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Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 220

Archive for 3 settembre 2014

Infertilità maschile

Posted by fidest press agency su mercoledì, 3 settembre 2014

procreaLa microchirurgia riaccende una concreta speranza di diventare padri anche nei casi più difficili e complessi di infertilità maschile. In generale, troppo spesso, in caso di mancata gravidanza, le cause maschili vengono sottovalutate. Si stima che in almeno due coppie su tre con problemi di infertilità, l’uomo possa essere responsabile o corresponsabile dei fallimenti. Ma i casi più complicati sono le azoospermie, cioè quelli con documentata e costante assenza di spermatozoi nel liquido seminale. «Esse interessano circa il 10% dei maschi infertili, e sono dovute a cause ostruttive o, alquanto più spesso, non ostruttive», precisa Giovanni Maria Colpi, uro-andrologo del Centro di Medicina della Riproduzione ProCrea di Lugano. «Se nelle prime si possono talvolta ricanalizzare i dotti ostruiti recuperando una fertilità spontanea, nelle seconde il problema è molto più complesso per via del grave danno testicolare: in questi casi una eventuale paternità dipende unicamente dalla possibilità di recuperare alcuni spermatozoi dal tessuto testicolare da usare poi per fecondazione in vitro».Le tecniche per recuperare questi spermatozoi nel corso degli ultimi anni si sono evolute: si è passati dall’agoaspirato testicolare, che consentiva un recupero positivo solo in circa il 20% dei casi, alla TESE (una sorta di biopsia del testicolo) che recupera in media nel 48% dei casi, alla MicroTESE, accreditata nella letteratura scientifica per un recupero positivo medio nel 64% dei casi. La MicroTESE è una tecnica microchirurgica che, grazie all’uso di un microscopio operatore con cui l’uro-andrologo opera a 15-36 ingrandimenti, va a ricercare dentro il testicolo eventuali brevissimi segmenti più dilatati dei tubuli seminiferi che possono ospitare, anche in testicoli di alquanto ridotte dimensioni, focolai di spermatogenesi residua, ove possono cioè annidarsi gruppetti di spermatozoi.L’esperienza accumulata in una delle massime casistiche internazionali ha portato ad un innalzamento delle percentuali di estrazione positiva, offrendo possibilità di paternità anche a soggetti azoospermici che erano stati altrove consigliati di rivolgersi direttamente alla adozione o alla inseminazione della partner con sperma di donatore. «I risultati che abbiamo ottenuto nell’ultimo anno vanno oltre quanto mediamente riportato dalla letteratura scientifica. La mia decennale consuetudine ad operare numerosissimi casi con prognosi alquanto sfavorevole pervenutimi da altri Centri mi ha portato a ripetuti e rilevanti affinamenti tecnologici che ci hanno permesso un recupero positivo nel 70% degli operati», afferma Colpi, oggi considerato a livello internazionale uno dei “padri” della MicroTESE. E, con l’uso in fecondazione in vitro degli spermatozoi così estratti, in Procrea si è arrivati ad una gravidanza evolutiva nel 53% dei casi. «Gli spermatozoi recuperati chirurgicamente possono essere congelati e utilizzati in successivi cicli di fecondazione in vitro senza che siano sostanzialmente alterate le possibilità di successo» afferma Marco Dini, biologo e responsabile del laboratorio di andrologia di ProCrea. E, comunque, l’organizzazione interna di ProCrea consente una opzione oggi tecnicamente possibile solo in pochissimi centri, e cioè di procedere spesso a MicroTESE “a fresco”, cioè contemporanea al prelievo degli oociti nella partner: in tal modo possono avere speranza di paternità anche quei pazienti azoospermici in cui il numero degli spermatozoi recuperati risulta così modesto che la loro crioconservazione, per la parziale perdita della vitalità cellulare insita nella metodica, non consentirebbe poi di procedere compiutamente alla fecondazione in vitro.Continua Colpi: «Contrariamente ai diffusi preconcetti maschili, l’intervento risulta del tutto indolore, viene effettuato in day hospital, e richiede un secondo giorno di riposo al domicilio con ripresa immediatamente successiva dell’attività lavorativa. Gli esiti chirurgici sono assolutamente ottimali, virtualmente privi di complicanze, con una cicatrice pressoché invisibile; a distanza di qualche mese, anche con un’ecografia è spesso impossibile identificare la zona operata».Ulteriori e recenti indicazioni a recuperare spermatozoi dai testicoli riguardano anche alcuni casi di criptozoospermia, cioè con presenza di rarissimi spermatozoi nel liquido seminale. Secondo Colpi, troppo spesso si insiste dopo un insuccesso a voler usare gli spermatozoi talvolta reperibili solo dopo centrifugazione del liquido seminale per la fecondazione in vitro. «L’esperienza già accumulata in pochi centri internazionali di avanguardia è stata di recente corroborata da uno studio israeliano: è dimostrato come usando per fecondazione in vitro gli spermatozoi recuperati dai testicoli si ottengono gravidanze a termine tre volte più frequenti che utilizzando quei pochi sparuti spermatozoi reperiti nel liquido seminale».
ProCrea – Con una lunga esperienza nel campo della medicina della riproduzione, ProCrea è il maggiore centro di fertilità della Svizzera ed è un polo di riferimento internazionale. ProCrea è composto da un’équipe professionale di medici, biologi e genetisti specialisti in fisiopatologia della riproduzione. Unico centro svizzero ad avere al suo interno un laboratorio accreditato di genetica molecolare (www.procrealab.ch), ProCrea esegue analisi genetiche per lo studio dell’infertilità con tecniche d’avanguardia. La sede principale è a Lugano in via Clemente Maraini, 8. http://www.procrea.ch.

