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Archive for 17 febbraio 2016

Roma tra le buche e i buchi/Rome between the holes and the holes

Posted by fidest press agency su mercoledì, 17 febbraio 2016

buche stradali romaScrive Aduc a proposito di buche: Le abbiamo contate: 38 buche su un marciapiede lungo 80 metri. Non siamo in un Paese del terzo mondo ma nella capitale di uno degli Stati della progredita Europa. A Roma, per l’appunto, nel 2° Municipio, nel buon quartiere Trieste, non nella disastrata periferia romana ne’ in una strada secondaria. Via Montebuono e’ costeggiata da negozi vari, supermercato, bar, ecc.; una via frequentata da centinaia di cittadini ogni giorno. Qualcuno pensa che le buche si sono fatte da poco tempo? Macche’, sono li’ da piu’ di un anno.In compenso, oggi, il presidente del Comitato, Luca Cordero di Montezemolo e il presidente del Coni, Giovanni Malago’ presentano la candidatura di Roma alle Olimpiadi del 2024. Piu’ che marxiani, questi sono plutonici.
E poi ci sono anche i “buchi” come denuncia Confiartigianato: L’ultima analisi della Banca d’Italia evidenzia il drammatico dato di oltre 20 miliardi di sofferenze verso gli istituti di credito da parte delle imprese romane. Negli ultimi quattro anni le sofferenze sono cresciute del 91,3%. Come se non bastasse Roma è in testa alla classifica nazionale delle sofferenze. “Dati impressionanti, con i quali la prossima amministrazione comunale dovrà fare i conti” commenta Mauro Mannocchi Presidente di Confartigianato Roma. “Piccole e Medie Imprese sono qui sempre in attesa di conoscere i programmi di Bertolaso, Giachetti, Marchini, Morassut e dei 5 stelle per frenare questo sterminio di imprese” denuncia Mannocchi “perché non basta promettere di risolvere il problema delle buche per far ripartire Roma”.
Alla fine una nostra considerazione: Il caso di Roma è sintomatico di un malessere che riguarda nella stessa misura il resto del Paese. Intendiamo dire che la sofferenza degli italiani è fatta di “cose piccole” che non dovrebbero esserci e di “cose grandi” di cui nessuno se ne cura. Alla fine potrebbe anche serpeggiare la rassegnazione se non sopraggiungesse l’idea che i politici davvero vivono in un’altra galassia perché diventa sempre più difficile capire come nessuno di loro voglia rendersi conto che ci sarà pure un momento di saturazione e a questo punto può solo arrivare l’esasperazione e la voglia di rivolta sociale e allora sono davvero grossi guai per tutti.
Rome between the holes and the holes
ADUC writes about holes: 38 holes on a sidewalk along 80 meters. we are not in a third world country but in the capital of one of the States of the civilized Europe. In Rome, in fact, in the 2nd Town Hall in Trieste good neighborhood, not in the devastated outskirts of Rome it ‘on a side street. Via Montebuono and ‘lined with numerous shops, supermarket, bars, etc.; a street frequented by hundreds of people every day. Someone thinks that the holes were made recently? No. They are in that place for over a year now, however, the chairman of the Committee, Luca Cordero di Montezemolo and the CONI president Giovanni Malago ‘present the candidature of Rome in the Olympics of 2024. More’ than Marx these are plutonic.
And then there are the “holes” as Confiartigianato complaint: The final analysis of the Bank of Italy highlights the dramatic figure of over 20 billion euro of loans to credit institutions by the Roman enterprises. Over the last four years performing loans increased 91.3%. What’s more Roma tops the national ranking of the suffering. “Impressive data, with which the next city administration will have to face,” said Mauro Mannocchi President of Confartigianato Rome. “SMEs are always here waiting to know the programs Bertolaso, Giachetti, Marchini, Morassut and 5 stars to stop the extermination of companies’ complaint Mannocchi” why not just promise to solve the problem of potholes and charges down Roma”.
Now our consideration: The case of Rome is symptomatic of a malaise that relates to the same extent the rest of the country. We mean that the suffering of the Italians is made of “little things” that should not be resolved and “great things” of which no one cares. At the end it could also meander resignation for politicians living in another galaxy. At the end pull the rope too long is dangerous. It could reach the exasperation and desire to social revolt and then they are really big trouble for everyone.

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PANIC ATTACK di Bernardo Siciliano

