Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 321

Archive for 14 agosto 2013

L’imbroglio delle liberalizzazioni all’italiana

Posted by fidest press agency su mercoledì, 14 agosto 2013

A seguire l’editoriale della rivista settimanale dell’Aduc “Avvertenze, che esce domani. Un titolo per dire che le liberalizzazioni non fanno bene al mercato ed e’ meglio una sorta di monopolio, oligopolio o comunque un qualcosa dove il controllo dello Stato potrebbe garantire qualita’, economicita’ e disponibilita’ per il consumatore finale? No! Noi crediamo proprio il contrario. E cioe’ che qualita’, economicita’ e disponibilita’ non possono essere figlie di mercati statali, ma solo del libero mercato. Per cui c’e’ solo da capire che cosa sia questo libero mercato. Una cosa e’ certa: non e’ quello attualmente vigente in Italia dove, la liberta’ economica si e’ al momento tradotta solo nella liberta’ di una imprenditoria statale, parastatale, privata ma con capitale pubblico, di fare gli interessi delle varie caste e corporazioni da difendere, facendo pagare il tutto al consumatore finale. Un contesto in cui le piccole realta’ realmente private annaspano, per il semplice motivo che il complesso delle regole per la partecipazione fiscale e normativa alla comunita’ civica, non sono concepite perche’ ognuno abbia un suo rispettabile posto conquistato a suon di qualita’, ma solo per chi fa finta di esser privato o ruba ad altri o allo Stato. La recente indagine dell’Autorita’ per l’Energia (AEEG) in cui e’ emerso che il mercato libero di luce e gas offre prezzi piu’ alti del mercato protetto (1) e’ una sorta di cartina al tornasole di questa liberalizzazione. Infatti i grandi del settore energetico (Enel ed Eni, per eccellenza), usando i medesimi loghi pubblicitari, sono contemporaneamente attori principali del mercato libero e di quello protetto. Il risultato e’ che, oltre all’utente che non puo’ leggere nei sottotitoli per capire con chi ha a che fare, il condizionamento di queste presenze nel mercato libero e’ stato tale da portare lo stesso ad un guazzabuglio di offerte che brillano per mancanza di chiarezza e di onesta’. Guazzabuglio che vede coinvolti tutti gli operatori… col risultato che -da manuale dei principi elementari del libero mercato- non puo’ che portare ad effetti contrari di quelli per cui si e’ perseguita l’apertura dei mercati: crescita dei prezzi, illeciti e truffe diffuse, utenti in balia dei piu’ furbi. Una situazione che e’ tale -e non potrebbe essere altrimenti- perche’ il nostro Belpaese e’ marcio. Un marciume che coinvolge tutti gli aspetti della nostra comunita’, per cui, anche le iniziative nate con le piu’ buone intenzioni, non possono che annegare nella melma diffusa, grazie -e soprattutto- ai numerosi traghettatori che con leggi e managerialita’ dovrebbe portarci sulla riva opposta dei monopoli, ma che in realta’ remano al contrario defecando nel fiume gli escrementi delle loro abbuffate fatte coi nostri soldi.
A questa immagine da mitologia greca, per riportare il tutto in politica e fare un parallelo a nostro avviso calzante, aggiungiamo il pensiero di Julio Calzada, segretario nazionale sulle droghe dell’Uruguay, che per meglio far capire la legalizzazione sulle droghe che il Parlamento del suo Paese sta mettendo in essere, dice che la legge rappresenta una soluzione possibile per l’Uruguay e la sua realta’, non in generale: “Un Paese che ha questo Stato, che ha una legittimita’ del sistema giudiziario, un Paese che risolve il 95% dei crimini che vi sono. Non crediamo che sia una realta’ possibile per il Guatemala, che non risolve il 98% dei crimini, per Honduras o Venezuela”.
Cosa ci insegna Calzada? Che se un Paese e’ marcio, anche le iniziative piu’ assennate ne risentono e provocano effetti indesiderati. Che, riguardo al contesto normativo ed economico dell’Italia, significa:
– demotivazioni ad investimenti stranieri per la faragginosita’ e vessatorieta’ delle normative;
– demotivazioni ad investimenti ed iniziative senza previsioni di illegalita’ (essenzialmente fiscale e di corruzione), perche’ il sistema giudiziario civile ed amministrativo non funziona, e quelle poche volte che funziona e’ soggetto a questo o quell’altro potere locale o nazionale;
– demotivazione ad investimenti ed iniziative per un mercato del lavoro ingabbiato dallo strabordamento del potere sindacale o dal malaffare di un finto libero mercato o dai costi troppo onerosi.
Cioe’, c’e’ da ricostruire tutto e cambiare tutti coloro che fino ad oggi, in modo diretto o indiretto, hanno dato il loro contributo all’edificazione e al mantenimento di questo marcio.

