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Archive for 17 aprile 2015

Debito corporate emergente: un investimento possibile

Posted by fidest press agency su venerdì, 17 aprile 2015

asset1Quando il colosso cinese dell’e-commerce Alibaba si è affacciato per la prima volta sui mercati finanziari a novembre 2014 con un’emissione in USD da 8 miliardi, la domanda era così elevata che avrebbe potuto raccogliere sette volte tanto. Per alcuni, l’enorme successo dell’operazione è stata l’ennesima conferma dei progressi fatti dal debito corporate emergente. Per altri invece si è trattato delle prime avvisaglie della formazione di una bolla. Da allora, gli scettici si sono fatti più insistenti, ma non per questo la loro tesi è più robusta. L’elenco dei dubbi e dei timori si è sicuramente allungato. L’apprezzamento del dollaro americano, l’attesa di un rialzo dei tassi USA e lo scandalo che ha investito il gigante del petrolio brasiliano Petrobras potrebbero rendere la vita difficile agli emittenti corporate delle aree in via di sviluppo. Senza contare l’aumento delle emissioni in USD lanciate soprattutto da aziende latinoamericane e asiatiche. Dal 2000, il volume di obbligazioni dei Paesi emergenti denominate in dollari è raddoppiato toccando quota USD 4,5 miliardi, in parte proprio grazie ai bond societari.Tuttavia, a uno sguardo più attento, questo segmento non è così rischioso come potrebbe sembrare. Innanzitutto, sostenere che gli emittenti corporate dei Paesi in via di sviluppo saranno penalizzati da bilanci asimmetrici (caratterizzati da una non corrispondenza fra passività denominate in USD e proventi e attività denominati per lo più in valuta locale) è una generalizzazione eccessiva.La debolezza delle valute locali non implica necessariamente una maggiore instabilità finanziaria degli emittenti. Anzi, diverse aziende delle aree emergenti beneficiano del rialzo del dollaro. Le più avvantaggiate sembrano le società asiatiche, che rappresentano un’ampia fetta del mercato obbligazionario dei Paesi emergenti. Studi recenti rivelano infatti che circa il 22% del debito di tali società è denominato in USD, ma è espresso in dollari anche il 21% degli utili.Più in generale, le imprese attive nel settore minerario, nella produzione di zucchero e carne bovina e nell’industria della carta e della cellulosa generano i propri ricavi in dollari a fronte di una base di costi prevalentemente in valuta locale. Per tutti questi soggetti, un dollaro più forte può significare margini di profitto più alti.Ma persino le aziende con ricavi prevalentemente in valuta locale non sono necessariamente destinate a incontrare maggiori difficoltà nell’onorare i propri debiti.La maggior parte delle società dei Paesi emergenti che attingono al mercato obbligazionario in USD appartiene alla categoria investment grade. Ciò significa che molte adottano (con successo!) politiche di copertura valutaria difensive e trasparenti. Inoltre, parecchie aziende in cui investiamo sono in grado di riversare i maggiori costi del debito sui propri clienti senza subire un calo di fatturato.Oltre alle questioni valutarie, i detrattori dell’asset class citano anche la recente ondata di riduzioni dei rating e di casi di insolvenza. Eppure, anche in questo caso, non bisogna fare di tutta l’erba un fascio. L’aumento dei default e dei declassamenti ha riguardato per lo più Paesi e settori esposti alla debolezza dei prezzi delle commodity (Brasile, Russia ed energia).Inoltre, le riduzioni dei rating societari sono per lo più una conseguenza del downgrade degli emittenti sovrani o quasi-sovrani. In altre parole, diverse aziende russe sono state declassate solo perché la Russia è stata retrocessa alla categoria ‘junk’ (per maggiori dettagli si veda ‘In Wintry Russia, signs of a thaw’, marzo 2015 su http://www.pictet.com). Lo stesso vale per le società brasiliane: alcune sono state penalizzate dallo scandalo Petrobras. Escludendo l’effetto dei downgrade sovrani, i rialzi dei rating hanno superato i ribassi (1,6 : 1). Questa tendenza positiva è confermata anche dai parametri del credito. (foto asset)

