riferimento a rating esterni e le istituzioni finanziarie non saranno più obbligate a vendere automaticamente in caso di rating verso il basso.
Un’agenzia di notazione del credito dovrà astenersi dal pubblicare rating, o informare il pubblico sull’esistente conflitto d’interessi, nel caso in cui un azionista o un socio, in possesso di almeno il 10% dei diritti di voto, abbia investito nel soggetto valutato.Le nuove regole impediscono infine a qualsiasi persona di possedere più del 5% di diverse agenzie, salvo che queste non appartengano allo stesso gruppo.La relazione Domenici sul regolamento è stata adottata con 579 voti a favore, 58 contrari e 60 astensioni e quella sula direttiva con 599 voti a favore, 27 contrari e 68 astenuti.

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Obesità addominale e rischi

Posted by fidest press agency su venerdì, 18 gennaio 2013

Si sa che sia l’obesità addominale (circonferenza addominale > 102 cm nell’uomo e 88 cm nella donna) che il BMI sono associati all’ipertensione, al diabete, alla malattia cardiovascolare ed alla mortalità. Ma non è ancora chiaro se l’obesità addominale (probabilmente attraverso il meccanismo dell’insulino-resistenza, che sappiamo essere coinvolta nella patogenesi dell’ipertensione e dell’aterosclerosi) sia di per sé associata alle malattie cardiovascolari indipendentemente dal BMI. Il NHANES (US National Health and Nut rition Examination Survey) ha esaminato nel triennio 2007/2010 i dati di soggetti sopra i 18 anni (11.145 partecipanti) in relazione a obesità addominale, BMI e ipertensione, con i seguenti risultati: i soggetti con obesità addominale avevano il 50% di probabilità in più di essere ipertesi (OR 1.51, 95% IC 1.27-1.81) rispetto a quelli con circonferenza addominale normale. Dopo aggiustamento per le diverse covariate (età, genere, razza/etnia, livello di educazione, rapporto reddito/povertà, BMI, diabete, malattia cardiovascolare, fumo e attività fisica nel tempo libero) i soggetti:
con obesità addominale e BMI normale
con obesità addominale e BMI da sovrappeso
con obesità addominale e BMI da obesità
mostravano un’aumentata prevalenza di ipertensione quando confrontati con individui con normale BMI e senza obesità addominale (rispettivamente OR 1.81, 95% CI 1.28-2 .57; OR 1.87, 95% CI 1.55-2.25: OR 3.23, 95% CI 2.63-3.96). Vedi figura allegata. In conclusione, il NHANES conferma che l’obesità addominale è associata ad ipertensione indipendentemente dal BMI. Quindi, non solo il BMI, ma anche la circonferenza addominale (cioè entrambi) dovrebbero essere ricercati sistematicamente tra i fattori di rischio di ipertensione.
Ostchega Y et al. Am J Hypertens 2012; 25 (12) 1271-1278(fonte medicinalterna33)

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Rapporto insulina-glucosio modificato e diagnosi di insulinoma

Posted by fidest press agency su venerdì, 18 gennaio 2013

La Endocrine Society ha pochi anni fa confermato nelle linee guida per la diagnosi dei disturbi ipoglicemici quelli che debbono considerarsi i criteri biochimici appropriati per la diagnosi di insulinoma (Cryer PE et al. Evaluation and management of adult hypoglycemic disorders: an Endocrine Society Clinical Practice Guideline. J Clin Endocrinol Metab 2009; 94: 709):
glicemia < 3,1 mmol/L [<55 mg/dL]) elevata (o non soppressa) insulinemia (> 18 pmol/L)elevati livelli di C-peptide (> 0,2 nmol/L [> 0,61 ng/ml])
livello di proinsulina >5 pmol/L e concomitante soppressione del livello di acido idrossi-butirrico.
Tuttavia, le linee guida non specificano quanti di questi criteri devono essere soddisfatti per supportare la diagnosi biochimica di un insulinoma. Inoltre, l’accuratezza diagnostica può essere persa se “prevale” il valore del glucosio su quello della insulina, tanto che è prassi comune integrare i dati di laboratorio con il rapporto insulina – glucosio (insulina espressa in pmol/L / glucosio espresso in mmol/L) che per essere orientativo per diagnosi di insulinoma deve essere > 0.30. Un recente studio retrospettivo, che ha coinvolto 114 pazienti di due centri universitari tedeschi in follow up per un disturbo ipoglicemico, si è proposto di valutare se, tenendo conto che la cellula beta per concentrazioni di glucosio < alle 1.7 mmol/L secer ne una trascurabile quantità di insulina, modificando il rapporto in questo modo: insulina espressa in pmol/L / (glucosio espresso in mmol/L – 1,7 mmol/L), si potesse ottenere una maggiore resa diagnostica. Il range di normalità del modificato rapporto era di 53.6 o meno rispetto a quello “tradizionale” di 32 (pmol/L)/(mmol/L). Le valutazioni ematiche effettuate in questi pazienti sono state le seguenti: glucosio, insulina, C-peptide, e la versione modificata del rapporto insulina-glucosio, misurate durante ed alla sospensione di digiuni prolungati. Questi i risultati sintetizzati nella Figura acclusa: dei 114 pazienti che sono stati valutati, 49 hanno avuto la resezione chirurgica di insulinomi istologicamente confermati, mentre in 65 si è potuto escluderne la presenza; i pazienti con insul inoma, alla fine del digiuno prolungato, avevano livelli di glucosio inferiori e quote di insulina e C-peptide generalmente superiori rispetto ai pazienti di controllo, ma vi era una considerevole sovrapposizione. Invece utilizzando il cut off del rapporto insulina-glucosio modificato come sopra indicato è stato possibile identificare correttamente 48 dei 49 pazienti con insulinoma ed escludere la diagnosi in 64 dei 65 pazienti di controllo, con conseguente valore predittivo positivo di 0.98 (95% CI, 0.89-1.00) e negativo di 0.99 (CI, 0.92 – 1.00).
Nauck MA and Meier JJ. Diagnostic Accuracy of an “Amended” Insulin-Glucose Ratio for the Biochemical Diagnosis of Insulinomas. Ann Intern Med 2012;157(11): 767-775 (fonte medicinalterna33)