Posted by fidest press agency su mercoledì, 17 febbraio 2016

panic attackMilano Galleria M77 via Mecenate 77, Inaugurazione: lunedì 29 febbraio 2016 ore 19.00 – 21.00 presenta PANIC ATTACK di Bernardo Siciliano (da martedì 1 marzo a venerdì 20 maggio 2016) Un ciclo inedito di tele di grandi dimensioni, realizzato specificamente per l’occasione, che rappresenta un punto d’arrivo e allo stesso tempo uno snodo lucido e dinamico dell’artista italiano, che dagli anni ’90 vive e lavora a New York. La mostra sarà aperta al pubblico da martedì 1 marzo a venerdì 20 maggio 2016.
L’attacco di panico cui fa riferimento il titolo della mostra è quello che ha cambiato per sempre la vita dell’artista; il giorno in cui scoprì che dipingere era un rituale in grado di placare l’ansia, rallentare il battito cardiaco, far tornare regolare il ritmo del respiro. Era una dimensione “a parte” in cui immergersi e dove immancabilmente trovar pace.Ma l’“attacco di panico” è anche il suo dispositivo metaforico per appropriarsi di uno spazio urbano, nella fattispecie quello di New York, in cui la presenza umana è volutamente assente a vantaggio di una scena vuota e metafisica che ognuno, guardandola, potrà popolare di presenze, di visioni o di fantasmi.Attraverso una pratica pittorica antisentimentale e dal rigore quasi scientifico, senza mai indugiare in virtuosismi muscolari, Siciliano – attraverso punti di vista, scorci prospettici inconsueti e linee di orizzonte molto abbassate – isola e ingigantisce frammenti urbani all’apparenza “usuali” e li trasforma in blow-up di stati d’animo potenti e silenziosi. Concentrandosi sulle sue vedute metropolitane, l’unico rumore che si riesce a percepire è quello continuo, ritmato e metodico, prodotto dal pennello che segna la tela.
La lezione universale – che da Giotto e Piero della Francesca porta sino alla solitudine metafisica di Giorgio De Chirico, passa dall’eroica malinconia di Sironi e sfuma nelle depressive atmosfere hopperiane – è stata riversata da Siciliano in un contesto contemporaneo in cui la pratica pittorica, finalmente pacificata con se stessa e con il mondo, trova una rinnovata dimensione concettuale.La mostra milanese si propone, dunque, come una magnifica occasione per riaprire una discussione sulla pittura in cui non c’è più posto per sensi di colpa, complessi di inferiorità o, peggio ancora, per revanscismi sterili e fuori tempo massimo. Dopo l’attacco di panico non ci può essere che la calma.La mostra è corredata da un catalogo a cura di Michele Bonuomo.

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2016 Open de France: A much-awaited 100th edition

Posted by fidest press agency su mercoledì, 17 febbraio 2016

open de franceFrom 30 June to 3 July, Le Golf National in Saint-Quentin-en-Yvelines will host the Open de France, a feature tournament on the European Tour international schedule. A word-class field is expected on the remodeled Albatros course, which will host the 2018 Ryder Cup.
Ten years after celebrating its centenary, the Open de France is on the verge of its one hundredth edition. Played for the first time in 1906, the tournament is continental Europe’s oldest national open, and has been staged without interruption ever since, with the exceptions of the war periods (1915-19 and 1940-45). Part of the European Tour international schedule since its inception in 1972, it attracts every year the finest golfers from Europe and around the world, as shows its illustrious roll of honour.
From 30 June to 3 July, 156 players will compete for a € 3.5 million purse and vital points in the qualifying rankings for the Olympic Games (11-14 August) and the Ryder Cup (30 September-2 October). The main stars will be announced in the weeks and months to come, but a top-quality field is already expected to take on the new-look Albatros course. The Hubert Chesneau-designed layout will indeed reopen in the spring, after eight months of works aimed at making it fit for the Ryder Cup, the biennial contest between Europe’s 12 best players and their American counterparts, which it will play host to in two years and a half.Tickets to attend the 100th Open de France are on sale as of Tuesday 16 February on the tournament website (www.opendefrance.fr). Various options – daily tickets or multiple day packages – offering different levels of services – classic or premium – are available first for the French golf federation members, then for the general audience. Furthermore, during four periods of time between February and June, buyers will have the opportunity, via lottery draws, to be awarded special advantages such as Players Lounge access for two persons. More information on http://www.opendefrance.fr

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Renzi’s tinkering with jobs shows a changed mood in Europe