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Africa: cresce l’esodo

Posted by fidest press agency su mercoledì, 14 agosto 2013

Si continua a fuggire dalla Repubblica Centrafricana e all’interno del paese, rileva l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR). Gli sfollati interni – dicono le stime – sono ormai 206mila, mentre dalla metà di luglio altri 4.125 rifugiati sono arrivati nell’area di Moissala, nel sud del Ciad.Dall’esplosione dell’ultima crisi nella Repubblica Centrafricana – lo scorso dicembre – 62.714 persone sono fuggite dal paese verso i vicini Repubblica Democratica del Congo (40.500), Ciad (13.087), Repubblica del Congo (4.841) e Camerun (4.286).Continua a destare estrema preoccupazione nell’UNHCR la situazione nello stato centrafricano: sono incessanti le notizie di illegalità e insicurezza diffuse in molte aree. Nella capitale Bangui, domenica notte un operatore locale delle Nazioni Unite è rimasto vittima di un’aggressione da parte di elementi isolati del gruppo ribelle Seleka. Hanno attaccato la sua abitazione a mezzanotte, ordinandogli di consegnare loro denaro, poi hanno preso la sua moto e gli hanno sparato al petto. Adesso l’uomo sta recuperando dall’incidente. Un’altra operatrice locale dell’ONU era rimasta gravemente ferita – e suo marito ucciso – in un episodio simile occorso una settimana fa. Aggressioni di questo genere a Bangui sono diventate sempre più frequenti.
Nelle aree rurali la popolazione civile vive sempre più in un clima di terrore; in alcuni casi per reagire vengono organizzati gruppi di vigilantes. Ieri mattina – come pure il giorno prima – a Beboura, un villaggio a 30 chilometri da Paoua, una città nei pressi del confine ciadiano, hanno avuto luogo scontri tra popolazione locale e membri Seleka. Il bilancio degli incidenti non è ancora accertato, i feriti comunque sono stati trasportati all’ospedale di Paoua. Lo scorso fine settimana, poi, l’UNHCR ha ricevuto notizie sull’uccisione di due persone da parte di uomini armati – probabilmente affiliati a Seleka – a Bossangoa, nella prefettura nord-occidentale di Ouham. Altre 30 persone sarebbero state uccise da membri del gruppo nella stessa area.Resta difficile l’accesso da parte degli operatori umanitari, anche se l’UNHCR adesso può accedere più agevolmente ai campi di rifugiati di Bambari, Batalimo e Zemio – nel centro e nel sud della Repubblica Centrafricana – che complessivamente accolgono 11.252 rifugiati principalmente di nazionalità congolese e sudanese. La scorsa settimana l’Agenzia ha completato nei campi una seconda distribuzione di cibo, oltre che di aiuti non alimentari e come zanzariere, coperte, teli di plastica e set di utensili da cucina per 8mila rifugiati e 796 persone vulnerabili tra la popolazione locale.L’UNHCR esorta nuovamente il governo della Repubblica Centrafricana a profondere un maggiore impegno per garantire sicurezza alle persone e alle loro proprietà in tutto il paese, e per evitare ulteriori esodi e sofferenze.L’Agenzia rivolge poi un appello ai donatori pubblici e privati affinché sostengano questa crisi dimenticata. Fino a venerdì scorso l’operazione UNHCR in Repubblica Centrafricana era finanziata per meno del 30%: sui 28,8 milioni di dollari USA richiesti per assistere i rifugiati nei paesi limitrofi i contributi finora garantiti dai donatori ammontano a soli 8 milioni di dollari.