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Rapporto 2013 dell’American Heart Association su cardiopatie e stroke

Posted by fidest press agency su venerdì, 18 gennaio 2013

Ogni anno l’American Heart Association, insieme al Center for Disease Control and Prevention ed il National Institute of Health, pubblica i dati statistici raccolti negli Stati Uniti riguardanti le malattie cardio- e cerebro-vascolari ed i relativi fattori di rischio. Si tratta di un documento ricchissimo di dati, che costituisce un importante punto di riferimento per medici, ricercatori, gestori e manager della sanità, riportando indici di morbilità e mortalità, rischi, qualità delle cure, procedure mediche e interventistiche e costi complessivi. Di seguito viene riportata una breve sintesi dei dati presentati:
i fattori di rischio per mortalità cv nella popolazione americana sono costituiti dall’ipertensione arteriosa nel 40.6%, il fumo nel 13.7%, una alimentazione scorretta nel 13.2%, l’inattività fisica nel 11.9% e una iperglicemia nell’8.8% dei casi nonostante gli interventi promossi il 21.2% dei maschi ed il 17.5% delle donne americane di età superiore a 18 anni continua a fumare ed il 40.1% dei soggetti non fumatori nel 2007-2008 aveva livelli elevati di nicotina nel sangue per esposizione al fumo passivo (percentuali molto più basse in bambini e adolescenti) 1/3 degli adulti non pratica attività fisica nel tempo libero
negli anni si osserva un aumento di apporto calorico (carboidrati in particolare), per pasti più abbondanti ed assunzione di bevande zuccherate
la pr evalenza di sovrappeso ed obesità in età superiore a 20 anni è pari al 68.2% e tra 2 e 19 anni è del 31.8%
la prevalenza di colesterolemia > 240 mg/dL negli adulti sopra i 20 anni è del 13.8% il 33% degli adulti > 20 anni di ambo i sessi è iperteso (l’82% è consapevole di questa condizione, il 75% assume farmaci ma solo il 53% raggiunge il target previsto) la prevalenza di diabete noto nella popolazione adulta è dell’8.2%, con l’aggiunta del 4% di diabete misconosciuto e 39.2% di prediabete; il 34% della popolazione ha una sindrome metabolica (35.1% nei maschi e 32.6% nelle donne). Altri dati di notevole interesse riguardano i tassi di mortalità:
il tasso di mortalità per malattie cv è pari a 236.1 per 100.000, con valori più elevati nei maschi e nella razza negra, con una riduzione tra il 1999 ed il 2009 del 32.7% nel 2009 le malattie cv hanno determinato il 32.3% della morti totali; circa 2.150 soggetti muoiono giornalmente per malattie cv (1 ogni 40 secondi)
1 morte su 6 è correlata a malattia coronarica (nel 2009 n 386.324 decessi); ogni anno 635.000 americani sono ricoverati per un infarto cardiaco di nuova insorgenza o muoiono per cardiopatia ischemica (si registra 1 evento coronarico ogni 25 secondi e una morte coronarica ogni minuto) tra il 1999 ed il 2009 l’incidenza di stroke è diminuita del 36.9% e la conseguente mortalità del 23% (si registra 1 stroke ogni 40 secondi ed 1 su 19 decessi è attribuibile a tale patologia). Gli indicatori di qualità delle cure erogate ai pazienti ospedalizzati per cause cardiovascolari documentano una buona aderenza alle raccomandazioni contenute nelle linee guida. Tra il 2000 ed il 2010 gli interventi e le procedure per problemi cv sono aumentati del 28%, mentre i costi diretti ed indiretti per le malattie cv e stroke nel 2009 sono stimati essere pari a 312.6 miliardi di dollari (a fronte di 228 miliardi per le malattie tumorali).
Go AS et al. Heart Disease and Stroke Statistics-2013 Update. A Report From the American Heart Association. Circulation 2013 DOI: 10.1161/CIR.0b013e31828124ad
(fonte medicinalterna33)

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French troops in Mali

Posted by fidest press agency su venerdì, 18 gennaio 2013

The Mali Empire at its height under Mansa Musa.

