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Rischio cardiometabolico: diagnosi e terapia per evitare un invecchiamento precoce

Posted by fidest press agency su lunedì, 19 gennaio 2015

Brescia. Individuazione dei pazienti a rischio, esami diagnostici che consentano di valutare il danno d’organo e tempestivo trattamento. Sono questi gli strumenti principali per contrastare l’ipertensione arteriosa, il più frequente fattore di rischio cardiovascolare correggibile con la terapia. Una condizione che molto spesso si associa ad altri fattori di rischio metabolici, come la dislipidemia, le alterazioni del metabolismo glucidico e il diabete, spesso associati a obesità, iperuricemia e sedentarietà.
«La pressione alta è un fattore di rischio cardiovascolare tra i più importanti. Gli eventi cardiovascolari, come infarto e ictus, sono preceduti da alterazioni di vari organi bersaglio. Queste alterazioni in molti casi inizialmente non provocano sintomi ma sono in seguito la vera causa della malattia. È su questi danni d’organo che bisogna intervenire, impedendo che si sviluppino o che progrediscano» spiega Enrico Agabiti Rosei, direttore del Dipartimento di Scienze Cliniche e Sperimentali dell’Università di Brescia e presidente del simposio internazionale dal titolo “Management of cardiometabolic risk and healthy aging” organizzato dal Dipartimento di Scienze Cliniche e Sperimentali dell’Università di Brescia e promosso dalla Fondazione Internazionale Menarini.
ipertensione2L’ipertensione provoca un sovraccarico di pressione a danno del ventricolo sinistro del cuore. Ciò determina un’ipertrofia, cioè un aumento della massa muscolare del ventricolo e di conseguenza possibili danni al cuore. Per queste ragioni è raccomandato un controllo nelle persone con pressione alta per verificare il rischio di problemi cardiaci. «Tra gli esami disponibili, l’elettrocardiografia è quello a minor costo, ma anche con una bassa capacità di individuare l’ipertrofia del ventricolo» prosegue Agabiti Rosei. «La risonanza magnetica cardiaca consente di visualizzare immagini in 3D del cuore con un’elevata risoluzione, ma la sua limitazione è rappresentata dalla scarsa diffusione e dai costi elevati. L’ecocardiografia rappresenta sicuramente un valido metodo per l’individuazione dell’ipertrofia, è disponibile in molti ospedali e a un costo relativamente contenuto. La principale limitazione riguarda la minore risoluzione delle immagini rispetto alla risonanza magnetica, ma con lo sviluppo di nuovi programmi per la visione in 3D, l’ecocardiografia potrebbe avere sviluppi promettenti in futuro. Oggi comunque l’ecocardiografia standard rappresenta l’esame più utilizzato per la valutazione della struttura del ventricolo sinistro nei pazienti con ipertensione».
Un altro metodo per individuare i danni provocati dall’ipertensione riguarda lo studio delle arterie di calibro maggiore, che perdono progressivamente elasticità, e anche l’analisi delle piccole arterie e della rete capillare. Infatti l’ipertensione arteriosa provoca alterazioni del microcircolo, principalmente l’incremento dello spessore della parete e la riduzione del diametro interno delle piccole arterie, e queste alterazioni sono un potente predittore di eventi cardiovascolari. «Il microcircolo è quella parte del circolo composta da vasi di piccolissime dimensioni (inferiori a 300 micron), responsabile non solo della distribuzione del sangue negli organi più importanti ma anche delle sue resistenze al flusso» spiega Agabiti Rosei. «Rappresenta dunque la sede di alterazioni che influenzano anche la circolazione delle grandi arterie». In alcuni studi la valutazione della struttura delle piccole arterie è stata eseguita con una tecnica, detta micromiografica, assai precisa e attendibile, utilizzata in pochi laboratori di ricerca, nella quale i piccoli vasi vengono dissezionati e isolati da biopsie tissutali, e sottoposti a misurazioni morfologiche e a valutazione delle risposte funzionali. La tecnica micromiografica ha permesso di confermare le alterazioni delle piccole arterie nei soggetti ipertesi e di confermare come i trattamenti farmacologici e clinici possono invertire questo processo. Da non trascurare, però, anche i cambiamenti dello stile di vita.
«Una cospicua riduzione di peso in pazienti con grave obesità incide significativamente non soltanto su diverse alterazioni emodinamiche (come la pressione arteriosa e la frequenza cardiaca) e metaboliche (dislipidemia, insulino-resistenza) ma anche sul danno d’organo precoce e in particolare sulle alterazioni della struttura del microcircolo» aggiunge Agabiti Rosei. «La riduzione del peso corporeo si associa a un notevole miglioramento delle alterazioni strutturali vascolari nelle piccole arterie sottocutanee nonché degli indici circolanti di stress ossidativo. L’obesità si associa infatti, fra le altre cose, a una marcata alterazione della struttura di parete dei piccoli vasi e a una perdita della normale funzione dell’endotelio, lo strato di cellule che riveste internamente i vasi. Sono fattori che possono concorrere all’aumento del rischio cardiovascolare osservato in questi pazienti».
Anche l’analisi della struttura microvascolare presente nella retina dell’occhio può essere utile per valutare i cambiamenti provocati dall’ipertensione nei piccoli vasi e il danno d’organo cardiaco. La valutazione delle arteriole nel fondo dell’occhio mediante flussimetria laser Doppler potrebbe rappresentare una procedura non invasiva e facilmente ripetibile per ottenere informazioni sulla morfologia microvascolare della retina e le modificazioni provocate dall’ipertensione.
I fattori di rischio, soprattutto l’ipertensione, possono favorire le alterazioni strutturali e funzionali delle arterie di piccolo e grande calibro che configurano il quadro di un precoce invecchiamento vascolare, che a sua volta può essere prevenuto e corretto con una adeguata terapia. Per ottenere il risultato migliore è necessario che venga effettuata un’accurata stratificazione del rischio vascolare globale e un tempestivo trattamento, perché una terapia tardiva o parziale consente di ottenere solo un modesto beneficio.
Oggi sono allo studio nuovi farmaci per il trattamento delle ipercolesterolemie, delle iperuricemie, del diabete mellito e dell’ipertensione arteriosa, dei quali si è ampiamente discusso durante il simposio. Per quanto riguarda il trattamento dell’ipertensione, gli esperti riuniti al Simposio di Brescia hanno sottolineato l’utilità dei farmaci in associazione, in particolare tra un sartano e un calcio-antagonista. «Nonostante l’ampia disponibilità di trattamenti antipertensivi, solo il 30% dei pazienti italiani ipertesi riesce a portare i propri livelli di pressione nella norma, anche perché molti pazienti non assumono i farmaci prescritti» sottolinea Agabiti Rosei. «La combinazione di due antipertensivi semplifica il regime terapeutico, riducendo il numero di compresse da assumere e quindi migliorando l’aderenza alla prescrizione del medico. Anche se spesso la pressione alta non provoca sintomi, le persone ipertese non dovrebbero dimenticare che un abbassamento medio di pochi millimetri di pressione sistolica può ridurre in maniera significativa il rischio di mortalità dovuta a cardiopatia ischemica e ad altri eventi cardiovascolari, nonché il rischio di mortalità da ictus».

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