Posted by fidest press agency su mercoledì, 17 febbraio 2016

matteo renziBy Professor Enrico Colombatto GIS Expert. Italian Parliament, Rome, Dec. 29, 2015: Prime Minister Matteo Renzi’s slight relaxation of labor market restrictions has brought modest results so far (source: dpa) zoomItalian Parliament, Rome, Dec. 29, 2015: Prime Minister Matteo Renzi’s slight relaxation of labor market restrictions has brought modest results so far (source: dpa)
Two lessons can be drawn from Prime Minister Renzi’s jobs package, which was designed to make hiring young workers cheaper and firing unneeded ones easier. The first is that it will take much more than fine-tuning to shake up Europe’s rigid labor markets and reduce unemployment, especially among the young. Reforms must cut deeper and go beyond the labor market to be effective. The second lesson from Italy’s experience is that the public is less hostile to deregulation than in the past; even with the disappointing results of the Jobs Act, there has been no backtracking. This bodes well for the future and should embolden European Union policy makers.When the youthful, enthusiastic Matteo Renzi became Italy’s prime minister two years ago, he promised to push through key reforms in a matter of weeks, jolt the country’s political structure, and give Italians efficient government, better courts and sound public finances, along with jobs, growth and happiness. It was a tall order – and regrettably, he has not been able to deliver.While the economy has emerged from recession – gross domestic product is estimated to have expanded by 0.7 percent last year, as opposed to contractions of 1.7 percent and 0.4 percent, respectively, in 2013 and 2014 – growth remains below the EU average. If a recovery is under way, Italians are not feeling it. Instead, they are worried about the future.The question is whether this attempt to alleviate Italy’s endemic high unemployment has been effective, or an example for other European countries to follow
Over the past two years, the Renzi government has done little to help the economy rebound. Public expenditure and taxation are rising, government debt is at a record high (more than 133 percent of GDP), corruption is rampant and regulation remains extremely heavy. The centerpiece, and perhaps the only piece, of Mr. Renzi’s strategy to fix the economy is the “Jobs Act” – a series of labor code revisions adopted by Italian lawmakers in February 2015. The question is whether this attempt to alleviate Italy’s endemic high unemployment has been effective, or an example for other European countries to follow.The Jobs Act simplifies the range of contracts available to employers and employees in the private sector. The new measures make hiring an employee cheaper, at least initially, while easing firing procedures, at least for part of the workforce. In general, employers have appreciated this reform and taken advantage of the new rules and of the tax breaks involved. However, the broad picture has not changed significantly.Italy’s labor force participation remains the lowest in the EU. According to Eurostat surveys, 36.4 percent of the Italian working-age population neither has a job nor is looking for one. That compares with 27.6 percent for the EU as a whole, and 17.6 percent for Sweden, the best performer.Mr. Renzi can rightly claim that the number of employed has increased and that the jobless rate has declined one percentage point over the past year, to about 11.4 percent. However, many Italians have stopped looking for work and dropped out of the official labor market – often to join the underground economy.
Belief that a limited reform such as the Jobs Act is sufficient can be traced to a self-delusion common in Europe. Many EU policymakers assume the unemployment problem will vanish due to faster economic growth and demographic trends. The working-age population is indeed shrinking as the baby boom generation retires and the shrunken age cohorts of the 1990’s begin to enter the workforce. Under this scenario, growth just “happens.” Jobs follow and the unemployed disappear from the statistics thanks to aging.This vision conveniently ignores that growth actually means an increase in the production of useful goods and services. Such an increase can only take place if more working time and talent (human capital) is applied to the production process and combined with more and better equipment. Thus, the keys to job creation and growth is employees’ confidence that their willingness to adapt to the needs of production will be rewarded, and investors’ confidence that their savings will be well-remunerated and not looted by the taxman.Belief that a limited reform such as the Jobs Act is sufficient can be traced to a self-delusion common in Europe. Many EU policymakers assume the unemployment problem will vanish due to faster economic growth and demographic job acttrends. To make sure that market participants get the right price signals, regulations must be removed and educational systems revised. Within this context, even partial reforms are welcome. Yet they will not bring about major changes. Europe’s current economic malaise requires a more drastic overhaul.A second approach is also possible. This scenario would be triggered by the awareness that stagnation or sluggish growth in countries featuring low productivity – such as Matteo Renzi’s Italy – will not disappear as if by magic, and that the state-managed pension systems of some EU states are not sustainable if a large proportion of young people remain jobless.Once incumbent politicians understand that the size of their problem is not measured by decimal points, they will wake up to the reality that a healthy economy cannot tolerate unemployment rates that run consistently above 6 or 7 percent, or youth unemployment rates above 15 percent. Addressing this problem would require lawmakers to put aside their ideological blinders and make sweeping changes. Four reforms are crucial: freedom of contract in the labor market; liberalization of higher education; privatization of the pension system, and a smaller tax burden on personal incomes.At first glance, this scenario appears to be wishful thinking. But the opportunities for change are perhaps less remote than meets the eye. The question might not be whether radical change will take place, but whether it will take place soon enough.
Mr. Renzi’s experiment is not important for its modest results so far. It is significant because it has shown that public opinion in Italy, and perhaps in other countries, now considers deregulation of the labor market unavoidable and is ready to accept it. The public attitude toward the Jobs Act has not turned hostile even after its disappointing early results. In fact, we can expect pressure for further deregulation to increase as Italians and other Europeans grow weary of fragile public finances and high rates of youth unemployment. The mood may have started evolving – in Italy and in countries like Greece, Spain and Portugal. Possibly even in France.Support for liberalizing higher education is manifestly weaker. Yet, in many countries, families are already spending heavily to compensate for the deficiencies of the state-run system. To fatten up their children’s resumes, parents pay for supplementary courses and internships. In most cases, that won’t be enough. Still, it is encouraging to observe that more and more Europeans realize that a diploma does not necessarily lead to suitable job offers, and that the public sector no longer provides an automatic refuge for people with dubious job qualifications.Pension systems are also gradually changing. The dilemma for lawmakers today is how to persuade young people to finance their own private pension schemes, while also consenting to pay for their elders who have already retired or will do so in the next few years. Not surprisingly, such proposals meet with fierce resistance. But few young people have any illusions about government budgets financing their retirements. If all goes well, those budgets may suffice to provide assistance to the poor.
Mr. Renzi’s experiment is not important for its modest results so far. It is significant because it has shown that public opinion in Italy, and perhaps in other countries, now considers deregulation of the labor market unavoidable. Last but not least, personal income taxes are no longer increasing in most of the EU area, and in many cases the tax bite on work-derived incomes has actually decreased. It is true that this trend has been offset by a rise in indirect taxes or social security contributions, so that the overall tax burden has barely changed. Nevertheless, it is encouraging that people are less willing to accept a raid on their labor income than a reduction in their purchasing power at the moment of consumption.One hopes that this change of emphasis reflects a growing respect for work and its fruits. That would be a promising development for Europe, provided its political leaders do not take too long to recognize the shift and act accordingly. (font: Geopolitical Information Service http://www.gisadvisory.com)