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Estate, italiani distratti: sulle spiagge italiane persi oggetti per oltre 5 milioni di euro

Posted by fidest press agency su mercoledì, 14 agosto 2013

Portamonete (69%), occhiali (58%) e gioielli (54%) gli oggetti che i bagnanti smarriscono piu’ spesso sulle spiagge di tutta Italia. E nel solo mese di luglio, secondo gli addetti ai lavori, sono stati persi oggetti per un valore di oltre 5 milioni di euro. I periodi in cui si registrano maggiormente gli smarrimenti sono i mesi caldi dell’estate, a cavallo di luglio e agosto (31%) e per tutto il mese di agosto (34%), quando cioe’ i lidi sono presi d’assalto da milioni di vacanzieri.E’ quanto emerge da uno studio realizzato da Found!, la prima mood communication agency in Italia, che ha interpellato circa 200 tra bagnini e responsabili di lidi su cio’ che il popolo dei vacanzieri perde in spiaggia.Per 1 intervistato su 3 il momento piu’ a rischio e’ la mattina, nel momento in cui si arriva in spiaggia e ci si spoglia per indossare il costume. Segue poi la sera (24%) quando si raccolgono le cose per andar via e anche in occasione del tipico acquazzone estivo (25%) quando c’e’ il fuggi fuggi generale per cercare riparo nelle strutture dei bagni. Tra le categorie che piu’ denunciano smarrimenti, bagnini e gestori di stabilimenti indicano mamme (27%), anziani (24%) e anche i single dai trent’anni in su, sia maschi sia femmine (17%). Non mancano neppure le richieste piu’ assurde che suscitano tra gli addetti ai lavori disorientamento, come la perdita di sandali (29%), computer (21%), di dentiere cadute fra i lettini (9%) o di nonni e nonne (8%).Quotidianamente 4 intervistati su 10 dichiarano di ricevere almeno 4 segnalazioni da parte di bagnanti che a volte sono esasperati (24%), e altre fanno del vittimismo (21%) o scaricano la colpa sugli altri (28%). Ma in quali casi i vacanzieri segnalano lo smarrimento? Ben 8 su 10 (82%) lo fanno quando il valore supera 20 euro; il 46% quando l’oggetto e’ strettamente necessario; il 34% quando le cose rivestono un grande valore effettivo anche se di poco conto economico; infine il 18% quando proprio non riescono a trovarli da sé e si sentono costretti ad ammettere la loro sbadataggine.Cosi’ fra le giustificazioni il 39% da’ la colpa al partner o ai figli mentre per il 24% se la prende col personale, a loro dire poco attento a quello che accade in spiaggia. E tra le spiagge d’Italia che sono diventate miniere d’oro nascoste ci sono al primo posto quelle della Riviera Romagnola (34%), seguita dalla Versilia (29%) e dal Salento (23%).Incendi e legge quadro “Ogni estate si ripete la stessa musica. L’Italia flagellata dagli incendi boschivi, politici che si rincorrono a fare dichiarazioni stampa che poi si dimenticano ad emergenza finita, vigili del fuoco impegnati senza sosta nonostante la legge quadro sugli incendi boschivi affidi ad altri e non ai pompieri i compiti di spegnimento. Come organizzazione sindacale dei vigili del fuoco ci chiediamo che cosa aspetta la politica a discutere del problema e mettere all’ordine del giorno la riforma della legge quadro sugli incendi boschivi?”