The Mali Empire at its height under Mansa Musa. (Photo credit: Wikipedia)

French troops are moving north Wednesday for their first major ground operation in Mali alongside Malian troops, in an attempt to stop rebels, believed to be associated with the terrorist group al-Queda, from dominating a region that some fear could become an extremist hot spot and a launching pad for terrorist attacks. The insurgents have moved north into southern Algeria, where they kidnapped several people including Japanese nationals as well as other foreigners. (Sources: BBC, AP, New York Times)

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Ricette e certificati: firma elettronica dovrà diventare digitale

Posted by fidest press agency su venerdì, 18 gennaio 2013

La semplice firma elettronica delle ricette mediche, ora generata dall’uso di Id e password, dovrà essere sostituita dalla firma digitale dello specialista prescrivente, secondo quando stabilito dalla Direttiva comunitaria del 20 dicembre 2012. Tale normativa, spiega una nota dell’Anorc, Associazione nazionale per operatori e responsabili della conservazione digitale, entra in contraddizione con quella italiana, la quale prevede che «il sistema per l’autenticazione dei medici, predisposto per l’utilizzo della piattaforma del Sistema di accoglienza centrale (Sac quello alla base anche della tessera sanitaria) e per la generazione di certificati di malattia e ricette mediche digitali si basi tramite la semplice digitazione di Id e password, con la conseguenza che il documento informatico costituente la prescrizione o la ricetta medica risulta provvisto della sola firma elettronica semplice, ai sensi dell’art. 21 del Codice dell’amministrazione digitale». Il rischio è di generare documenti non più validi, dal momento che, si legge nella nota, la nuova direttiva stabilisce che gli Stati membri provvedano a che le ricette contengano, tra gli altri dati previsti anche «la firma per l’identificazione dello specialista prescrivente» che deve necessariamente essere in «forma scritta o digitale in base al mezzo scelto per l’emissione della ricetta». Secondo Andrea Lisi, presidente di Anorc, la semplificazione e il contenimento della spesa pubblica in ambito sanitario, presentano «il paradosso di avallare la circolaz ione di documenti informatici che rappresentano prescrizioni mediche prive dello stesso valore giuridico e probatorio di quelle generate in forma cartacea, senza considerare le difficoltà per adeguare il sistema allo standard indicato ora dall’Unione».(fonte doctornews)

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Fimmg: poca informazione su generico, più facile scelta brand

Posted by fidest press agency su venerdì, 18 gennaio 2013

È la poca informazione da parte dei produttori di generici che non permette al medico di «approfondire bene la conoscenza di questi farmaci». È quanto sostenuto da Giacomo Milillo, segretario della Fimmg commentando sia i dati sulla quota di mercato del comparto (17%), sempre inferiore a quella degli Usa (80%) e della media europea (55%), sia la diffidenza dei medici e di pazienti rilevata da due recenti ricerche americane. «I produttori di farmaci generici non fanno molta inf ormazione» chiarisce Milillo «il medico non può quindi approfondire bene la conoscenza di questi farmaci e dei loro effetti collaterali che possono essere diversi, perché bisogna sempre ricordare che dire che sono equivalenti a quello con brand non significa dire che sono uguali». E aggiunge: «Il medico ha necessità di avere piena contezza di quello che ha prescritto, per questo alla fine è più facile che la scelta ricada su farmaci che già conosce». Obiezioni a cui Giorgio Foresti, presidente di Assogenerici risponde ribadendo che «se le case farmaceutiche produttrici di farmaci equivalenti vogliono continuare a vendere prodotti che costano mediamente il 60% in meno di quelli di marca, non potendo sacrificare la qualità devono per forza rinunciare a investire in ricerca, visto che le molecole che utilizzano sono state già scoperte, e in informazione medico scientifica», e invitan do i medici a prendere in considerazione la possibilità di «informarsi da soli». Secondo Foresti, la diffidenza dei pazienti è giustificabile dall’introduzione «un po’ forzosa giustificando la scelta soltanto con un risparmio economico, ma quella del medico no, anzi deve essere proprio lui a dissipare ogni timore prescrivendo sin da subito un farmaco generico laddove possibile». E conclude: «La norma della doppia dicitura in ricetta, principio attivo più eventualmente nome del farmaco, introdotta di recente da Balduzzi mi sembra giusta: è un primo passo per educare i cittadini».(fonte frarmacista33)

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Hybrid Heat Pumps Create New Opportunities in the Retrofit Sector