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Utilizzo della spettrometria di massa per la rivelazione e la differenziazione di Entamoeba histolytica ed Entamoeba dispar

Posted by fidest press agency su venerdì, 17 aprile 2015

Duomo_e_Battistero_di_ParmaParma Università. L’importante studio è stato realizzato dalla prof.ssa Adriana Calderaro in collaborazione con i proff. Carlo Chezzi, M. Cristina Arcangeletti, M. Cristina Medici, Flora De Conto e con i dott. Maddalena Piergianni, Mirko Buttrini, Sara Montecchini, Giovanna Piccolo, Chiara Gorrini e Sabina Rossi dell’Unità di Microbiologia e Virologia del Dipartimento di Medicina Clinica e Sperimentale dell’Università di Parma. Entamoeba histolytica ed E. dispar sono amebe (protozoi parassiti) che possono colonizzare l’intestino umano in seguito all’ingestione di acqua o alimenti (soprattutto frutta, ortaggi, verdure appena raccolte o fresche imbustate pronte all’uso) contaminati da feci umane, rientrando nella categoria degli agenti di infezioni veicolate da alimenti. L’uomo è l’unica sorgente di infezione per queste amebe considerate “gemelle diverse”. Infatti Entamoeba histolytica è un’ameba patogena morfologicamente identica a E. dispar, gemella non patogena. E. histolytica è causa di dissenteria amebica, nota anche come amebiasi intestinale, che può presentarsi con quadri clinici di severità variabile, dalla diarrea muco-sanguinolenta alla dissenteria acuta fulminante. A volte il quadro clinico si può aggravare con la forma extraintestinale (amebiasi viscerale), dovuta alla disseminazione del parassita dall’intestino attraverso il circolo ematico a sedi diverse (fegato, polmoni, cervello), dove è causa di ascessi, spesso con esito fatale.L’Organizzazione Mondiale della Sanità descrive l’amebiasi come una delle maggiori cause di morte dovute a malattie a eziologia protozoaria, con approssimativamente 50 milioni di casi e 100.000 morti l’anno. E’ un’infezione cosmopolita riscontrata a tutte le latitudini, ma essendo favorita da carenze igieniche e da climi caldo-umidi, il suo riscontro è comunque più frequente nelle regioni tropicali e sub-tropicali dei Paesi in via di sviluppo.La prevalenza dell’infezione da E. histolytica e da E. dispar nella nostra realtà è pari circa all’1% e al 7%, rispettivamente, e i casi di amebiasi (diagnosticati sia a soggetti italiani che stranieri provenienti da Paesi in via di sviluppo) sono per il 50% intestinali e per il 50% sono caratterizzati da complicanze extraintestinali. Tuttavia tale prevalenza dei casi di amebiasi è destinata ad aumentare a causa dei flussi migratori da Paesi in via di sviluppo.L’identificazione di E. histolytica e la sua differenziazione da E. dispar è indispensabile al fine di provvedere ad una terapia specifica e tempestiva ai soli pazienti con infezione sostenuta dall’ameba patogena e a provvedere alla corretta igiene alimentare anche nei casi di infezione da E. dispar, gemella non patogena, evitando la diffusione della contaminazione degli alimenti adottando adeguate misure di igiene alimentare.
Ad oggi i metodi più utilizzati per differenziare le amebe gemelle E. histolytica “gemella cattiva” ed E. dispar “gemella buona”, sono i saggi di analisi del DNA di queste amebe, i quali, pur essendo altamente sensibili e specifici, sono anche di complessa esecuzione e notevolmente costosi.Negli ultimi anni la spettrometria di massa (MS) mediante tecnologia MALDI-TOF ha assunto sempre più importanza nei laboratori di microbiologia clinica, compreso quello dell’Ateneo di Parma, come strumento per l’identificazione rapida e accurata di batteri, virus e funghi; tuttavia la sua applicazione in campo parassitologico resta ancora molto scarsa. Nello studio recentemente pubblicato è stata valutata per la prima volta la possibile applicazione della tecnologia MALDI-TOF MS all’identificazione ed alla differenziazione a fini diagnostici di Entamoeba histolytica ed E. dispar in campioni biologici di pazienti con sospetta parassitosi intestinale. Mediante tale tecnologia si costruisce una vera e propria impronta proteica (che prende il nome di spettro) relativa ad un determinato microrganismo in base al rapporto massa/carica delle molecole che lo costituiscono. Tale spettro viene poi confrontato mediante un software dedicato con gli spettri presenti nella banca dati di cui è dotato lo strumento.Questi risultati, frutto di un’attività sperimentale che si è svolta presso il Dipartimento di Medicina Clinica e Sperimentale, dimostrano che all’Università di Parma esistono grande entusiasmo e competenze specifiche che consentono di raggiungere importanti risultati scientifici riconosciuti a livello internazionale.Questo lavoro è di particolare importanza, dal momento che Parma per tradizione è la capitale della Valle del gusto, la “Food Valley” italiana e dal 2002 anche la sede dell’EFSA, “Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare”, che ha il compito di valutare e comunicare al consumatore e al Parlamento Europeo i rischi associati alla catena alimentare anche in previsione dell’aumento dei flussi migratori da Paesi in via di sviluppo.Infatti, l’importanza della salubrità degli alimenti e l’impatto economico, sociale e sanitario è rilevante, in considerazione del fatto che la diarrea causata da agenti a circolazione fecale interumana trasmissibili con alimenti è responsabile nel mondo di più di 1,8 milioni di decessi all’anno. Notevole importanza assume lo sviluppo di metodi diagnostici molecolari innovativi e rapidi, quale quello descritto in questo lavoro, per la realizzazione di interventi tempestivi atti a ridurre la diffusione delle infezioni veicolate da alimenti.