. E’ quanto dichiara Antonio Brizzi, segretario generale del Conapo, sindacato autonomo dei Vigili del Fuoco, commentando le incessanti notizie sugli incendi.”Riteniamo l’attuale legge quadro foriera di sperpero di denaro pubblico e di confusione nel coordinamento e comando delle emergenze relative agli incendi boschivi, a causa della frantumazione delle competenze istituzionali, della pluralita’ dei soggetti coinvolti, e dei costi di tutte le strutture incaricate della lotta, che -aggiunge-il piu’ delle volte, operano senza una vera e propria organizzazione, poiche’ molteplici sono gli enti a cui viene affidato tale compito. La stessa corte dei conti, nelle relazioni annuali sugli incendi boschivi, ha evidenziato criticita’ di questa natura”. “Ormai tutti sanno che un incendio boschivo, o lo si spegne subito perche si e’ in grado di arrivare sul posto nell’immediatezza, oppure e’ necessario ricorrere all’uso dei mezzi aerei che hanno un costo enorme e -continua- si dica cio’ che si vuole, ma la realta’ e’ questa: l’unico corpo antincendio in Italia che ha un servizio di immediato pronto intervento 24 ore su 24 sono i vigili del fuoco, anche se paradossalmente la legge non ci affida questo compito che sovente facciamo proprio per evitare il degenerare degli incendi, anche se a causa degli organici inadeguati e della mancanza di specifici finanziamenti, questo ci comporta notevoli difficolta’ gestionali”.”Difatti sovente siamo il primo e unico ente -aggiunge Brizzi- che arriva sul luogo dell’incendio ma senza alcun potere di coordinamento. Vi e’ poi il sistema delle convenzioni previste dalla stessa legge quadro, ovvero le regioni, a cui la legge affida il compito di lotta agli incendi boschivi, possono stipulare convenzioni con vari enti e corpi per la lotta agli incendi. Cosi accade che in alcune regioni i vigili del fuoco sono impiegati negli incendi a seguito di convenzione ed in altre no, per scelta della regione”.”Riformare urgentemente la legge quadro, affidare al Corpo nazionale vigili del fuoco tutte le frammentate competenze e le risorse per la lotta agli incendi boschivi, compresi i poteri di coordinamento, destinare il Corpo forestale al potenziamento dei compiti di polizia ambientale -conclude Brizzi- sarebbe la vera spending review di un apparato che costa agli Italiani cifre astronomiche e non piu’ sostenibili in tempi di crisi, mentre oggi, i politici, che non ci sembra capiscano molto di incendi, tentano con dichiarazioni e proclami, di calmare gli animi dei Sardi, che piu degli altri, hanno pagato il prezzo dei tagli. Questa non e’ per il Conapo – conclude Brizzi- una politica responsabile”.