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Jonathan Nossiter’s Natural Resistance

Posted by fidest press agency su mercoledì, 3 settembre 2014

torontoToronto. On the occasion of the North American premiere at TIFF 2014 of Jonathan Nossiter’s Natural Resistance, the Istituto Italiano di Cultura and the Italian Trade Commission are proud to present A Natural Wine Revolution: The Italian Avant Garde. A talk by documentary film director Jonathan Nossiter.
Tuesday, September 9, 201411:30am – 12:00pm: Meet Jonathan Nossiter 12:00pm – 12:30pm Press Istituto Italiano di Cultura – 496 Huron St., Toronto Free admission.
Four revolutionary Italian winegrowers fight for their cultural-ecological dream, using the magical power of cinema to stir the hidden rebel in us all. In Natural Resistance, director Jonathan Nossiter combines his love for wine, cinema and Italy. The former sommelier, Nossiter is the author of the critically acclaimed 2004 documentary Mondovino where he explores how globalization threatened to drive out distinctive wines. Ten years after, he returns to the topic after finding himself in Tuscany with a group of Italian winemakers dedicated to resisting the prevalent use of chemicals. Joining them was Gian Luca Farinelli, a crusader for film preservation and the director of Cineteca di Bologna. Screening dates:
Mon, Sep 8 – 7:00pm – TIFF Bell Lightbox Cinema 3
Tue, Sep 9 – 7:00pm – AGO Jackman Hall
Thu, Sep 11 – 5:45pm – The Bloor Hot Docs Cinema

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Vulnerabilità, propositività e resilienza sono le parole d’ordine di una neuropsichiatria infantile