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20th Century At Christie’s: Strongest Sell Through-Rate of the Season

Posted by fidest press agency su mercoledì, 17 febbraio 2016

ChriestesLondon – 20th Century at Christie’s concluded on 12 February with a strong total of £190,230,950/ $274,646,341/ €233,022,370 across seven sales. With a robust sell-through rate of 86% of works sold by value and 84% of works sold by lot, Christie’s demonstrated its expertise at reading the art market with accurate estimates and precision selling. Registered bidders from 71 countries across six continents, gave a strong indication that a ‘globalisation’ of taste continues to drive the evolution of collecting today.
The Impressionist, Modern and Surreal Evening Sale on 2 February built on the strength of Impressionist, Modern and Surreal Art in 2015 and sold all of the top ten lots, achieving a total of £117,788,500/ $169,546,690/ €139,991,921, within the pre-sale estimate. A highlight of the season includes the highest ever total for a various owner sale for Impressionist & Modern Art and Picasso Ceramics Sale, at Christie’s South Kensington, with exceptional sell through rates of 95% by value and 90% by lot and Christie’s LIVE™ accounting for 46% of lots either sold or directly underbid online; the Picasso Ceramics portion of the sales was 100% sold. Please click here for more information on Impressionist, Modern and Surreal sales.Continuing an assuring start to 2016, the Post-War and Contemporary Art Evening Auction on 11 February achieved £58,099,000/$84,301,649, €74,599,116, seeing sell-through rates of 89% of works sold by lot and 84% sold by value. British painting led the results with three decades of work by Peter Doig, David Hockney, Francis Bacon and Lucian Freud achieving stand out results – six of the top ten results were for British artists. Records established on the evening included top prices for Joseph Beuys and Robert Mangold. Another highlight, Tracey Emin and Antony Gormley donated sculptures that generated £539,000/ $782,089/ €692,076 to benefit redevelopment of the South London Gallery (for further information please click here). The following Day Auction results were similarly buoyant achieving £14,343,450/ $20,798,002/ €18,431,333, with sell-through rates of 90% by value and 85% by lot and establishing records for Aaron Garber-Maikovska and Alan Charlton.
20th Century at Christie’s took place from 29 January to 12 February and provided the opportunity for both new and established buyers at every level of the market. (photos: Chrieste’s)

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New survey by MERICS and Rhodium Group reveals record height of Chinese investment in Europe