Posted by fidest press agency su venerdì, 18 gennaio 2013

Edinburgh, Scotland Heat pumps sales in Europe have flat-lined for the last few years. Hybrids – a combined electric air-source heat pump plus a gas boiler, will open up new opportunities, enabling electric heat pumps to compete with conventional gas boilers – a potentially huge market with 8 million installations per year across Europe. Hybrids also offer opportunities to decarbonise the off-gas grid sector (i.e. when combined with oil boilers).New in depth research on hybrid heat pumps by Delta-ee, which analyses the current market and outlook for hybrids, indicates that the best potential for hybrids with gas boilers lies in markets such as the UK, The Netherlands and Germany. Four of the five biggest boiler companies in Europe are already offering a hybrid, and there are already nearly 20 different hybrid products on the market. Sales could increase tenfold to 2020, from close to 10,000 per year across Europe today. Five reasons why hybrids will open up the residential on-gas retrofit market:
Customer economics: The upfront cost of a hybrid is significantly lower than for an electric heat pump alone. Further, where the heat pump works predominantly for space heating, and the boiler provides hot water, running cost savings can be achieved through hybrids compared to a boiler alone.
Consumer acceptance: Hybrids using a gas boiler could be far easier to sell to both customers and traditional heating installers than a pure heat pump – gas is familiar and trusted, particularly in gas-dominated markets like the Netherlands, UK and parts of Germany (as shown in Delta-ee’s report for ENA). Could re-naming the system from “hybrid heat pump” to “hybrid boiler” further increase appeal?
Retrofitability: A wide range of hybrid system designs fit with a wide range of building types. Emerging compact integrated products which may be able to directly replace combi boilers could open up mass market opportunities. Un-integrated products where the heat pump can be retrofitted to an existing boiler, open up new market opportunities to ‘up-sell’ existing heating systems.
Lower carbon than a boiler: Hybrids can play a role in decarbonising heat – by offering a lower carbon alternative to a gas or oil boiler, and potentially even saving carbon relative to a pure HP.
Reducing grid impact: ‘Smart’ operation of hybrids (the ability to switch away from electricity at peak times) increases electricity system flexibility & helps manage grid congestion. Therefore, hybrids reduce grid impact relative to full electrification. The value of hybrids to the electricity grid as we move towards a low carbon future could be immense.

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Lipoplasty Most Performed Procedure In Latest International Study

Posted by fidest press agency su venerdì, 18 gennaio 2013

Hanover The International Society of Aesthetic Plastic Surgery (ISAPS) has released the results of the third annual statistical analysis: Global Study of Aesthetic/Cosmetic Surgery Procedures Performed in 2011. The outcome is now posted on the ISAPS website. Comparative results of the 2010 and 2011 surveys are available at http://www.isaps.org/isaps-global-statistics.html.
The 2012 study invited approximately 20,000 plastic surgeons to participate. In addition, the American Society for Aesthetic Plastic Surgery (ASAPS) and the Brazilian Society of Plastic Surgery (SBCP) assisted with this year’s ISAPS study. Results are projected to reflect international statistics and are exclusively based on the estimated number of plastic surgeons in each country and the respondent sample.
Results reveal a hierarchy of countries with the most surgical and non-surgical aesthetic/cosmetic procedures performed by board certified (or the equivalent) plastic surgeons in 2011. Several summaries provided on the ISAPS website include tables showing the number of surgeons and procedures by country. Caution is urged when observing year‐to‐year comparisons, because studies such as this can experience substantial variances within specific procedures. The pool of responding physicians varies from year to year and the sample sizes for specific countries may significantly fluctuate between years.
Procedural Frequency Shows Modest Variation Lipoplasty remains the most performed procedure, representing 19.9% of total surgical procedures, while Botulinum Toxin Type A (Botox and Dysport) leads with 38.1% among non-surgical procedures. The popularity of surgical procedures varied by country. The United States, Brazil, China, Japan, and Italy ranked as the top five most dominant countries for surgical procedures.
Grand Totals The ISAPS surveyreports several important statistics with regard to the total number of board certified (or national equivalent) plastic surgeons practicing globally, estimated to be 32,000. These figures do not take into account surgical and non-surgical procedures performed by medical professionals and others who are not plastic surgeons.
Methodology Thesurvey was compiled, tabulated, and analyzed by Industry Insights, Inc. (www.industryinsights.com) an independent research firm based in Columbus, Ohio in the United States. The survey leader was Scott Hackworth, CPA and research analyst who has conducted various forms of research on trends in Aesthetic Plastic Surgery for over 15 years. Participants in the survey completed a two-page, English language questionnaire that focused on the number of surgical and non-surgical procedures they performed in 2011. Final figures have been projected to reflect international statistics and are based exclusively on the estimated number of plastic surgeons in each country. To aid in tallying the total number of plastic surgeons, representatives of National Societies provided the counts for over 90% of the 32,000 total estimated plastic surgeons. A formula was used to estimate numbers in non-reporting countries based on their Gross Domestic Product and Population.
Journalists Please Note: We appreciate your citing the ISAPS website, a non-commercial, information based, consumer service site, so that others may see full details of the ISAPS Worldwide Survey. http://www.isaps.org
The forty-three year old International Society of Aesthetic Plastic Surgery is the largest international society of individual plastic surgeons with 2,360 current members in 93 countries. Surgeons undergo a strict application process to determine their qualifications to join the society. The ISAPS mission is twofold: the continuing education of plastic surgeons in latest techniques in the field of aesthetic (cosmetic) surgery and medicine – and the promotion of patient safety.

