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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 275

Archive for 31 maggio 2015

Nuove importanti informazioni sulla struttura molecolare delle piante

Posted by fidest press agency su domenica, 31 maggio 2015

MelbourneGli scienziati di IBM Research e delle università di Melbourne e del Queensland hanno compiuto un passo avanti nell’identificazione della nanostruttura della cellulosa, la componente strutturale di base delle pareti cellulari delle piante. Sfruttando la potenza del supercomputing di IBM, i ricercatori sono riusciti a modellare la struttura e la dinamica della cellulosa a livello molecolare. Le informazioni derivate potrebbero aprire la strada a varietà di colture più resistenti alle malattie e aumentare la sostenibilità dell’industria della polpa, della carta e fibra – uno dei principali impieghi della cellulosa. Il lavoro, descritto in un recente articolo scientifico pubblicato su Plant Physiology, rappresenta un passo avanti significativo nella comprensione della biosintesi della cellulosa e delle modalità di assemblaggio e funzionamento delle pareti cellulari delle piante. La ricerca fa parte di un programma a più lungo termine, nell’ambito della Victorian Life Sciences Computation Initiative (VLSCI), finalizzato allo sviluppo di un modello in 3D simulato al computer dell’intera parete cellulare delle piante.
La cellulosa rappresenta uno dei composti organici più abbondanti sulla terra, con una quantità prodotta dalle piante ogni anno stimata in 180 miliardi di tonnellate. Una pianta produce cellulosa legando tra loro semplici unità di glucosio per formare catene, che vengono poi raggruppate per formare delle fibre. Queste fibre si avvolgono quindi intorno alla cellula come principale componente della parete cellulare della pianta, conferendo rigidità, flessibilità e protezione dalle sollecitazioni interne ed esterne. Finora la descrizione dettagliata della struttura delle pareti cellulari delle piante aveva rappresentato una sfida per gli scienziati, a causa della complessità del lavoro e della natura invasiva delle metodiche fisiche tradizionali, che spesso danneggiano le cellule vegetali.“Si tratta di un progetto pionieristico, con il quale mettiamo a frutto la competenza di IBM Research nella biologia computazionale, nei big data e nella smarter agriculture in un progetto scientifico australiano su grande scala, in collaborazione con alcune delle menti più brillanti in questo campo. Siamo entusiasti sostenitori della Victorian Life Sciences Computation Initiative e siamo molto felici di vedere l’impatto scientifico che questo lavoro sta avendo”, commenta il Dr. John Wagner, Manager of Computational Sciences, IBM Research Australia.Utilizzando il supercomputer IBM Blue Gene/Q alla VLSCI, nota come Avoca, gli scienziati sono riusciti a eseguire i quadrilioni di calcoli necessari per modellare i movimenti degli atomi di cellulosa. La ricerca dimostra che, nella struttura della cellulosa, sono presenti tra 18 e 24 catene all’interno di una microfibrilla elementare, molte meno delle 36 catene che si ipotizzavano in precedenza.
“La cellulosa è una parte vitale della struttura della pianta, ma non se ne conosce ancora pienamente la sintesi”, spiega la Dr. Monika Doblin, Research Fellow & Deputy Node Leader presso la School of BioSciences dell’Università di Melbourne. “È molto difficile lavorare sulla sintesi della cellulosa in vitro, perché una volta aperte le cellule vegetali la maggior parte dell’attività enzimatica va perduta; dovevamo quindi trovare altri approcci per studiarne la composizione. Grazie alla competenza di IBM nella modellazione molecolare e alla potenza computazionale della VLSCI, siamo riusciti a creare modelli della parete cellulare della pianta a livello molecolare, che consentiranno di approfondire enormemente la conoscenza sulla formazione della cellulosa”.“Le pareti cellulari delle piante rappresentano la prima barriera ai patogeni responsabili delle malattie. Anche se non comprendiamo appieno la via molecolare dell’infezione da patogeni e la risposta della pianta, stiamo esplorando i modi per manipolare la composizione della parete al fine di renderla più resistente alle malattie”, spiega il Dr. Daniel Oehme di IBM Research.Il lavoro è stato svolto dai biologi del Centre of Excellence in Plant Cell Walls del consiglio delle ricerche australiano (Australian Research Council, ARC) all’interno delle Università di Melbourne e del Queensland, in partnership con IBM Research Collaboratory for Life Sciences. Ospitato presso la Victorian Life Sciences Computation Initiative dell’Università di Melbourne, il Collaboratory permette ai ricercatori di IBM e dell’ateneo di lavorare fianco a fianco sulla ricerca nei campi della medicina e della biologia computazionale.