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Malattie della tiroide: anziani a rischio

Posted by fidest press agency su venerdì, 17 aprile 2015

ospedale brescia“Stiamo osservando un incremento delle malattie della tiroide, afferma Carlo Cappelli, Endocrinologo, AOU Spedali Civili di Brescia, introducendo i temi del convegno “Tiroide, dalla gestazione alla terza età”, promosso da AME, Associazione Medici Endocrinologi, che si terrà il 18 aprile a Brescia. È un trend che vedrà, nei prossimi 20 anni, aumentare ulteriormente questi disturbi che già oggi colpiscono oltre il 10% della popolazione, con oltre un milione di pazienti solo in Lombardia. L’incremento di tali patologie è attribuibile sia all’inquinamento ambientale che a situazioni locali e alla carenza iodica che caratterizza molte aree del nostro territorio”. Prendersi cura della tiroide, ancora prima della nascita, quella della mamma in gravidanza, fino ad arrivare alla terza età: questi i temi del convegno che si terrà presso l’Università degli Studi di Brescia e che vede il Professor Cappelli tra gli organizzatori e la presenza di specialisti di discipline diverse.Il convegno avrà un focus sul trattamento dell’ipotiroidismo in pazienti fragili, persone che faticano a seguire la terapia perché assumono molti farmaci a causa dell’età o perché affetti da numerose patologie concomitanti, oppure persone che non seguono le indicazioni mediche che prevedono l’attesa di almeno mezz’ora prima di fare colazione dopo l’assunzione della terapia. Persone quindi in cui è difficile raggiungere e mantenere un ottimale equilibrio ormonale nel tempo.“Infatti, il 40% delle persone in cura con la terapia sostitutiva con levotiroxina è in disequilibrio ormonale, in questi casi il medico tende ad aumentare la dose e il paziente va incontro al rischio di sviluppare ipertiroidismo che aumenta la probabilità di sviluppare altri disturbi. Uno studio condotto dal mio team, pubblicato sulla prestigiosa rivista Europe Geriatric Medicine⃰, che ha seguito per 5 anni due gruppi di pazienti anziani (417 in totale) in trattamento con levotiroxina, l’ormone tiroideo, in compresse o in forma liquida, spiega Cappelli, ha dimostrato una maggiore stabilità del profilo ormonale nelle persone trattate con levotiroxina liquida evitando i rischi di ipotiroidismo o di ipertiroidismo a cui questi pazienti vanno incontro. In particolare, il rischio di una soppressione del TSH e quindi di ipertiroidismo, è 5 volte maggiore in pazienti trattati con levotiroxina in compressa. L’ipertiroidismo è molto rischioso per i pazienti anziani ed è ben documentato un maggiore rischio di sviluppare problemi cardiaci come la fibrillazione atriale, osteoporosi, fratture e decadimento cognitivo in presenza di questa patologia. Pertanto mantenere un profilo ormonale stabile è fortemente auspicabile ed oggi questo è possibile grazie a nuove formulazioni alternative alle compresse”, conclude l’endocrinologo.

