Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 30 n° 318

La questione meridionale

Posted by fidest press agency su venerdì, 18 gennaio 2013

La prima domanda che mi pongo è: da quando tempo ne parliamo? E ancora: Se è stata materia di tanti studi, di numerose e dotte concioni, frutto di corpose pubblicazioni, di polemiche e di riflessioni critiche che non hanno solo attraversato le piazze ma sono entrate nei Palazzi, nelle aule parla-mentari e nei dibattiti privati, perché siamo ancora a parlarne? E se continuiamo a discuterne chi ci dice che tra dieci o venti o anche più anni altri dopo di noi riprenderanno questi stessi discorsi con la speranza di un rinnovamento che rimane tale e mai si acqueta?
La Sicilia, in questo contesto, e il “sicilia-nismo” di tale impostazione, assume un aspetto cruciale in quanto da quest’isola è partita la scintilla, è nata la grande speranza di un rinnovamento, la convinzione che la diversità degli stadi di sviluppo, delle due Italie, all’atto dell’unificazione politica avrebbe attenuato la disparità e sconfitte le cause del divario sia istituzionale e politico sia economico e sociale. Non è stato così, ovviamente, ma il tempo dell’attesa ha raggiunto, oramai, un punto critico, ai limiti della rottura, e non è possibile indugiare oltre. I siciliani sono rimasti troppo a lungo in attesa. Per quanto possa essere difficile stabilire l’inizio di questo disagio esistenziale di certo risale alla metà del XVIII secolo quando s’inserì nelle regioni meridionali la dinastia dei Borboni e il Villari ci ricorda che “cominciarono a porsi alla coscienza politica e civile i temi del rinnovamento del Mez-zogiorno”. Allora cominciò a svilupparsi, dalla crisi e dalla disgregazione del regime feudale, quel com-plesso di rapporti che costituirono la base e la premessa del contributo meridionale al compimento della rivoluzione nazionale e insieme il fondamento storico della questione meridionale.” Iniziarono i tempi del risveglio. Ricordo, tra i tanti, il genove-siano Domenico Caracciolo. Egli tentò d’inserire, nella vita siciliana, i germi della libertà partendo da uno studio sistematico dei più perfezionati sistemi economici in vigore nell’Europa continentale. Egli ebbe il merito, a detta di Falzone, di “far conoscere, al di fuori del breve cerchio degli uomini di cultura, problemi economici e sociali siciliani in maniera viva e penetrante, nonostante le difficoltà delle condizioni culturali.” Non fu, ovviamente, un caso isolato.
Ricordo, ad esempio, negli anni successivi, le indagini del Genovesi, del Filangieri del Galiani fino alle grandi e sistematiche inchieste del Galanti.
Fu, pertanto, costante oggetto di studio la condizione ambientale e geografica di quelle regioni che s’innestava nella ricerca delle cause del suo immobilismo agrario (latifondo) e delle conseguenti condizioni di vita. A questo riguardo vale per tutti il giudizio dato dal Saraceno sull’agricoltura meridionale all’atto dell’unificazione del Regno: “… Espres-sione principale e notoria delle province meridionali era la posizione dell’agricoltura, che si presentava pressoché come la sola fonte di reddito; (…) que-st’agricoltura era notevolmente più arretrata in confronto a quella della maggior parte degli stati italiani.” Tale notevole ristagno si registrò anche nelle attività economiche sia se connesse con la proprietà terriera sia con la produzione industriale e che tendeva, alla fine, con l’essere assimilata alle iniziative più tipicamente e limitatamente artigianali. “Un discorso a parte – rileva il Carrà – meriterebbe l’analisi della consistenza finanziaria e dell’aggravio fiscale del Regno”. La questione interessò a diverso livello alcuni fra i più grandi meridionalisti, dal Fran-chetti al Jacini, che si occuparono prevalentemente della inefficacia delle provvidenze finanziarie in pro dell’agricoltura e ancora al Fortunato e al Pantaleoni che posero l’accento sul carico tributario conside-rato del tutto sproporzionato alle entrate delle varie parti d’Italia. Per il lucano Nitti l’unità era stata fatta a scapito delle regioni meridionali e tanto che prima dell’unità il regno di Napoli era quello che dal punto di vista finanziario si trovava in condizioni migliori degli altri. Questa poco lungimirante azione fiscale del nuovo Regno, insieme all’acquisto dei beni già demaniali e ecclesiastici avevano praticamente esaurito le risorse economiche del