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Tumore del polmone

Posted by fidest press agency su domenica, 31 maggio 2015

tumore polmoneSeconda conferma in pochi mesi dell’efficacia di nivolumab nel trattamento del tumore del polmone. Il farmaco, inibitore del checkpoint immunitario PD-1, ha evidenziato nello studio di fase III CheckMate-057 una sopravvivenza globale superiore rispetto allo standard di cura rappresentato da docetaxel. I risultati sono stati presentati al 51° Congresso dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO) in corso a Chicago. Lo studio ha coinvolto pazienti affetti da tumore polmonare non a piccole cellule (NSCLC) ad istotipo non squamoso, in fase avanzata precedentemente trattati. La comunità scientifica italiana si è distinta per il ruolo svolto in questa ricerca.
Lo scorso marzo i risultati dello studio di fase III CheckMate -017 avevano già mostrato un vantaggio così rilevante in termini di sopravvivenza globale da indurre la Food and Drug Administration (FDA), l’autorità regolatoria americana, ad approvare in soli tre giorni nivolumab nel trattamento dei pazienti con tumore al polmone non a piccole cellule di tipo squamoso in fase avanzata. Nel CheckMate -057 i pazienti trattati con nivolumab e con espressione della proteina PD-L1 hanno evidenziato una sopravvivenza globale mediana doppia (fra 17 e 19 mesi) rispetto allo standard di cura (fra 8 e 9 mesi), con una riduzione del rischio di progressione o di morte del 27%. “I risultati di CheckMate -057 rappresentano una svolta nello sviluppo di nuove opzioni terapeutiche nel tumore del polmone. Nivolumab è il primo inibitore del checkpoint immunitario PD-1 a evidenziare un significativo aumento della sopravvivenza globale in uno studio di fase III nel tumore non a piccole cellule non squamoso rispetto allo standard di cura costituito da docetaxel”, ha detto il dott. Luis Paz-Ares dell’Hospital Universitario Doce de Octubre di Madrid. “Il nostro obiettivo nella ricerca clinica è cercare nuovi opzioni che possano migliorare e in alcuni casi sostituire lo standard di cura. I risultati di CheckMate -057 rappresentano un passo in avanti nel definire un nuovo standard di cura che possa sostituire docetaxel nei casi di espressione di PD-L1”. Il tumore del polmone è la principale causa di morte per cancro al mondo e secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità è responsabile di più di 1,5 milioni di decessi ogni anno. Provoca più morti della somma dei tumori del colon-retto, seno e prostata. Il NSCLC è il tumore del polmone più frequente rappresentando circa l’85% dei casi di tale patologia. La sopravvivenza varia a seconda dello stadio e del tipo di tumore al momento della diagnosi.
“I dati relativi alla sopravvivenza in questo studio di fase III, così come in CheckMate -017 nei pazienti con NSCLC di tipo squamoso, confermano la nostra strategia di sviluppare nivolumab per migliorare le aspettative di sopravvivenza nei pazienti colpiti da carcinoma polmonare”, ha affermato Michael Giordano, senior vice president, Head of Development, Oncology, Bristol-Myers Squibb. “I risultati di CheckMate -057 hanno definito il ruolo dell’espressione di PD-L1, basato sull’endpoint di sopravvivenza globale. I pazienti che esprimono questa proteina, a livelli pari o superiori all’1%, raggiungono percentuali doppie di sopravvivenza globale. È un significativo progresso nel trattamento del tumore del polmone non a piccole cellule”.
Bristol-Myers Squibb è un’azienda biopharma globale, la cui mission è scoprire, sviluppare e rendere disponibili farmaci innovativi che aiutino i pazienti a combattere gravi malattie.

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Prestigioso riconoscimento internazionale per il prof. Silvio Monfardini