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Micron Technology Amends Inotera Memories Joint Venture With Nanya Technology Corporation

Posted by fidest press agency su venerdì, 18 gennaio 2013

Boise, Idaho, Micron Technology, Inc. (Nasdaq:MU) today announced that it has entered into agreements with Nanya Technology Corporation to amend their joint venture relationship involving Inotera Memories, Inc., a leading Taiwanese DRAM memory manufacturer, and to amend their joint development arrangement. The new agreements are effective immediately.The amendments include a new supply agreement between Micron and Inotera pursuant to which Micron is transitioning to purchase all of Inotera’s manufacturing output, with Micron purchasing substantially all of such output beginning in early 2013. Under the prior agreements, Nanya and Micron were each generally obligated to purchase half of Inotera’s output. Commercial terms of the new supply agreement between Micron and Inotera have also changed. Under the new arrangement, Micron’s purchase price for Inotera output is market based as opposed to the former margin sharing arrangement.Additionally, Nanya will no longer participate in the DRAM technology joint development program with Micron, which was initiated when Micron and Nanya entered into the Inotera joint venture in 2008. Micron will also provide Nanya with a royalty-bearing technology license.Micron and Nanya collectively will continue to hold a majority of Inotera’s shares, with Nanya or its affiliated companies likely acquiring greater equity ownership over the next year. Micron and Nanya and their affiliates currently own approximately 40 percent and 29 percent, respectively, of Inotera’s outstanding shares.The agreements announced today do not change Micron’s previously announced fiscal second quarter 2013 estimates for DRAM production bit growth, research and development, estimated quarter to date average selling price (including forecasted product mix for the quarter) and cost per bit.
Micron Technology, Inc., is one of the world’s leading providers of advanced semiconductor solutions. Through its worldwide operations, Micron manufactures and markets a full range of DRAM, NAND and NOR flash memory, as well as other innovative memory technologies, packaging solutions and semiconductor systems for use in leading-edge computing, consumer, networking, embedded and mobile products. Micron’s common stock is traded on the NASDAQ under the MU symbol. To learn more about Micron Technology, Inc., visit http://www.micron.com.

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Church in Mali urges international help as crisis unfolds

Posted by fidest press agency su venerdì, 18 gennaio 2013

English: Bamako Cathedral, Mali

English: Bamako Cathedral, Mali (Photo credit: Wikipedia)

The president of Caritas Mali, Archbishop Jean Zerbo of Bamako, has asked for a humanitarian corridor to be opened in his war-torn country. He also appealed to the global Caritas network and the international community to help those affected by the conflict currently being fought. French and African troops are trying to prevent Islamic rebels who have taken control of northern Mali from advancing further. Archbishop Jean Zerbo of Bamako said, “A new period of suffering is beginning for the people of Mali. We would welcome support so that we can help the increasing number of displaced and refugees.” Reports say up to 400,000 people have fled their homes either to southern Mali or to neighbouring countries since the rebels began advancing from the north last year. Some 18 million people lived through a severe food crisis in the region last year. It is feared that influxes of refugees will deplete low food supplies in some countries.“People will increasingly need food, drinking water, hygiene kits, anti-malarials and other items to cover their basic needs as the situation worsens. Here we’re in the cold season, and it is also damp. This makes the humanitarian situation even more complicated,” says Archbishop Zerbo. Caritas Mali continues to work with Catholic Relief Services (a US member of the Caritas network) on development projects in unaffected areas and has been monitoring the situation. Insecurity means that it is extremely difficult for humanitarian agencies to operate. The Caritas office in Mopti has been closed for the past week because of intensive fighting in the surrounding area.French airstrikes started in the north of Mali a week ago. A ground offensive has now begun with the help of African troops. The UN says that at least 30,000 people have abandoned their homes over the past few days. A small percentage have gone to Niger, Burkina Faso and Mauritania. Ninety percent of those fleeing are women.