Meridione proprio in un momento in cui per l’abolizione delle tariffe doganali e per l’esigenza di un’economia agraria concorrenziale, sarebbe stata necessaria, per tali ragioni, una larga erogazione di capitali di facile concessione e di sostenibile costo. “La verità – lo sottolinea uno statista e uomo di governo della levatura di un Nitti – è che l’Italia meridionale ha dato dal 1860 assai più di ogni parte d’Italia in rapporto alla sua ricchezza, che paga quanto non potrebbe pagare (…) che lo Stato ha speso per essa, per ogni cosa, assai meno.” Devo, quindi convenire, sul fatto, provato e ben documentato, che l’Unità d’Italia sia costata ai meridionali, e ai siciliani in particolare, più di quanto non si è verificato per le altre regioni italiane, compreso, ovviamente, il Piemonte e che, anzi, è stata la regione che ne ha tratto maggiori benefici. Questo sacrificio economico è stato ancora più grave per-ché il Meridione aveva un bisogno crescente di solidarietà e di contributi per crescere e prosperare. Si maturò, invece, un cinico calcolo teso a lasciare il degrado, a scoraggiare lo sviluppo, a umiliare lo spirito delle menti forti per una crescita culturale diffusa delle regioni che dall’unità d’Italia avrebbero potuto cogliere la magica occasione di riprendere il loro cammino sul solco delle antiche e nobili tradizioni. Allo scorno si aggiunse la beffa con il passaggio dal Regno alla Repubblica. Si fecero, indubbiamente, dei passi avanti ma molto pochi in specie se li compariamo a quelli compiuti dalle regioni del Nord e del Centro Italia. Sarebbe bastato negli anni della ricostruzione post-bellica degli anni ’50 potenziare la rete intermodale dei trasporti per via terra, marittima e aerea. Sarebbe bastato potenziare l’agricoltura per rendere i suoi prodotti sempre più competitivi sui mercati nazionali e internazionali. Sarebbe bastato sviluppare il turismo e a associarlo all’agriturismo e all’artigianato locale. Sarebbe ba-stato potenziare settori quali l’industria agro alimen-tare, casearia, vinicola e olearia. Sarebbero bastati più fatti e meno parole. Tutto questo privare il Meridione del suo progresso civile, economico e sociale oggi diventa ancora più amaro al cospetto di governi che si sono proclamati a più riprese sostenitori del meridionalismo, delle sue legittime aspettative e che hanno portato al governo delle massime cariche dello Stato, come a volerli indicare alla stregua di garanti, per poi servirsene da copertura per lasciare che i problemi rimanessero insoluti e con il tempo finissero con l’aggravarsi. Ma vi è anche un’altro aspetto da rilevare e che forse sfugge a una parte, almeno, dei siciliani. E’ che se la Sicilia, in particola-re e più in generale il Meridione, è cresciuta è un merito di coloro che vi abitano con i loro sacrifici e il sudore delle loro fatiche e che lo stato ha solo fatto da spettatore se non peggio con l’esosità delle varie gabelle fiscali. A Napoli direbbero: “cornuti e mazzia-ti”. Ora siamo qui per celebrare un altro rituale, l’ennesimo. Quella della protesta. Vorrei che non restasse solo un rituale e che attraverso questo messaggio si risvegliassero le coscienze, Non vogliamo essere una minoranza.
Non vorremmo essere catalogati come quelli che gridano al vento.
Non vogliamo essere definiti dei nostalgici o peggio.
Noi vorremmo che ai siciliani e ai meridionali restasse la consapevolezza di aver dato tanto e che è ora che lo stato riconoscesse i nostri crediti e facesse ammenda dei suoi errori. E che questo messaggio sia forte e chiaro a partire dai politici di estrazione meridionale. Vorrei che si capisse senza equivoci che “cà nisciuno è fesso” e la nostra pazienza non va scambiata con la stupidità e l’inge-nuità ma con la saggezza di un popolo antico e che sa rispettare la nobiltà e la dignità che ne derivano. E la strada, a questo punto, si traduce, a mio avviso, solo in un messaggio da trasmettere soprattutto ai giovani, dalle scuole alla società civile perché vi sono siciliani e meridionali in genere che ci condu-cono a piccole e grandi cose ma è importante che nelle piccole come nelle grandi cose si sappia trarre un grande insegnamento con la forza della ragione, con la costanza della fede, con l’animo affrancato dalle debolezze umane.
Viva la Sicilia e i siciliani. Viva il meridione e i Meridionali, viva l’Italia e che possa essere fatta di italiani con un solo campanile. (Riccardo Alfonso)