Posted by fidest press agency su mercoledì, 17 febbraio 2016

pechinoChinese direct investment in Europe is continuing to grow rapidly. At the beginning of the year, a new wave of Chinese capital swept into Europe. In the past few weeks alone, a series of Chinese takeovers were made public that ranged from buying up Swiss agrochemical company Syngenta to acquiring North German waste-incineration specialist Energy from Waste. Syngenta’s takeover by ChemChina, a state-owned enterprise, is the largest foreign investment ever made by a Chinese company and is set to cost the firm $43 billion. Last year, Chinese takeovers in the EU-28 reached a record volume of approximately €20 billion, equivalent to an increase of 44 per cent compared to 2014. China has now become one of the main drivers behind global capital flows, growing into one of the three biggest foreign investors in the world. This development has increased the competition for Chinese investment among EU states and could weaken the European Union’s negotiating power with the PRC regarding strategic issues, as Thilo Hanemann and Mikko Huotari found in their analysis of the latest trends in Chinese direct investment in Germany and the rest of the EU.
Forecasts have it that China is going to invest hundreds of billions of dollars abroad over the next five years. Europe has become one of the main destinations for outbound FDI as Chinese investors have increasingly moved away from developing and emerging economies, focusing on high-income industrial nations instead. The enormous rise in Chinese investment in Europe – 44 per cent more than in the previous year – is largely due to Italian tyre maker Pirelli being taken over by ChemChina (for €7 billion). On average, China has invested €10 billion a year in Europe over the last five years. In the five years prior to this period, it was ‘only’ a billion euros per annum. In the authors’ opinion, this underlines the fact that Europe is not just experiencing a temporary trend here. However, while Chinese FDI has been growing, the level of European investment in China has actually been stagnating – or even dropping. Ultimately, this situation is likely to create a considerable imbalance. In their survey, Hanemann and Huotari say this makes it all the more pressing to do away with one-sided investment barriers. This could be achieved by means of the Bilateral Investment Agreement, which China and the EU have been negotiating for the last two years, for example.
Restructuring the Chinese economy at a time when growth is dwindling is having a direct effect on sectors that are of interest to Chinese investors. Looking at the foreign investments made last year, a considerable mixture of fields is apparent, ranging from technology and advanced services to brands and consumer goods. The largest proportion of investments seen in 2015 was made in the automotive sector, followed by real estate, hospitality, information and communication technology, and financial services. What is noticeable here is that Chinese investments are particularly increasing in areas that are not freely accessible to foreign investors in the PRC, such as the finance sector. This ought to strengthen the resolve of the EU’s member states to demand equal conditions for access to China’s markets, the authors of the survey say. In 2015, again, the majority of Chinese investment in Europe was undertaken in Britain, France and Germany. Over the last five years, the figure has amounted to an average of four to eight billion euros a year in these countries. In the last two years, however, certain countries in Southern and Eastern Europe have started to catch up, just like the Benelux countries have. This development has fuelled diplomatic efforts to promote high-level exchanges with China to boost flows of capital. The same thing applies to the ‘16+1’ format that links China with Central and Eastern European countries. The race for Chinese investment has been increasing the amount of friction felt within Europe on key policy issues such as the pending decision as to whether China should be entitled to the status of a market economy from the end of 2016 or whether the EU should negotiate a free-trade agreement with the PRC.
Of all the member states in the European Union, Germany is the one that has seen the steadiest inflow of Chinese capital over the last five years. In 2015, the overall amount came to €1.2 billion, dropping slightly from €1.4 billion in 2014. Despite this slight dip, Germany does not seem to have lost any of its attraction to Chinese investors over the years. The automotive industry and machinery/plant engineering alone attracted 400 million euros’ worth of Chinese FDI last year. The biggest deals of all included the acquisition of two automotive suppliers, WEGU Holding and Quin, and Weichai’s second increase of its stake in KION, a producer of forklift trucks and warehouse technology. In fact, Germany seems to be growing increasingly attractive to financial investors from China. In 2015, the sovereign wealth fund China Investment Corporation (CIC) acquired a share in Germany’s largest motorway service station operator, Tank & Rast, and the Fosun Group invested in KTG Agrar. Three record investment projects concerning KraussMaffei, the mechanical engineering firm, the private bank Hauck & Aufhaeuser and environmental engineering company EEW Energy from Waste are currently being finalised. Hanemann and Huotari expect Germany will also benefit from this wave of Chinese investment in the future, particularly in view of the support provided by the Chinese Government and the creation of more financing vehicles such as the new ‘Industry 4.0’ fund.

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Schengen à l’épreuve: enjeux et perspectives politiques

Posted by fidest press agency su mercoledì, 17 febbraio 2016

SchengenAntónio Vitorino et Yves Bertoncini analysent les racines civiques et diplomatiques de la crise de l’espace Schengen afin d’évaluer son ampleur et d’identifier les possibilités d’en sortir au cours des mois à venir. Leur Policy paper combine trois séries de constats et de recommandations politiques :
1. Schengen sous le feu croisé de visions politiques divergentes
– Alors que les Européens s’accordent à percevoir le terrorisme islamique comme une menace, certains d’entre eux perçoivent les demandeurs d’asile comme des “victimes” et d’autres comme une menace.
– “Schengen” se trouve pris entre deux feux, d’une part des représentations politiques nationales qui surestiment le potentiel réel de protection des frontières, et d’autre part des représentations pro-européennes qui minimisent la dimension sécuritaire de l’accord fondateur et la dimension populaire de la libre-circulation.
– La dénigration de Schengen est utilisée par les autorités nationales pour se décharger de leurs propres défaillances et responsabilités au regard de l’évolution de la crise des réfugiés et face aux menaces terroristes.
2. Une crise de solidarité, mais surtout une crise de confiance, sur le point d’être endiguée ?
– La construction de centres d’accueil (“hotspots”) a le mérite de répondre au déficit de solidarité mais aussi au déficit de confiance entre les États membres de l’espace Schengen, comme le projet de “Corps européen de gardes-frontières” ;
– La menace terroriste déclenche dans les pays européens une solidarité plus instinctive, qui facilite l’adoption de mesures de sécurité au niveau de l’UE, mais comment est-il possible de parvenir à un échange fluide et fructueux d’informations entre des États européens qui continuent à s’espionner mutuellement ?
– On assiste à une course contre la montre, qui pourrait s’achever en 2018, entre l’européanisation du contrôle des frontières extérieures et la réintroduction temporaire de contrôles aux frontières nationales, qui constitue une “application” et non une “suspension” du code Schengen ;
– Les Européens vont-ils persister dans une attitude visant à maintenir les droits associés à l’appartenance à l’espace Schengen (plus de liberté et de coopération policière et judiciaire) tout en acceptant de supporter les charges supplémentaires qui en découlent (en termes à la fois de solidarité et de contrôle des frontières) ?
3. Plus d’Europe aux frontières, mais surtout au-delà : une question de souveraineté
– La création de “hotspots” et la relocalisation des demandeurs d’asile doivent être présentées comme des outils de gestion de crise justifiant l’exercice partagé de la souveraineté, afin de leur permettre d’être plus efficaces et de jouir d’une plus grande légitimité.
– Il est nécessaire d’agir dans le cadre d’un espace de “souveraineté partagée” au sein duquel la libre circulation s’applique à tous, y compris les terroristes djihadistes et les réseaux de trafic d’êtres humains, mais pas suffisamment aux policiers et aux informations dont ils disposent.
– La pression va continuer à s’exercer sur l’espace Schengen jusqu’à ce que les Européens se montrent capables de prévenir et de contrôler les crises se déroulant dans leur voisinage : agir à nos frontières ne sera pas efficace, seule “l’Europe puissance” peut contribuer à sauver Schengen.
António Vitorino et Yves Bertoncini concluent leur Policy paper en soulignant qu’il est bien trop tôt pour annoncer la mort de “Schengen”, tout comme il était bien trop tôt pour annoncer le “Grexit” en 2015, et qu’il est même possible que la crise de l’espace Schengen ait une issue similaire à celle de la crise de la zone euro, conduisant alors à davantage de solidarité et de contrôle de l’UE.
(photo: Schengen)