Posted by fidest press agency su mercoledì, 3 settembre 2014

regina elenaDa questa convinzione prenderanno il via le giornate di studio su ‘Le variabili dello sviluppo neuropsichico da 0 a 3 anni’, promosse il 13 e 14 settembre a Roma dall’Istituto di Ortofonologia (IdO) presso l’Aula magna dell’Istituto comprensivo Regina Elena in via Puglie 6 dalle 9 alle 18.30. “Gli indici di vulnerabilità sono quell’insieme di segni di presentazione e di profili funzionali che originano da fattori genetici/costituzionali e risentono di quelli ambientali”, in primis del sistema familiare seguito da tutti i contesti sociali e riabilitativi in cui è inserito. “Ricercarli, lavorandoci, nei periodi di esordio di specifiche psicopatologie- spiega Emanuele Trapolino, dirigente medico di primo livello presso l’Unità operativa complessa di Neuropsichiatria infantile dell’Ospedale pediatrico Giovanni di Cristina (ARNAS Civico – Di Cristina) e direttore dell’Unità operativa semplice di Neurologia neonatale ad essa afferente- può consentire a tanti minori di superare la fase critica uscendo fuori dalla diagnosi”. Questa tesi scaturisce da una ricerca intitolata ‘Indicatori precoci di vulnerabilità e possibilità di resilienza nei primi anni di vita’ – portata avanti dal neuropsichiatra insieme ad Elena Vanadia, neuropsichiatra e direttore sanitario del centro di riabilitazione ‘Io Comunico di Partinico’ – e condotta su 35 bambini. Venti di questi di età compresa tra i 2 e i 5 anni, di cui 10 affetti dal Disturbo della regolazione della processazione sensoriale (Drps).
Tre gli obiettivi principali dello studio: capire come aumentare in questi bambini i livelli di connettività funzionale in aree biologiche immature, constatando che “le loro traiettorie di sviluppo possono essere modificate aldilà di quella che è la neurobiologia, poiché hanno la capacità di rimodularsi rispetto ai contesti in cui si muovono”. Arrivare a identificare dei costrutti intermedi tra il disturbo finale e la base iniziale della neurobiologia nei momenti di transito, che nei piccoli “sono legittime e testimonianza di scelte comportamentali e fisiologiche rispetto a dei contesti difficili”. Attivare infine un percorso abilitativo e/o riabilitativo che “coinvolga direttamente i genitori, attraverso una presa in carico che parta dalla collaborazione con neonatologi e pediatri di base. In particolare, ci rivolgiamo ai bambini prematuri- chiarisce il medico- e a quelli nati piccoli per età gestazionale, che costituiscono una delle maggiori categorie a rischio”.
Riconoscere le strutture neuropsicologiche transitorie “permette un corretto approccio al disturbo e una corretta pratica assistenziale. Significa riconoscere la disfunzione specifica e- conclude- risolvere tutta una serie di problemi connessi, come l’assenza della rappresentatività mentale, il deficit di attenzione o il comportamento disfunzionale che un bambino con Adhd manifesta.

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Donna operata all’utero con il robot

Posted by fidest press agency su mercoledì, 3 settembre 2014

ospedale ortona1Utero e ovaie asportate per la prima volta con il robot chirurgico “Da Vinci”. L’innovativo intervento è stato effettuato dall’équipe dell’unita operativa di Ginecologia e Ostetricia dell’ospedale di Chieti su una paziente di 49 anni affetta da iperplasia atipica dell’endometrio, dimessa dall’ospedale dopo due sole giornate di degenza.
Il robot, che da oltre un anno viene impiegato al “SS. Annunziata” in chirurgia urologica, addominale e toracica, ora vanta un nuovo campo di applicazione, grazie all’impegno di Marco Liberati, direttore della Ginecologia e della Scuola di specializzazione dell’Università “D’Annunzio” e all’équipe che lo ha supportato, costituita dal ginecologo Franco Frondaroli, dall’anestesista Masciarelli e dagli addetti di sala Di Girolamo, Costabile e D’Angelo.L’intervento è stato effettuato mediante quattro piccole incisioni sull’addome della paziente, come in una normale laparoscopia; a differenza di quest’ultima, tuttavia, la chirurgia robotica prevede che le pinze chirurgiche non siano manovrate direttamente dal chirurgo, ma dal robot. Il chirurgo è seduto a una consolle posta vicina al tavolo operatorio, dalla quale esegue l’intervento mediante una telecamera con visione tridimensionale e dei comandi che guidano i movimenti delle pinze chirurgiche. Al tavolo operatorio è presente un secondo chirurgo che manovra una pinza libera e gestisce l’assistenza ai bracci del robot.”I vantaggi della chirurgia robotica sono numerosi – spiega Liberati -: visione tridimensionale, precisione nei movimenti fini delle pinze chirurgiche e maggiore possibilità di movimenti delle stesse, magnificazione del campo operatorio, possibilità di rallentare la velocità di esecuzione dei movimenti delle pinze, telecamera stabile e controllata direttamente dal chirurgo. Questi vantaggi hanno comportato una crescente diffusione della chirurgia robotica in molteplici specialità chirurgiche, tra le quali la ginecologia rappresenta sicuramente una delle branche che offrono maggiori indicazioni a questo tipo di approccio, soprattutto nei casi in cui la laparoscopia tradizionale presenta difficoltà”. L’intervento è stato effettuato a conclusione di un intenso percorso formativo seguiti dai medici di Chieti presso la Ginecologia Oncologica dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, diretta dal Prof. Giovanni Scambia, e in collaborazione con Antonio Pellegrino, Direttore della Ginecologia dell’Ospedale di Lecco.