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Darfur: violenza in continuo aumento nel Sudan occidentale

Posted by fidest press agency su mercoledì, 14 agosto 2013

In considerazione della crescente violenza nel Sudan occidentale, l’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) chiede alla comunità internazionale di aumentare e migliorare la tutela della popolazione civile nel Darfur. Gli attacchi aerei, gli stupri di donne e ragazze, la mancanza cronica di cibo, acqua e medicinali, l’espulsione di cooperanti stranieri, il blocco dei convogli dei caschi blu dell’UNAMID e gli scontri armati tra diversi gruppi trasformano la già difficile vita di circa 7,2 milioni di persone profughe di guerra in un inferno. La comunità internazionale deve immediatamente impegnarsi per porre fine agli attacchi aerei dell’aviazione sudanese contro la popolazione civile del Sudan occidentale e a favore di una reale tutela della popolazione civile e dei profughi. La comunità internazionale deve inoltre sostenere con maggiore forza i processi di pace locali per ridurre e porre fine agli scontri tra diversi gruppi etnici in lotta tra loro.Negli scorsi quattro giorni sono state uccise più di 300 persone appartenenti alle popolazioni arabe dei Rizeigat e dei Maalia. Queste popolazioni che tradizionalmente vivono da nomadi nel Darfur occidentale sono in lotta per il bestiame e il controllo dei pascoli. Molti di loro hanno fatto parte delle famigerate milizie Janjaweed le quali, a partire dal 2003, avevano partecipato al genocidio di almeno 400.000 Darfurini. Oggi gli ex-miliziani si trovano in lotta tra loro e si accusano a vicenda di “pulizia etnica” per il controllo dei pascoli e del bestiame. L’APM è preoccupata per la crescente spirale di violenza e impunità. Le milizie etniche del Darfur, a suo tempo armate dal governo sudanese e impiegate nel genocidio del Darfur, sono oggi fuori controllo e formano quasi uno stato nello stato. Lunedì 12 agosto un gruppo di Maalia ha addirittura tentato di uccidere il governatore del Darfur Occidentale Abdel Hamid Musa Kasha in opposizione al governo sudanese che non sarebbe capace di garantire la loro sicurezza.Oltre ai gravi scontri armati tra gruppi arabi e/o arabizzati, il governo di Khartum sta sferrando una serie di attacchi aerei arbitrari che colpiscono la popolazione civile nelle montagne di Jebel Marra. Un bombardamento dello scorso 11 agosto ha causato nove morti civili, tra cui due bambini di sette anni. 17.000 persone sono finora fuggite dalle loro case nel tentativo di mettersi in salvo dai bombardamenti nelle montagne di Jebel Marra.La situazione catastrofica nei campi profughi, la cronica mancanza di tutto, i danni provocati dalle piogge torrenziali e i forti ostacoli posti dalle autorità ai cooperanti internazionali rendono la sopravvivenza della popolazione civile sempre più ardua. In agosto 2013 le autorità sudanesi hanno rifiutato il rinnovo dei permessi di lavoro di 20 su 37 collaboratori stranieri dell’UNHCR, l’organizzazione dell’ONU per i profughi, nonostante il numero dei profughi in Darfur sia cresciuto di 300.000 persone dall’inizio dell’anno ad oggi.

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Giustizia: quei lugubri luoghi comuni sull’ergastolo..