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Anziani una risorsa per il paese

Posted by fidest press agency su venerdì, 17 aprile 2015

anziani 2009Anziano a chi? A oltre 1 Italiano su 5, vale a dire il 21% della popolazione. Con 6 milioni di 65-74enni (10,6% della popolazione), più di 4 milioni di 75-84enni (7,6% della popolazione), oltre 1 milione e 700mila di ultra 85enni e circa 16.500 ultracentenari, quasi triplicati negli ultimi 10 anni, l’Italia risulta essere il Paese “più vecchio del mondo”, insieme a Germania e Giappone. Ma invecchiare non basta, è necessario agire per permettere all’individuo di godere della propria vecchiaia in modo pieno e consapevole. A partire dalla prevenzione di quei fattori, ivi comprese le malattie infettive, che possono far precipitare la condizione di fragilità dell’anziano. Di questo si è discusso oggi al Ministero della Salute, nell’ambito del convegno “La longevità nasce dalla prevenzione. Il contributo della vaccinazione per la salute dell’anziano”, promosso da Italia Longeva, la rete nazionale di ricerca sull’invecchiamento e la longevità attiva, istituita dal Ministero della Salute con la Regione Marche e l’IRCCS INRCA – Istituto Nazionale Ricerca e Cura Anziani.L’età rappresenta di per sé fattore di rischio, per via del fisiologico declino delle funzioni di difesa del sistema immunitario, oltre ad associarsi inevitabilmente a un aumento delle comorbidità. “Esistono semplici regole di vita quotidiana, dal prestare attenzione allo stile di vita, ad avere uno scopo e mantenere una rete sociale, che insieme a un altro importante strumento, la prevenzione, possono garantire anni di buona salute, vita attiva e rapporti umani gratificanti. In particolare, vaccinare significa prevenire o ridurre ad un minimo costo la presenza di condizioni croniche, di alto impatto sulla mortalità e sulla qualità di vita dell’anziano”, ha dichiarato Roberto Bernabei, Presidente di Italia Longeva. In Italia l’influenza è ancora oggi la terza causa di morte per patologia infettiva dopo AIDS e tubercolosi. Ogni anno vengono colpite in media 4 milioni di persone. Negli anziani la malattia può causare complicanze tali da rendere necessario il ricovero ospedaliero, portare alla perdita dell’autosufficienza e, in casi estremi, alla morte. Sono circa 8.000 all’anno i decessi correlabili all’influenza, di cui l’80% è rappresentato da anziani. Alti tassi di mortalità si registrano anche per la polmonite pneumococcica, causa del 2% dei ricoveri ospedalieri con degenza superiore ai 10 giorni in Europa. Secondo i dati Istat, nel 2012 in Italia sono morte oltre 9.200 persone con più di 65 anni a causa dell’infezione; oltre 100.000 sono stati gli anziani dimessi per polmonite in seguito a ricovero ospedaliero. Anche l’herpes zoster, alias “Fuoco di Sant’Antonio”, è una patologia ad alto impatto sulla popolazione anziana. È destinata a soffrirne nel corso della propria vita circa 1 persona su 4, in 2 casi su 3 dopo i 50 anni. L’infezione, causata dalla riattivazione del virus della varicella contratto da bambini, colpisce ogni anno oltre 1,7 milioni di persone in Europa, circa 157.000 in Italia. Il 20-25% dei pazienti over 50 sviluppa inoltre la sua complicanza più temibile, la nevralgia post-erpetica, un dolore neuropatico talmente forte e che può perdurare per anni, tale da impedire il proseguimento di una vita normale.Secondo un’indagine realizzata dal Censis, la popolazione anziana ha una conoscenza piuttosto imprecisa delle vaccinazioni come strumento di prevenzione di molte malattie, di cui proprio l’età avanzata rappresenta un fattore di rischio. Dagli