Posted by fidest press agency su domenica, 31 maggio 2015

silvio monfardiniE’ stato conferito al prof. Silvio Monfardini, direttore del Programma di Oncologia Geriatrica dell’Istituto “Palazzolo-Fondazione Don Gnocchi” di Milano. Al ricercatore italiano è stato conferito oggi il B.J. Kennedy Award and Lecture for Scientific Excellence in Geriatric Oncology al 51° Congresso dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO) in corso a Chicago fino al 2 giugno. Il premio, attribuito per la prima volta a un oncologo italiano, riconosce il contributo decisivo nella ricerca, diagnosi e trattamento del cancro negli anziani. Il professor Monfardini è un autentico esperto di livello internazionale e autore di più di 340 pubblicazioni scientifiche, di cui oltre 95 nel settore dell’oncologia geriatrica. Nel 2014 in Italia sono stati diagnosticati 365.500 nuovi casi di tumore. Il 60% del totale delle neoplasie colpisce gli anziani oltre i 65 anni ed oltre il 70% delle morti per tumore si verifica in questa fascia di età. “Nel nostro Paese – spiega il prof. Silvio Monfardini – finora non è stata riservata sufficiente attenzione a questa popolazione di pazienti, a differenza di quanto avviene ad esempio negli Stati Uniti, in Francia, in Olanda e in Belgio. Serve un cambio di passo e iniziative concrete che coinvolgano questi pazienti. L’accesso alle cure diventa più difficile con l’avanzare degli anni. E gli anziani sono esclusi dalle sperimentazioni cliniche dei farmaci innovativi. Per questo molto spesso non sappiamo come rispenderanno ai nuovi trattamenti”. “Alcune aree specifiche devono essere migliorate – continua il prof. Monfardini -. Ad esempio, è fondamentale diminuire in questi pazienti il rischio operatorio con una valutazione geriatrica prima dell’intervento. Un aiuto potrebbe essere offerto in casi selezionati per alcune neoplasie dalla cosiddetta Radiologia Intervenzionale, meno invasiva, ma sono troppo pochi gli studi per i pazienti anziani in questo ambito. Un altro settore che merita particolare attenzione, finora sottovalutato, è quello costituito dagli anziani lungosopravviventi, per cui i controlli di follow up dovrebbero anche considerare gli aspetti legati ad altre malattie associate e i difetti funzionali non solo quindi quelli oncologici. Infatti il 39% degli italiani che convivono con una precedente diagnosi di tumore (quasi 900.000 persone) ha un’età compresa tra 60 e 74 anni, il 34% è over 75 (oltre 750.000 persone). In quest’ultima fascia di età, la percentuale di cittadini con diagnosi di neoplasia è particolarmente elevata (il 19% degli uomini e il 13% delle donne). E mancano sperimentazioni sui pazienti fragili, non autonomi, che rappresentano almeno il 25% degli over 70”. “La vera chiave di volta – conclude il prof. Monfardini –, come ho sottolineato nella lettura magistrale al Congresso ASCO, è rappresentata dalla collaborazione fra geriatri e oncologi. Finora è mancato il dialogo fra queste due categorie di professionisti. Uno scambio che dovrebbe includere anche le altre figure coinvolte, i chirurghi e i radioterapisti. La geriatria dovrebbe entrare nel mondo dell’oncologia medica e viceversa. A Treviso dall’8 all’11 luglio organizzeremo il corso SIOG ASCO Treviso Geriatric Oncology Advanced Course, proprio per costruire una relazione fra le due categorie che parta da una effettiva conoscenza delle rispettive competenze”. Il prof. Monfardini è stato presidente della Società Europea di Oncologia Medica (1984-1987), dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (1986-1988) e della Società Internazionale di Oncologia Geriatrica (2003-2004). Ha diretto l’Oncologia Medica dell’Istituto Oncologico Veneto di Padova ed è stato direttore scientifico dell’Istituto Nazionale per lo Studio e la Cura dei Tumori di Napoli e del Centro di Riferimento Oncologico di Aviano.

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Emicrania e cefalea a grappolo

Posted by fidest press agency su domenica, 31 maggio 2015

stresaNell’ultima giornata del congresso di Stresa il Professor Alan Rapoport della UCLA University, Presidente dell’IHS, l’International Headache Society, praticamente l’OMS delle cefalee, ha sottolineato come l’era della neuro-elettroceutica delle cefalee potrebbe presto superare quella dei trattamenti a base di farmaci. Ha infatti rivelato che anche la rigida FDA, l’ente americano di controllo dei farmaci, in forza dei risultati conseguiti oltreconfine, ha anticipato di un anno l’approvazione della stimolazione vagale esterna nVNS tramite gammacore, lo strumento che si usa come un rasoio da strisciare sul collo, già disponibile in Europa, Gran Bretagna e Canada nel trattamento di emicrania e cefalea a grappolo.
DEPOLARIZZAZIONE ELETTRICA Uno dei principali effetti di questo device è emerso meno di un mese fa al 17° Congresso dell’International Headache Society
 di Valenzia grazie ai ricercatori del Massachusetts General Hospital e dell’Harvard Medical School: i microstimoli elettrici che emette si oppongono all’onda di depolarizzazione della spreading depression, l’onda lenta di depolarizzazione diffusa che attraversa il cervello da dietro in avanti quando arriva l’attacco emicranico.
Produce squilibrio ionico, aumentato metabolismo cellulare e alterazioni locali del flusso sanguigno, nonchè diffusione extraneuronale di citokine proinfiammatorie e aminoacidi eccitatori, primo fra tutti il glutammato, il neurotrasmettitore eccitatorio più potente del sistema nervoso che scatena l’ipereccitabilità neuronale da cui deriva l’attacco emicranico.
Rapoport ha sottolineato che gli studi condotti nella cefalea a grappolo con 2 stimoli di 90 secondi 3 volte al giorno per 2 mesi si sono dimostrati efficaci e privi di effetti collaterali con una riduzione degli attacchi da 7,6 a settimana a 2 soltanto, riducendo anche la necessità di ricorrere a quelli che finora erano i trattamenti di scelta per questa grave forma di mal di testa: sumatriptan e inalazione di ossigeno.
L’esperienza italiana con gammacore, altrettanto positiva, è stata riportata da Licia Grazzi del Besta di Milano che, insieme a Piero Barbanti del San Raffaele di Roma, è stata la prima a utilizzarlo nel nostro Paese: “A due ore dalla stimolazione anche in oltre metà (55,4%) dei nostri pazienti, che erano emicranici cronici, il ricorso ai loro soliti farmaci si è ridotto –conferma la Grazzi- Comunque in poco meno della metà (39,2%) il dolore si risolveva completamente entro mezz’ora e non c’è più bisogno di alcun farmaco di supporto”

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