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Economia vs Mercati, a chi la prima mossa?

Posted by fidest press agency su martedì, 2 febbraio 2016

borsaA cura di Marco Jean Aboav, Macro Portfolio Manager di MoneyFarm. L’inizio del 2016 ci ha dato modo di trattare un argomento riguardo i mercati finanziari che spesso non è del tutto chiaro: chi fa la prima mossa tra l’economia e il mercato? Il dibattito in merito a chi fa la prima mossa si è rivelato un terreno produttivo all’interno del panorama accademico e le conclusioni sono che i dati macroeconomici aiutano a fare previsioni di lungo periodo (ma sono irrilevanti nel breve), i mercati possono continuare ad essere irrazionali per molto più tempo di quanto si creda, la relazione tra finanza ed economia si sta evolvendo poiché gli attori del mercato cercano di evitare il crearsi di opportunità di arbitraggi e le aspettative e l’umore degli investitori nel breve impattano di più rispetto ai dati macro.Cerchiamo di approfondire portando un esempio che ha fatto infuriare gli investitori per un lungo periodo di tempo: durante la crisi del 2008, l’S&P 500 ha perso metà del proprio valore tra la fine del 2007 e l’inizio del 2009, l’economia degli stati Uniti d’America è cresciuta del -3% nel 2008 e del -2.7% nel 2009; i rendimenti, escluse le aziende in perdita, collassarono del 60% nello stesso periodo.
I mercati rimbalzarono nel marzo 2009 grazie al bazooka monetario della FED, muovendosi in anticipo rispetto alla ripresa economica. A primo impatto sembrò che il mercato anticipò l’economia, coi rendimenti che aumentarono tra il 2009 e il 2010. Tuttavia, guardando le vicende dalla prospettiva del mercato del credito, gli indicatori economici già avevano iniziato a mostrare segni di debolezza prima della crisi con il TED spread (la differenza tra il tasso Interbancario a 3 mesi su deposti in Dollari americani ed il rendimento dei titoli di stato a 3 mesi), già elevato nel 2007; un chiaro segno che qualcosa sarebbe successo nell’economia. Solo qualche trimestre più tardi abbiamo scoperto che il driver della crisi è stato il mercato del credito e che dunque, i dati economici avevano anticipato la negatività che si sarebbe presentata sul mercato, sebbene solo una minima parte degli economisti anticiparono la fragile condizione economica che gli Stati Uniti stavano vivendo. Sembra dunque che durante l’intera crisi economica, l’economia e il mercato non avessero un ruolo definito.Questa relazione dinamica è sempre stata caratterizzata sia in fasi rialziste che ribassiste. Quello che conta davvero nel muovere i mercati durante i differenti cicli economici sono le aspettative degli operatori circa le condizioni economiche e gli utili delle società, e come poi queste aspettative si rivelino lontane dai dati reali (con conseguente aumento o diminuzione della propensione al rischio degli investitori).Molte banche d’investimento producono indicatori di “sorpresa” economica e di utili per mostrare quanto queste aspettative si siano rivelate lontane dai dati effettivi, come ad esempio l’indice Economic Surprise di Citigroup, che fornisce un numero negativo quando le aspettative degli economisti sono più alte dei dati macro (ad esempio la crescita del PIL è risultata pari al 2.5% contro delle aspettative del 3.0%), indicando che gli operatori del mercato hanno aspettative eccessive sui fondamentali economici. Nell’agosto 2008 l’indicatore era superiore a 70 punti, indicando come gli economisti iniziassero ad essere più pessimisti sull’economia americana, e, nonostante dati economici già deboli, gli economisti iniziavano ad aspettarsi dati ancora peggiori. Guardando anche alle aspettative sugli utili societari, la comunità degli analisti finanziari nel 20008 era molto ottimista sull’andamento dei profitti delle compagnie dell’indice S&P. I dati mostrano che nella prima metà del 2008, nel 25% dei casi gli utili sottoperformarono le attese con un picco del 38% all’inizio del 2009, il valore più alto da molti anni. Questa combinazione di aspettative più basse rispetto a dati macro e utili suggerisce che gli investitori erano posizionati eccessivamente su asset rischiosi, generando le forti correzioni del 2008 all’impennarsi dell’aversione al rischio.La crisi finanziaria del 2008 e altri momenti di mercati turbolenti ci hanno insegnato l’importanza di misurare le aspettative nelle analisi di mercati e dati macro. I mercati possono essere irrazionali e lontano dai fondamentali per un lungo periodo. Gli operatori di mercato sono fortemente influenzati da economisti e analisti finanziari. Capire le interazioni tra macroeconomia, mercati e aspettative è fondamentale per muoversi nei vari cicli economici. Sfortunatamente, le relazioni sono mutevoli e l’abilità degli investitori sta proprio nel sapersi adattare ai vari contesti.Focalizzarsi sulle ultime dinamiche di mercato ci permette di capire come i mercati abbiano anticipato/ritardato l’economia nell’ultimo anno. L’indice MSCI World per le economie sviluppate a metà del 2015 aveva raggiunto il punto più alto da diversi anni, prima di una forte correzione di più del 15% durata fino all’inizio di quest’anno. La crescita economia globale è più lenta che in passato, ma non ancora negativa. La Cina sta rallentando, ma cresce ancora più di tutte le altre economie sviluppate. Per quanto riguarda le aspettative l’indice di Citigroup di “sorpresa” economica per le economie avanzate è al momento in negativo, segnalando quindi che i dati macro siano peggiori delle aspettative. Sul fronte opposto, le aspettative degli analisti sugli utili mostrano un sentiment sempre più pessimista sui profitti delle società dei paesi sviluppati, il che coincide col fatto che gli utili a livello globale sono circa il 30% più bassi rispetto al picco del 2014.
Sembra che questa volta dinamiche di mercato e dinamiche macro siano in qualche modo poco legate, ma senza una chiara relazione. Da un punto di vista macro, i dati in generale sono stati abbastanza positivi, mentre il sentiment di mercato è fragile. In questo contesto, è importante per gli investitori capire l’effetto di politiche monetarie più accomodanti portate avanti dalla European Central Bank e dalla Bank of Japan, che possono permettere ai mercati di raggiungere un relativo grado di stabilità nel breve e medio termine.

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