2 Risposte to “La questione meridionale”

  1. Maurizio said

    Nel complesso un’analisi ben condotta, peraltro con qualche pecca: infatti, taluni degli analisti citati, in particolare il Saraceno, partono da premesse a dir poco apodittiche: “agricoltura…sola fonte di reddito” è la più eclatante e non tanto perchè falsa in toto, tutt’altro, quanto perchè – more solito – decontestualizzata. Infatti, a parte l’evidente vantaggio naturale di una pianura come la padana, anche al Sud erano presenti aree di agricoltura moderna non inferiori a quelle migliori del Nord, in particolare Terra di Lavoro e la Conca d’oro. Nè si possono trascurare territori che, pur sfavoriti sotto l’aspetto idrogeologico, grazie ad una secolare opera di miglioramento, avevano già raggiunto interessanti livelli produttivi (oliveti pugliesi e calabresi).
    Il latifondo, questa bestia nera, aveva una sua logica in quelle colture cerealicole e boschive che, specie le prime, ancora non avevano conosciuto tecniche innovative per l’aumento della resa per ettaro. Al riguardo potrebbe essere interessante andare a rivedere la strombazzatissima, all’epoca, “battaglia del grano” di fascistica memoria che ottenne certi risultati solo battendo la strada dell’estensione colturale sino alle aree più marginali.
    Del pari non condivisibile l’esclusività dell’agricoltura come sola fonte di reddito. Infatti, premesso che l’Italia del 1860 non era un paese industriale nè al Nord nè al Sud, il censimento del dicembre 1861, organizzato dai nuovi “padroni” piemontesi e quindi non sospettabile di parzialità o nostalgie borboniche, mostra con chiarezza l’esistenza di un non trascurabile settore industriale, addirittura superiore, seppur di poco, a quello settentrionale.
    Di sicuro il polo metalmeccanico-cantieristico del napoletano non aveva equivalenti nel resto del Paese essendo quello di Genova all’incirca la metà.
    Ancora nel censimento del 1871 i dati degli addetti al settore industriale in diverse regioni del Sud, Campania e Calabria in particolare, mostrano livelli che oggi sarebbero considerati miracolosi. Si vedano le eloquenti tabelle statistiche nell’Atlante Storico del T.C.I., altra insospettabile fonte.

  2. Bisogna aggiungere ai commenti precedenti la pesca ed in particolare quella del tonno e relative aziende di trasformazione correlate.Una volta grande ricchezza e fonte di lavoro,è stata distrutta dalla pesca sportiva indiscriminata dei tonnetti che da decenni avviene nel mar Ligure.Si è cosi impedito la moltiplicazione e la crescita dei tonni che dovevano finire nelle tonnare siciliane.Colpevoli i nostri governanti che non hanno legiferato in merito,nè hanno preso accordi con il governo francese per regolamentare questa pesca scellerata.L’ unità d’ Italia ha anche nociuto gravemente sull’attività dei porti di Palermo e di Messina,spostando i loro fiorenti traffici nei porti del nord del nuovo stato.Altra causa di impoverimento è la mancata intensità della lotta alla mafia,che ha sempre taglieggiato le aziende del sud e quindi impedito il loro sviluppo, specie di quelle promettenti,alle quali imponeva soci obbligati,scoraggiando lo sviluppo delle buone iniziative.In ultimo è da considerare la rete stradale e ferroviaria ancor oggi scadente nel sud della nostra penisola,che rende troppo costoso il trasporto delle merci verso il nord e gli stati europei,facendo perdere ad esse la concorrenzialità.Purtroppo il nostro stato ha sempre avuto ministri miopi nei riguardi del meridione,che si sono limitati a fare assistenza anzicchè creare le condizioni adatte per un suo regolare sviluppo.

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