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Unicef: Aiuti per i bambini siriani

Posted by fidest press agency su mercoledì, 17 febbraio 2016

siriani sfollatiCirca 13,5 milioni di persone hanno urgente bisogno di aiuti salvavita all’interno della Siria, compresi 6 milioni di bambini: 6,5 milioni di persone – tra cui 2,8 milioni di bambini – sono rimaste sfollate all’interno dei confini nazionali. Più di 4 milioni di persone sono fuggite dal paese nei paesi limitrofi: 2,3 milioni sono bambini. In Siria, circa il 26% degli ospedali non sono funzionanti, con il risultato che il 42% della popolazione non ha accesso ai servizi sanitari di base e circa 1/3 dei bambini sotto i 5 anni non sono stati raggiunti con le vaccinazioni di routine. Una scuola su 4 è distrutta, danneggiata o occupata e più di 2 milioni di bambini non hanno accesso alla scuola. Il 70% della popolazione vive senza regolare accesso all’acqua potabile,
“Dopo quasi 5 anni di conflitto, la popolazione siriana sta affrontando la più grande crisi umanitaria al mondo e i bambini stanno pagando il prezzo più alto. Per questo l’UNICEF Italia rilancia la campagna di raccolta fondi “Assediati dalla fame”, con cui sarà possibile garantire aiuti salvavita a questi bambini, con donazioni attraverso il sito http://www.unicef.it”, ha dichiarato il Presidente dell’UNICEF Italia Giacomo Guerrera.
Nonostante questa terribile situazione, l’azione dell’UNICEF non si è mai interrotta. Alcuni giorni fa, un convoglio di 7 camion UNICEF/SARC ha raggiunto Nubul e Zahra – due città del Governatorato di Aleppo difficili da raggiungere, con limitato accesso umanitario da più di tre anni – con forniture idriche e servizi igienico-sanitari per 20.000 persone, kit sanitari per 30.000 persone e scorte alimentari per 20.000 bambini e donne in gravidanza e in allattamento. Nella parte occidentale della città di Aleppo, l’UNICEF continua ad ampliare le sue operazioni di distribuzione dell’acqua tramite autobotti: attualmente fornisce 5 milioni di litri di acqua al giorno, sufficienti a soddisfare le esigenze di oltre 330.000 persone.
Nella parte orientale della città, l’accesso rimane limitato. Di conseguenza, le persone, per il proprio uso domestico, fanno prevalentemente affidamento su pozzi contaminati correndo gravi rischi per la salute. Se l’assistenza umanitaria non verrà consentita in questa area di 300 mila persone, saranno 129.000 i bambini a rischio di essere tagliati fuori dagli aiuti e dai servizi essenziali. L’UNICEF si sta preparando ad iniziare il trasporto dell’acqua nella zona est di Aleppo. Non appena sarà garantito l’accesso, l’UNICEF invierà 100 serbatoi di acqua e 50 generatori per Aleppo orientale; così sarà possibile alimentare i pozzi esistenti che servono almeno 150.000 persone.

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Dopo Parigi verso gli obiettivi UE al 2030