Posted by fidest press agency su mercoledì, 14 agosto 2013

Non è vero che il carcere a vita non viene applicato. Lo dimostrano le storie di tanti dei 1.581 ergastolani in Italia. L’abolizione è un obiettivo di civiltà.La principale motivazione giuridica, morale e sociale a favore della permanenza dell’ergastolo è, nel senso comune, che “tanto prima o poi escono tutti”. Un argomento di fatto. Peccato che non sia così e che quindi non possa essere speso a difesa della pena senza tempo.
Al 31 dicembre dello scorso anno i condannati all’ergastolo nelle carceri italiane erano 1.581, circa quattro volte in più di quanti non fossero vent’anni fa. Ma la vulgata vuole che l’ergastolo nei fatti non si sconti. Sorprende e, se è consentito, addolora che a quel lugubre luogo comune regressivo si riferisca una persona stimabile come il procuratore aggiunto di Palermo Vittorio Teresi, per il quale “la carcerazione a vita non esiste più, o meglio non viene applicata” (il Fatto Quotidiano, 10 agosto 2013).Si sa: c’è sempre la liberazione condizionale, dietro l’angolo, a permettere dopo ventisei anni l’uscita dal carcere degli ergastolani e, dopo ventidue, di coloro ai quali venisse riconosciuto l’ordinario sconto di pena per buona condotta. Questo, sulla carta e nei codici. La nostra personale esperienza ci dice che i dati reali non sono mai stati corrispondenti ai calcoli che alimentano la diceria di un ergastolo ineffettivo e inapplicato.Durante la XIII legislatura, in occasione della discussione del disegno di legge che aboliva il carcere a vita (e che fu approvato dal Senato nel 1997), scoprimmo che non erano pochi gli ergastolani che avevano superato il limite per l’accesso alla liberazione condizionale senza poterne godere. Addirittura uno, Vito De Rosa, si trovava sepolto in un ospedale psichiatrico giudiziario da 47 anni (e ci sarebbe rimasto altri sei, prima di essere graziato per andare a morire in un istituto di cura).
Dieci anni dopo, gli ergastolani con più di ventisei anni di pena già scontata si erano addirittura moltiplicati per otto: il 17 settembre 2007 erano 94, di cui solo 29 in regime di semilibertà, gli altri ordinariamente chiusi. 49 di questi ergastolani erano in carcere da più di trent’anni, la pena temporanea massima prevista dal nostro ordinamento.Stanno o non stanno scontando la pena dell’ergastolo, queste persone che – passato il termine per l’accesso alla liberazione condizionale, o addirittura il termine di durata massima delle pene detentive – sono ancora in carcere? O dobbiamo aspettare che muoiano in galera per accertare che stiano scontando la pena a vita?
È o no un ergastolano Calogero Diana, quarantuno anni di pena scontata, da diciannove in semilibertà, che non riesce ad accedere alla liberazione condizionale e che tutte le sere – dopo aver assistito malati e disabili di ogni genere nella cooperativa sociale per cui lavora – torna a dormire in carcere?Non è una discussione oziosa, dunque, quella intorno all’abolizione dell’ergastolo: e ciò rende ancora più importante il referendum in materia promosso da Radicali italiani. Soprattutto quando quella discussione sia rimotivata – come è accaduto in Italia – dall’emersione di una nuova figura, “l’ergastolano ostativo” che, a causa dei suoi reati, alla liberazione condizionale non può accedere a meno che non collabori con la giustizia o non dimostri di non poter collaborare in qualche modo.Si stima che circa due terzi degli ergastolani attualmente detenuti nelle carceri italiane (più di 1.500, come si è detto) siano in questa condizione; una condizione sotto osservazione anche da parte della Corte europea dei diritti umani, che contesta la legittimità dell’ergastolo senza possibilità di revisione (e dunque di liberazione del condannato).Nel 1975 Aldo Moro scriveva che “un giudizio negativo, in linea di principio, deve essere dato non soltanto per la pena capitale, che istantaneamente, puntualmente, elimina dal consorzio sociale la figura del reo, ma anche nei confronti della pena perpetua”, che contraddice entrambi i principi costituzionali in materia di pena: ossia il divieto di trattamenti contrari al senso di umanità e la sua finalità rieducativa. Se tutto ciò è vero, non basta cavarsela con un giro di parole e inventarsi una realtà che non esiste.Lo disse nel 1974 la Corte costituzionale: l’ergastolo tanto è costituzionalmente legittimo in quanto non si applichi effettivamente. Ecco, allora facciamo questo passo in più e rendiamolo costituzionalmente legittimo vietandone l’applicazione in ogni e qualsiasi caso.(fonte L’Unità, 11 agosto 2013)

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La libertà del XXI secolo

Posted by fidest press agency su mercoledì, 14 agosto 2013

Diventa il soggetto più dibattuto e più falso che ci sia stato nell’intera storia dell’umanità.
E’ libertà quella di fare delle scelte politiche, ma non è libertà quando esse ci sono in qualche modo condizionate o influenzate indebitamente e con raggiri.
E’ libertà esprimere la propria opinione ma non è libertà quella di vederla cadere nell’indif-ferenza poiché non si ha i mezzi necessari per ren-derla nota.
E’ libertà il libero mercato, ma non è libertà soffocarlo con le logiche consumistiche.
E’ libertà sostenerla in casa propria e poi ve-derla sconfitta in quella degli altri con le logiche razziste, il neocolonialismo, l’arrembaggio alle fonti e-nergetiche disprezzando e umiliando il ruolo esercitato dai legittimi detentori di tali materie prime.
E’ libertà ritrovare una patria ma non è libertà toglierla agli altri, in specie se si adopera la forza.
Queste e altre libertà sono la contraddizione più evidente di una società che si è riempita troppo a lungo di valori dettati dalle parole mentre si avvolto-lava intorno ad esse l’inganno, come le spire di un serpente, soffocando gli stessi aneliti di libertà che nell’intimo si coltivavano e si cercavano per farli crescere e prosperare.(Riccardo Alfonnso fidest@gmail.com)

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