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La questione meridionale

Posted by fidest press agency su venerdì, 18 gennaio 2013

La prima domanda che mi pongo è: da quando tempo ne parliamo? E ancora: Se è stata materia di tanti studi, di numerose e dotte concioni, frutto di corpose pubblicazioni, di polemiche e di riflessioni critiche che non hanno solo attraversato le piazze ma sono entrate nei Palazzi, nelle aule parla-mentari e nei dibattiti privati, perché siamo ancora a parlarne? E se continuiamo a discuterne chi ci dice che tra dieci o venti o anche più anni altri dopo di noi riprenderanno questi stessi discorsi con la speranza di un rinnovamento che rimane tale e mai si acqueta?
La Sicilia, in questo contesto, e il “sicilia-nismo” di tale impostazione, assume un aspetto cruciale in quanto da quest’isola è partita la scintilla, è nata la grande speranza di un rinnovamento, la convinzione che la diversità degli stadi di sviluppo, delle due Italie, all’atto dell’unificazione politica avrebbe attenuato la disparità e sconfitte le cause del divario sia istituzionale e politico sia economico e sociale. Non è stato così, ovviamente, ma il tempo dell’attesa ha raggiunto, oramai, un punto critico, ai limiti della rottura, e non è possibile indugiare oltre. I siciliani sono rimasti troppo a lungo in attesa. Per quanto possa essere difficile stabilire l’inizio di questo disagio esistenziale di certo risale alla metà del XVIII secolo quando s’inserì nelle regioni meridionali la dinastia dei Borboni e il Villari ci ricorda che “cominciarono a porsi alla coscienza politica e civile i temi del rinnovamento del Mez-zogiorno”. Allora cominciò a svilupparsi, dalla crisi e dalla disgregazione del regime feudale, quel com-plesso di rapporti che costituirono la base e la premessa del contributo meridionale al compimento della rivoluzione nazionale e insieme il fondamento storico della questione meridionale.” Iniziarono i tempi del risveglio. Ricordo, tra i tanti, il genove-siano Domenico Caracciolo. Egli tentò d’inserire, nella vita siciliana, i germi della libertà partendo da uno studio sistematico dei più perfezionati sistemi economici in vigore nell’Europa continentale. Egli ebbe il merito, a detta di Falzone, di “far conoscere, al di fuori del breve cerchio degli uomini di cultura, problemi economici e sociali siciliani in maniera viva e penetrante, nonostante le difficoltà delle condizioni culturali.” Non fu, ovviamente, un caso isolato.
Ricordo, ad esempio, negli anni successivi, le indagini del Genovesi, del Filangieri del Galiani fino alle grandi e sistematiche inchieste del Galanti.
Fu, pertanto, costante oggetto di studio la condizione ambientale e geografica di quelle regioni che s’innestava nella ricerca delle cause del suo immobilismo agrario (latifondo) e delle conseguenti condizioni di vita. A questo riguardo vale per tutti il giudizio dato dal Saraceno sull’agricoltura meridionale all’atto dell’unificazione del Regno: “… Espres-sione principale e notoria delle province meridionali era la posizione dell’agricoltura, che si presentava pressoché come la sola fonte di reddito; (…) que-st’agricoltura era notevolmente più arretrata in confronto a quella della maggior parte degli stati italiani.” Tale notevole ristagno si registrò anche nelle attività economiche sia se connesse con la proprietà terriera sia con la produzione industriale e che tendeva, alla fine, con l’essere assimilata alle iniziative più tipicamente e limitatamente artigianali. “Un discorso a parte – rileva il Carrà – meriterebbe l’analisi della consistenza finanziaria e dell’aggravio fiscale del Regno”. La questione interessò a diverso livello alcuni fra i più grandi meridionalisti, dal Fran-chetti al Jacini, che si occuparono prevalentemente della inefficacia delle provvidenze finanziarie in pro dell’agricoltura e ancora al Fortunato e al Pantaleoni che posero l’accento sul carico tributario conside-rato del tutto sproporzionato alle entrate delle varie parti d’Italia. Per il lucano Nitti l’unità era stata fatta a scapito delle regioni meridionali e tanto che prima dell’unità il regno di Napoli era quello che dal punto di vista finanziario si trovava in condizioni migliori degli altri. Questa poco lungimirante azione fiscale del nuovo Regno, insieme all’acquisto dei beni già demaniali e ecclesiastici avevano praticamente esaurito le risorse economiche del Meridione proprio in un momento in cui per l’abolizione delle tariffe doganali e per l’esigenza di un’economia agraria concorrenziale, sarebbe stata necessaria, per tali ragioni, una larga erogazione di capitali di facile concessione e di sostenibile costo. “La verità – lo sottolinea uno statista e uomo di governo della levatura di un Nitti – è che l’Italia meridionale ha dato dal 1860 assai più di ogni parte d’Italia in rapporto alla sua ricchezza, che paga quanto non potrebbe pagare (…) che lo Stato ha speso per essa, per ogni cosa, assai meno.” Devo, quindi convenire, sul fatto, provato e ben documentato, che l’Unità d’Italia sia costata ai meridionali, e ai siciliani in particolare, più di quanto non si è verificato per le altre regioni italiane, compreso, ovviamente, il Piemonte e che, anzi, è stata la regione che ne ha tratto maggiori benefici. Questo sacrificio economico è stato ancora più grave per-ché il Meridione aveva un bisogno crescente di solidarietà e di contributi per crescere e prosperare. Si maturò, invece, un cinico calcolo teso a lasciare il degrado, a scoraggiare lo sviluppo, a umiliare lo spirito delle menti forti per una crescita culturale diffusa delle regioni che dall’unità d’Italia avrebbero potuto cogliere la magica occasione di riprendere il loro cammino sul solco delle antiche e nobili tradizioni. Allo scorno si aggiunse la beffa con il passaggio dal Regno alla Repubblica. Si fecero, indubbiamente, dei passi avanti ma molto pochi in specie se li compariamo a quelli compiuti dalle regioni del Nord e del Centro Italia. Sarebbe bastato negli anni della ricostruzione post-bellica degli anni ’50 potenziare la rete intermodale dei trasporti per via terra, marittima e aerea. Sarebbe bastato potenziare l’agricoltura per rendere i suoi prodotti sempre più competitivi sui mercati nazionali e internazionali. Sarebbe bastato sviluppare il turismo e a associarlo all’agriturismo e all’artigianato locale. Sarebbe ba-stato potenziare settori quali l’industria agro alimen-tare, casearia, vinicola e olearia. Sarebbero bastati più fatti e meno parole. Tutto questo privare il Meridione del suo progresso civile, economico e sociale oggi diventa ancora più amaro al cospetto di governi che si sono proclamati a più riprese sostenitori del meridionalismo, delle sue legittime aspettative e che hanno portato al governo delle massime cariche dello Stato, come a volerli indicare alla stregua di garanti, per poi servirsene da copertura per lasciare che i problemi rimanessero insoluti e con il tempo finissero con l’aggravarsi. Ma vi è anche un’altro aspetto da rilevare e che forse sfugge a una parte, almeno, dei siciliani. E’ che se la Sicilia, in particola-re e più in generale il Meridione, è cresciuta è un merito di coloro che vi abitano con i loro sacrifici e il sudore delle loro fatiche e che lo stato ha solo fatto da spettatore se non peggio con l’esosità delle varie gabelle fiscali. A Napoli direbbero: “cornuti e mazzia-ti”. Ora siamo qui per celebrare un altro rituale, l’ennesimo. Quella della protesta. Vorrei che non restasse solo un rituale e che attraverso questo messaggio si risvegliassero le coscienze, Non vogliamo essere una minoranza.
Non vorremmo essere catalogati come quelli che gridano al vento.
Non vogliamo essere definiti dei nostalgici o peggio.
Noi vorremmo che ai siciliani e ai meridionali restasse la consapevolezza di aver dato tanto e che è ora che lo stato riconoscesse i nostri crediti e facesse ammenda dei suoi errori. E che questo messaggio sia forte e chiaro a partire dai politici di estrazione meridionale. Vorrei che si capisse senza equivoci che “cà nisciuno è fesso” e la nostra pazienza non va scambiata con la stupidità e l’inge-nuità ma con la saggezza di un popolo antico e che sa rispettare la nobiltà e la dignità che ne derivano. E la strada, a questo punto, si traduce, a mio avviso, solo in un messaggio da trasmettere soprattutto ai giovani, dalle scuole alla società civile perché vi sono siciliani e meridionali in genere che ci condu-cono a piccole e grandi cose ma è importante che nelle piccole come nelle grandi cose si sappia trarre un grande insegnamento con la forza della ragione, con la costanza della fede, con l’animo affrancato dalle debolezze umane.
Viva la Sicilia e i siciliani. Viva il meridione e i Meridionali, viva l’Italia e che possa essere fatta di italiani con un solo campanile. (Riccardo Alfonso)