ultimi dati disponibili per la stagione antinfluenzale 2013-2014, risulta infatti che solo il 55,4% della popolazione di età pari o superiore a 65 anni si è vaccinata, realizzando un tasso di copertura ben al di sotto degli obiettivi di sanità pubblica indicati da OMS e Consiglio Europeo, che sono del 75% come soglia minima e del 95% come soglia ottimale. Gli anziani sono poco interessati anche ad altre vaccinazioni, ugualmente importanti, come ad esempio quella contro la polmonite da pneumococco (lo è soltanto 1 su 3). La scelta di vaccinarsi viene piuttosto presa di volta in volta e sulla scelta pesano diversi fattori tra cui la percezione del rischio e il livello di informazione. “Il problema principale è proprio la percezione del rischio – ha affermato Ketty Vaccaro, Responsabile del settore Welfare e Salute del Censis. Se l’età è quasi un fattore soggettivo e l’informazione è spesso insufficiente, se non confusa e contraddittoria, sono il consiglio del medico curante (per il 45,1% del campione) e la familiarità con questa forma di prevenzione acquisita tramite la vaccinazione contro l’influenza, i fattori in grado di incidere sull’interesse e lo sviluppo della vaccinazione tra gli anziani”.“La vaccinazione rimane lo strumento più efficace per la prevenzione delle malattie infettive. È pertanto importante combattere le resistenze ideologiche e fare corretta informazione ai cittadini, sottolineando che la vaccinazione rappresenta una risorsa, non una minaccia, che contribuisce a guadagnare anni in buona salute. I malintesi comunicativi concorrono a determinare un calo delle vaccinazioni, osservabile ad esempio nel caso della vaccinazione anti-influenzale, mai così bassa come negli ultimi anni (-20-30%)”, ha dichiarato Walter Ricciardi, Professore di Igiene dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Rom“Nonostante il peso delle malattie infettive sulla popolazione anziana, la vaccinazione per questo target non è considerata un intervento sanitario di routine e risulta fortemente sottoutilizzata. Basti pensare che nel Piano Nazionale di Prevenzione Vaccinale 2014, a fronte di un’offerta articolata per l’infanzia e l’adolescenza, vi è un’unica vaccinazione, quella anti-influenzale, raccomandata per gli ultra 65enni”, ha aggiunto Bernabei.“L’invecchiamento rappresenta anche una sfida economica che le società si trovano a dover fronteggiare oggi. In aggiunta all’impatto sociale e sanitario, si devono infatti considerare i costi legati alla mancata vaccinazione, sia diretti (farmaci, ospedalizzazioni), che indiretti (assenteismo e perdita di produttività), ma anche quelli intangibili (sofferenza, dolore, riduzione della qualità di vita). Senza considerare che promuovere un invecchiamento attivo e in salute significa anche proteggere la fascia di popolazione che detiene la maggior quota di ricchezza nel nostro Paese”, ha dichiarato Francesco Mennini, Professore di Economia Sanitaria dell’Università di Roma “Tor Vergata”. Gli over 70 detengono infatti oltre il 34% della ricchezza familiare totale in Italia, rappresentando una risorsa per il sistema Paese, che si fa carico di proprie politiche di welfare a carico di figli e nipoti, oltre che di se stessi. “Con coperture vaccinali più alte o con un abbassamento della soglia d’età da 65 a 60 anni, si potrebbero risparmiare centinaia di milioni di euro all’anno. Raggiungendo, ad esempio, un tasso di copertura vaccinale per l’influenza del 75%, è stato stimato che in Europa si potrebbero risparmiare 35.000 vite e 438 milioni di euro ogni anno”, ha concluso Mennini.

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