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Fibrillazione atriale sottoposta a cardioversione

Posted by fidest press agency su mercoledì, 3 settembre 2014

cuore• X-VeRT è il primo studio prospettico su un nuovo anticoagulante orale, in pazienti con fibrillazione atriale sottoposti a cardioversione;
• X-VeRT fornisce informazioni importanti sull’utilità e i vantaggi pratici di rivaroxaban nella cardioversione immediata e ritardata, rispetto agli antagonisti della vitamina K;
• X-VeRT fa parte del vasto programma di valutazione di rivaroxaban in corso su oltre 275.000 pazienti, tra studi clinici e real life.
Tag consigliati: rivaroxaban; studio X-VeRT; Riccardo Cappato; fibrillazione atriale; cardioversione. Bayer HealthCare ha annunciato oggi i risultati dello studio X-VeRT, che dimostrano come rivaroxaban in monosomministrazione giornaliera è un’alternativa efficace e ben tollerata nei pazienti con fibrillazione atriale (FA) non-valvolare sottoposti a cardioversione, rispetto agli antagonisti della vitamina K (AVK), come il warfarin che richiedono invece aggiustamenti di dosaggio.
X-VeRT, il primo trial prospettico su un nuovo anticoagulante orale, ha mostrato che, a differenza degli antagonisti della vitamina K, rivaroxaban comporta una riduzione del 50% del rischio di eventi cardiovascolari per l’endpoint primario di efficacia, che comprende: ictus, attacco ischemico transitorio, embolia periferica, infarto del miocardio e morte cardiovascolare, con un rischio inferiore di emorragia maggiore del 24% per l’endpoint primario di sicurezza.
Il vantaggio pratico dell’impiego di rivaroxaban è stato dimostrato dal minor tempo di attesa prima di procedere alla cardioversione rispetto agli antagonisti della vitamina K.Lo studio è stato disegnato per confermare i risultati ottenuti nello studio ROCKET AF, ma con scarsa potenza statistica, nei pazienti sottoposti a cardioversione. Questi risultati sono stati presentati oggi nella Sessione Hot Line dell’ESC Congress 2014 e pubblicati contemporaneamente sull’European Heart Journal.La cardioversione è una procedura, che viene praticata comunemente in pazienti con fibrillazione atriale, per ripristinare il ritmo sinusale. Senza adeguata terapia anticoagulante i pazienti sottoposti all’intervento rischiano complicanze tromboemboliche, con percentuali di rischio di ictus del 5-7%. Le attuali Linee Guida raccomandano almeno tre settimane di scoagulazione efficace con antagonisti della vitamina K (INR fra 2.0 e 3.0) prima della cardioversione (o un tempo inferiore se l’ecocardiografia transesofagea non ha evidenziato la presenza di trombi nell’atrio sinistro o nell’auricola sinistra) e quattro settimane di terapia anticoagulante orale dopo la procedura. Spesso, però, la cardioversione deve essere annullata o posticipata per l’instabilità dei valori di INR. E’ evidente, pertanto, la necessità di una terapia anticoagulante costantemente efficace, per prevenire la formazione di trombi che ne mettono a rischio la vita, prima, durante e dopo l’intervento.
“Sino ad ora mancavano risultati clinici specifici che guidassero i medici nell’impiego pratico dei nuovi anticoagulanti orali in pazienti con fibrillazione atriale per i quali è prevista una cardioversione” ha commentato il Dottor Riccardo Cappato del Centro di Aritmologia Clinica ed Elettrofisiologia dell’Università di Milano, IRCCS Policlinico San Donato, di San Donato Milanese e Co-Principal Investigator dello studio X-VeRT. “I risultati dello studio X-VeRT indicano che rivaroxaban in monosomministrazione giornaliera è in grado di offrire ai pazienti con fibrillazione atriale un’efficace protezione antitrombotica prima, durante e dopo la procedura di cardioversione, riducendo il rischio di instabilità della scoagulazione e consentendo interventi elettivi di cardioversione tempestivi”.“Questi importanti risultati contribuiscono ad aumentare le nostre conoscenze sull’utilità clinica di rivaroxaban in differenti contesti e popolazioni di pazienti” ha commentato il Dottor Michael Devoy, Membro del Comitato Esecutivo e Chief Medical Officer di Bayer HealthCare. “X-VeRT è uno studio importante del nostro esteso programma di trial clinici e fa parte dell’impegno di Bayer per un impiego responsabile delle terapie”.
Lo studio X-VeRT contribuisce alla estesa valutazione di rivaroxaban attualmente in corso, che comprenderà oltre 275.000 pazienti tra studi clinici e real life.

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