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La politica della rissa e della dialettica

Posted by fidest press agency su venerdì, 18 gennaio 2013

La necessità è di determinare una forte e costruttiva dialettica nei e tra i partiti che oggi compongono il quadro politico complessivo italiano. Le battute tra i politici, che più di frequente si stanno rincorrendo di questi tempi, hanno perso il loro patrimonio ideale e storico inteso a favorire l’indivi-duazione di quei valori fondanti in cui i cittadini si possono riconoscere. Ed è questo un grosso limite che rende un pessimo servizio al rispetto che si deve alla politica come banco di prova di un vivere comune dosando gli interessi di parte all’armonizzazione di quelli più generali. Il saper distinguere la politica delle piccole cose dai grandi temi della società non è un’impresa facile ma è necessario provarci per alzare il tono del rapporto politico all’interno e all’esterno dei rispettivi equilibri partitici.
Se questo è il quanto espresso dai nostri desiderati dobbiamo anche convincerci ad una più corretta ricostruzione del nostro passato e al senso che oggi dobbiamo dare di esso per comprendere meglio la missione-guida esercitata dai partiti nella loro continuità ideale storica. Solo se la strada è stata ben tracciata oggi è possibile affrontare con serenità, o se vogliamo con minore affanno, per giungere ad un assetto dell’intero sistema di funzioni pubbliche, alla conseguente riorganizzazione dell’apparato centrale dello Stato, alla nuova organiz-zazione del potere locale. In tutto ciò non vi sono meriti ascrivibili in assoluto a una parte politica rispetto a un’altra, quanto alla consapevolezza che, pur tenendo viva una dialettica politica a volte aspra ma pur sempre contenuta nell’alveo di un impegno e di una passione che non prescinda dai valori condivisi, sta proprio nel contributo di tutti, nelle loro diversità, il merito di veder crescere la democrazia e la civiltà di un popolo. (Riccardo Alfonso)

