Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 335

I miei libri

Posted by fidest press agency su domenica, 2 giugno 2013

Riccardo Alfonso scrive:Ho titolato tre miei libri “l’Ultima Frontiera”. Si tratta, in effetti, della stessa pubblicazione alla quale sono seguiti due aggiornamenti.
Il testo, per la prima volta, ha visto la luce nel 1980 e si è rifatto alla storia della fisica e del costume degli anni ’70. I vari argomenti trattati sono stati desunti da una raccolta d ei miei saggi sul pensiero contemporaneo. Essi vennero, in parte, pubblicati sulla stampa locale e dall’altra restarono inediti. A loro volta furono completati e arricchiti, nel corso della trattazione, da numerosi richiami ai periodi precedenti e corredati da nutrite note bibliografiche. Ho anche deciso di mettere insieme una parte dei miei lavori in tomi ripartendoli in nove volumi. In essi vi ho intravisto un ordine maggiormente in sintonia con la mia produzione e un legame più consono alla natura dei miei lavori che si sono sviluppati e articolati nel giro di un ventennio. A prescindere dalla mia produzione giornalistica, posso dire che ho sperimentato la strada della pubblicazione libraria con una monografia titolata “Gli umili figli della terra” scritta con Raffaele Ferraris, un “sanguigno” sindacalista della FISBA (federazione italiana Sindacato Braccianti Agricoli) del vercellese e che, più di recente, ho rielaborato scrivendo “Mondine in risaia”. Mi sono poi cimentato con “L’ultima frontiera” frutto di una raccolta di saggi sul pensiero contemporaneo e con particolare riferimento alle innovazioni scientifiche che ci hanno portato ai progressi del XX secolo. E’ stato un lavoro suddiviso in tre sezioni quando nella seconda e nella terza parte ho voluto introdurvi, oltre agli approfondimenti, anche delle note antropologiche e di costume. Da qui è nato tra i quattro tomi un primo raccordo: quello della condizione umana che è originato dalla prima monografica “rappresenta-zione”, con le lotte dei braccianti agricoli nell’agro vercellese, ed è seguita una visione più ampia e articolata della vita dei campi e dei suoi riflessi con l’uomo e il suo collegamento con la natura. Il successivo lavoro (5° tomo) parte con: “La terra dei padri” e segue con “Il fantastico reale” (6°tomo) dove il progresso si misura con l’evoluzione della cultura informatica e la capacità dell’uomo di comunicare con i suoi simili e di lanciare dei “messaggi” attraverso la multimedialità. Nello stesso tempo rilevo le contraddizioni insite nella società. Esse incominciano a farsi sentire e nascono due modi di interpretarli. Il primo è attraverso l’ordine che c’è dato dal “diritto e il rovescio” (7°tomo) quando sondiamo tra le pieghe delle regole che ci siamo imposte, le difficoltà ad applicarle o a farle osservare e accettare senza limiti o eccezioni. Nel secondo, con le “Ombre e Vulnus” (8° e 9° tomo), dove il tema proposto esce dallo schema umano per diventare surreale.
Le mie ultime cinque produzioni avvertono un legame minore con i precedenti nove tomi. Una di esse, la “Grammatica essenziale” (X), è assolutamente autonoma e si limita a uno studio gramma-ticale e sintattico della lingua inglese. L’altra parla delle “Mielle al di.” (XI). Si tratta delle lettere scritte dai miei lettori e raccolte nel corso della mia attività di direttore di alcune piccole testate di provincia. La terza è una “appendice glossario”(XII) dove parole, detti e pensieri vengono raccolti sistematicamente e se del caso sviluppati e sistemati come in un enorme crogiolo dove le idee sono messe a fuoco per essere fuse nelle forme che la fantasia del lettore vorrà definire. A loro volta “Uomini e finanza” e “Il dittatore” rappresentano gli effetti della vulnerabilità umana da una parte e il “potere” che, per contro, taluni possono esercitare nei confronti degli altri e i danni che essi provocano. Tuttavia per quanto lieve un collegamento esiste dalla prima all’ultima “sezione” e tra le varie sezioni. Non è altro che la storia della condizione umana e la stessa conoscenza di una lingua in luogo di un’altra ci consente o ci impedisce di conoscere e di comprendere il senso che diamo alle cose e agli uomini.
Nonostante tutto non ho certamente la pretesa, sia ben chiaro, di raccogliere la summa del sapere dai primordi a oggi. E’ solo, e resta tale, un tentativo limitatissimo e imperfetto di allacciare alcuni punti ritenuti fondamentali nel rapporto esistenziale dell’uomo affinché egli sappia ritrovare se stesso immerso com’è in un mare d’interessi tra i più contraddittori ed anche distorsivi della realtà. Sono valori che egli ha smarrito per strada distratto dalle attrazioni mondane, dai frutti perversi che la ricchezza, il benessere, l’egoismo e molte altre rappresentazioni che può offrirgli la vita e che sovente preferisce o se vogliamo subordina in luogo dell’amore e della fraternità umana e del rispetto che deve alla natura che lo ospita.
Nello stesso tempo offro al mio simile l’occasione di assistere, sia pure comodamente seduto sulla poltrona di casa, a uno spettacolo che, all’interno della sua storia, rappresenta la visione di un film dove, a un certo punto, si osserva un personaggio intento a guardare la televisione. E proprio questo “gioco” delle immagini dentro altre immagini che, a mio parere, ci fa capire di cosa siamo fatti e del modo come possiamo entrare ed uscire dalla finzione alla realtà e dalla realtà alla finzione scenica. E’ ciò che ci dice nello specifico “Vulnus”.
E’ solo fantascienza? Forse. Ma noi non diciamo “ai posteri l’ardua sentenza”. L’informatica ci ha già introdotto nel fantastico reale e non è detto che io e voi tutti non siamo altro che degli esseri umani “virtuali” che un piccolo, e per noi invisibile, operatore ci manovri come se fosse un gioco e la nostra vita e la nostra morte non diventi altro che un “lampo”, un “guizzo” nell’infinito mondo di una realtà senza più confini. E a noi, piccoli, irreali personaggi non ci resta che cantare:
D’in su la vetta della torre antica,
Passero solitario, alla campagna
Cantando vai finché non more il giorno;
Ed erra l’armonia per questa valle.
(Leopardi da “Il passero solitario”)

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