Posted by fidest press agency su mercoledì, 17 febbraio 2016

Parigi torre-eiffel1L’Economia circolare, l’uso efficiente delle risorse, la green economy, gli obiettivi UE al 2030 e gli impegni assunti alla COP21 a Parigi rappresentano la chiave vincente per combattere i cambiamenti climatici e per orientare il nostro sistema economico verso nuovi modelli di business più sostenibili. Un’Italia pronta ad affrontare la sfida del clima: questo il messaggio del convegno annuale di Kyoto Club, svoltosi oggi a Roma presso il Senato della Repubblica. La sfida del clima, il ruolo delle istituzioni italiane e le priorità nella lotta ai cambiamenti climatici e per il raggiungimento degli obiettivi UE al 2030. Questi i temi del convegno annuale di Kyoto Club, svoltosi oggi a Roma presso il Senato della Repubblica.
Con l’obiettivo di presentare un’Italia pronta ad affrontare la sfida del clima, l’evento ha offerto un approfondimento sugli obiettivi assunti alla COP21 di Parigi e su quelli EU al 2030, che rappresentano un punto di partenza non solo per contrastare al meglio gli effetti dei cambiamenti climatici, ma per orientare il sistema economico del nostro Paese verso nuovi modelli di business più green e sostenibili. “Come Kyoto Club continueremo a dare la nostra disponibilità al sostegno degli sforzi, istituzionali e non, perché i cambiamenti climatici possano, da un lato, essere mantenuti lontani da effetti catastrofici e, dall’altro, facilitare forme di sviluppo economico e qualità della vita sempre più ambientalmente compatibili”, ha dichiarato Catia Bastioli, CEO Novamont SpA e Presidente di Kyoto Club.
“Puntando sull’efficienza energetica il nostro Paese può contribuire al raggiungimento di target vincolanti nel contesto europeo. Il nostro Paese ha tutte le carte in regole per vincere la sfida del clima. In Italia abbiamo 400mila aziende (compreso l’indotto) e oltre 3milioni di occupati e siamo i primi al mondo nella diffusione di sistemi smart metering, che rappresentano una componente essenziale per gestire e ridurre i fabbisogni energetici”, ha dichiarato Gianluigi Angelantoni, Presidente Gruppo Angelantoni SpA e Vicepresidente di Kyoto Club.”Un Paese come l’Italia ha tutto da guadagnare da un futuro energetico incentrato su innovazione, produzione da rinnovabili ed efficienza. Dopo l’Accordo di Parigi sul clima è arrivato il momento che il nostro Paese individui le scelte che possano aiutare imprese e cittadini a cogliere queste sfide, ha sottolineato Edoardo Zanchini, Vicepresidente di Legambiente. Le potenzialità sono infatti enormi ed è proprio la chiave del clima quella più adatta per ripensare le città italiane, intervenendo sul patrimonio edilizio e la mobilità, ma anche per mettere in sicurezza le persone dagli eventi climatici estremi, e per innescare innovazioni nella produzione distribuita di energia da rinnovabili.”

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Olio d’oliva, una ‘star’ sulla tavola delle persone con diabete (e non solo)