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Conoscere la storia

Posted by fidest press agency su venerdì, 18 gennaio 2013

il dibattito culturale italiano si è imbattuto sul come e cosa leggere della storia dell’umanità recente e remota che sia. Al riguardo mi viene in mente quanto osservava Giulio Andreotti quando rilevava: “nel libro di storia con cui studia-vamo al liceo, sembrava che il genere umano avesse fatto solo guerre”. Si parlava di solo guerre. “Quella dei 30 anni, la guerra di successione, dei cento anni e via gi questo passo”. Si riservava solo mezza pagina alla creazione della stampa ed altrettanto si scriveva per la macchina a vapore, mentre la storia dell’arte era considerata come un acces-sorio, come la ginnastica insomma, cinquanta minuti alla settimana e così via.” Lo stesso discorso vale per la politica vissuta: è qualcosa che riguarda solo i professionisti della politica, secondo una vulgata ricorrente nell’opinione pubblica. In effetti, è proprio l’assenza di una diffusa pratica politica l’aspetto più deteriore della nostra cultura popolare. Noi oggi, più che mai, dovremmo creare in modo particolare nei giovani, ma anche i non giovani, un minimo di base di orientamento politico. Non va dimenticato come siamo nati e come siamo stati formati. Siamo stati formati su due grandi indirizzi: uno è l’importanza del metodo democratico che non vuol dire soltanto il rispetto delle forme istituzionali, ma vuol dire una coscienza effettiva anche di una democrazia che se è tale non può che essere socialmente evolutiva. E sta proprio ai giovani, poiché chi è più avanti negli anni non l’ha fatto, cercare di porre riparo ai guasti provocati dallo sdoppiamento del concetto di demo-crazia che è stata praticata in modo virtuoso in patria e negata, ipocritamente, nei paesi del terzo mondo. A questo riguardo vi è, persino, un certo ritorno di fiamma facendo regredire la democrazia nei paesi più sviluppati avallando un interesse politico partigiano e di convenienze lobbistiche. Se dobbiamo fare dei giovani i nostri convinti continuatori è necessario che proprio ai giovani sia offerta sufficiente materia per la costruzione di un mondo più egualitario, più giusto nel rispetto dei diritti fondamentali di vita e di riguardo per il nostro simile ovunque alberghi, e che essi acquistino la consape-volezza che questo cammino vada intrapreso con quelle che sono le doti più caratteristiche e significative della politica. (Riccardo Alfonso)

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Cos’è la libertà?

Posted by fidest press agency su venerdì, 18 gennaio 2013

Spesso abbiamo equivocato intorno a questa parola. Abbiamo, a volte, esteso il concetto nella forma che più ci faceva comodo scegliendo la strada che ci ha portato a una libertà “personale” sovente conflittuale con quella del nostro vicino. Se-condo un concetto anglosassone la libertà dell’indi-viduo finisce là dove incomincia quella degli altri. Non è un modo per “imprigionare” la libertà ma per dare a essa una misura entro la quale far convivere tutti i vari segmenti di libertà che percorrono la retta comune di vita delle generazioni presenti in un dato momento storico della nostra esistenza. La libertà è come una misura che regge la sua dimensione solo se le conferiamo un attributo pluralista. In altri termini il concetto di libertà resta relativo se la vogliamo stimare nel suo significato più esaustivo.
E’ la somma di tutte le libertà che riusciamo a conferire a un popolo nel suo insieme e al genere umano nel suo complesso.
Libertà, quindi, individuali e collettive che s’intersecano e si completano a vicenda. E’ una sorta di libertà di vivere in una casa senza dimenticare il nostro vicino di porta e che la sua libertà è altrettanto importante quanto la nostra e rispettando quella altrui si rende un buon servizio alla propria.
Se questa “cultura della libertà” diventasse patrimonio di un insegnamento scolastico, di una pratica di vita coerente da parte degli adulti, noi ci troveremmo con l’idea di una libertà non travisata e, quel che è peggio, travisabile in senso pro domo mea.
Ed essere educati a questo genere di libertà-rispetto è un indubbio modo per crescere e far prosperare il senso della vita in comune. (Riccardo Alfonso)

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La coscienza dell’Unione europea

Posted by fidest press agency su venerdì, 18 gennaio 2013

English: Luxembourg Kirchberg, Quartier europé...

English: Luxembourg Kirchberg, Quartier européen Sud: Alcide De Gasperi Building, main entrance. Background: Hotel Novotel Kirchberg. Français : Luxembourg Kirchberg, Quartier européen Sud: Bêtiment Alcide De Gasperi, entrée principale. Arrière fond: l’hôtel Novotel. Lëtzebuergesch: Lëtzebuerg Kierchbierg, Europaquartier Süd: Alcide-De-Gasperi-Gebai, Haaptentrée. Hannen am Bild: den Hotel Novotel. (Photo credit: Wikipedia)

l processo di costruzione di un’identità europea e della sua sicurezza si può collocare dal secondo dopoguerra mondiale dalla funzione della Nato nel 1949 e che è proseguito con i Trattati di Roma del 1957 attraverso la Ceca nel 1951 e dalla Ced del 1952. Il tutto è partito dalla sua origine ideale nel voler dare una risposta alla storia nell’avviare il continente verso cammini nuovi. Nella scelta genuinamente europea, quella occidentale, due elementi hanno agito con grande coerenza: prima la paura verso una possibile azione di espansione dell’Urss e del comunismo di stampa sovietico e, secondo, la pietra angolare della riconciliazione franco-tedesca. Una coscienza, se stiamo alle parole pronunciate da De Gasperi nel suo memorabile discorso a Bruxelles il 20 novembre del 1948 che “libertà e giustizia sociale si difendono e si raggiungono solo in un clima di sicurezza e di pace.” Una scelta difficile che da allora a oggi non ha trovato nel Nord dell’Europa una comprensione convinta. Non dimentichiamo che il mercato comune dagli anni cinquanta sino alla fine degli anni settanta si sviluppava in funzione del Nord. Solo con l’am-pliamento graduale alla Grecia e poi alla Spagna e Portogallo si incominciò ad intravedere uno sposta-mento del fulcro europeo verso il Sud. Ma per molti versi l’Europa resta ancora di là delle Alpi e ciò non risulta positivo in quanto si teme un perdurare della difficoltà economica e della instabilità politica nel Sud Europa.(Riccardo Alfonso)

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