Posted by fidest press agency su mercoledì, 17 febbraio 2016

olio-imbottigliatoUlteriori conferme, ammesso che ce ne fosse bisogno, degli effetti protettivi della dieta mediterranea e in particolare dell’olio extravergine d’oliva, l’oro verde dell’Italia. Uno studio di un gruppo di ricercatori della Società Italiana di Diabetologia dimostra che utilizzare, condire o cucinare gli alimenti con olio d’oliva, aiuti a contenere le impennate della glicemia dopo i pasti nei soggetti con diabete di tipo 1. Questo contribuisce a migliorare il controllo del diabete e dunque a proteggere i vasi dalle complicanze di questa malattia.Appena pubblicato online sulla rivista Diabetes Care, organo ufficiale dell’American Diabetes Association, lo studio condotto da Giovanni Annuzzi e Lutgarda Bozzetto del gruppo del professor Gabriele Riccardi, past president della Società Italiana di Diabetologia (SID) e della professoressa Angela Rivellese dell’Università di Napoli ‘Federico II’ dimostra dei benefici inediti dell’olio d’oliva. Questa ricerca made in Italy dimostra infatti che aggiungere olio d’oliva agli alimenti riduce l’indice glicemico dei pasti, ovvero le impennate post-prandiali della glicemia e può contribuire in questo modo a proteggere i pazienti dalle complicanze cardiovascolari e microvascolari del diabete.“Questa pubblicazione dimostra ancora una volta come il lavoro dei ricercatori italiani dell’area del diabete sia apprezzato dalla comunità scientifica internazionale – commenta il professor Enzo Bonora, presidente della SID – Nell’ultimo anno i ricercatori della SID hanno pubblicato oltre 500 lavori sulle più prestigiose riviste internazionali”.Le escursioni che fa la glicemia dopo un pasto, possono diventare vere e proprie impennate, se si consumano cibi a cosiddetto ‘indice glicemico’ elevato. Per indice glicemico si intende l’entità dell’aumento della glicemia dopo l’assunzione di alimenti a base di carboidrati, rispetto a un valore di riferimento rappresentato dall’assunzione di glucosio puro. Le attuali linee guida per il trattamento del diabete di tipo 1 raccomandano di calcolare le unità di insulina da somministrare ai pasti principali, basandosi sul contenuto di carboidrati degli alimenti che verranno consumati (la cosiddetta ‘conta dei carboidrati’). Tuttavia questo sistema, nonostante l’impegno profuso dai pazienti, non sempre si rivela efficace nel controllare in maniera ottimale la glicemia. E i motivi possono essere molti. L’elemento più determinante è tuttavia l’indice glicemico dei cibi consumati e il contenuto di fibre di un determinato alimento. Lo stesso gruppo di ricercatori della SID, autori del lavoro pubblicato su Diabetes Care, in uno studio precedente aveva dimostrato che inserire nella conta dei carboidrati anche una correzione che tenga conto dell’indice glicemico dei cibi aiuta a migliorare il compenso glicemico. Ma naturalmente, ad influenzare l’assorbimento dei carboidrati contribuiscono anche gli altri macronutrienti che entrano a far parte di un pasto, in particolare proteine e grassi. E’ sempre più evidente il ruolo che i grassi della dieta svolgono nell’influenzare i livelli di glicemia dopo un pasto. In generale i grassi tendono a ritardare i tempi di svuotamento gastrico e questo dovrebbe almeno in teoria tradursi in un’attenuazione del picco di glicemia post-prandiale. E’ stato dimostrato anche che l’indice glicemico di alcuni alimenti può essere ridotto addizionandoli con dei grassi. Ma i grassi non sono tutti uguali e le loro interferenze con la glicemia post-prandiale possono variare molto, a seconda della loro qualità (oltre che della quantità). Per valutare l’influenza di diversi tipi di grassi della dieta sulle escursioni glicemiche dopo un pasto, i ricercatori della SID hanno arruolato 13 pazienti con diabete di tipo 1 (8 donne e 5 uomini), tutti in trattamento con una pompa da insulina e sottoposti a monitoraggio continuo della glicemia con un sensore portatile (CGM). I partecipanti sono stati assegnati a consumare una serie di pasti con la stessa quantità di carboidrati ma costituiti:
a) da pasta e lenticchie, pane integrale e mela (a basso indice glicemico) oppure
b) riso, pane bianco e banana (ad alto indice glicemico).
Entrambi i tipi di pasto sono stati somministrati ai pazienti in tre diverse ‘declinazioni’ relativamente al contenuto di grassi:
1) poveri di grassi (‘low fat’)
2) pasto ricco di grassi saturi (burro)
3) pasto ricco di grassi monoinsaturi (olio extravergine d’oliva, EVOO).
Come atteso, i pasti ad alto indice glicemico hanno determinato un aumento della glicemia maggiore e più precoce rispetto a quelli a basso indice glicemico. Tuttavia, la novità rilevante di questo studio è stata che, nell’ambito dei pasti ad alto indice glicemico, l’aggiunta di olio d’oliva extravergine attenuava il picco di glicemia post-prandiale osservato sia con il pasto con burro che con quello a basso contenuto di grassi (low-fat).Le ricadute pratiche di questi risultati sono:
1) Nel calcolare le unità di insulina che è necessario somministrare in occasione di un pasto non basta conteggiare il contenuto dei carboidrati e la loro qualità, ma bisogna tener conto anche della quantità e della qualità dei grassi utilizzati come condimento o per cucinare, specialmente quando il pasto è ad alto indice glicemico
2) Ci sono altre buone ragioni per preferire l’olio d’oliva nella dieta delle persone con diabete. “L’olio extravergine d’oliva rappresenta una degli alimenti cardine della dieta mediterranea, modello di alimentazione sana in grado di ridurre il rischio di malattie cardiovascolari e di molte altre patologie croniche – precisa Angela Rivellese – Gli effetti benefici dell’olio extravergine di oliva sui fattori di rischio cardiovascolare e, in particolare, sui livelli di colesterolo, sulla pressione arteriosa, sull’accumulo di grassi nel fegato, sulla utilizzazione del glucosio a livello muscolare, dipendono principalmente dal tipo di grassi in esso contenuti, in gran parte insaturi, a differenza di quelli contenuti nel burro, nella panna, nei formaggi e nelle carni grasse che sono prevalentemente saturi. Tuttavia, l’olio extravergine di oliva contiene anche altri composti bioattivi, quali i polifenoli, che sono sostanze con elevato potere antiossidante che aiutano a prevenire l’arteriosclerosi e contribuiscono ai molteplici effetti salutari dell’olio extravergine di oliva, incluso il buon controllo della glicemia dopo i pasti”.“I risultati di questo studio sono stati ottenuti in pazienti diabetici in trattamento insulinico – sottolinea Gabriele Riccardi – tuttavia, è verosimile che analoghi benefici possano ottenersi anche in coloro che sono in trattamento con altri farmaci o addirittura con sola dieta, dal momento che la presenza di picchi elevati di glicemia dopo i pasti rappresenta una caratteristica generale della malattia diabetica, non facilmente controllabile con la terapia. Pertanto, uno o due cucchiai di olio extravergine di oliva ai pasti – senza esagerare in quanto anch’esso, come tutti i grassi, è altamente energetico – possono aiutare a moderare la glicemia senza dover limitare eccessivamente gli alimenti che contengono carboidrati, anche quelli come pane, riso, polenta e patate che hanno un indice glicemico più elevato”. Evitare i picchi glicemici rappresenta un obiettivo importante della terapia del diabete giacché essi contribuiscono a danneggiare la parete arteriosa facilitando così l’infiltrazione di cellule infiammatorie. Questo processo determina, a lungo andare, un irrigidimento dei vasi a cui fa seguito un inadeguato afflusso di sangue ai tessuti a livello di cuore, rene, occhi, piedi; è proprio questo che poi determina le gravi e invalidanti complicanze croniche del diabete. L’olio extravergine di oliva è il condimento ideale anche per chi non ha diabete, perché aiuta a combattere quei fattori di rischio cardiovascolare che sono, purtroppo, diffusi nella maggioranza delle persone che hanno superato la mezza età e sono oggi sempre più comuni anche nei giovani adulti.

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