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Quotidiano di informazione – Anno 34 n° 316

Resistenza dei batteri agli antibiotici

Posted by fidest press agency su mercoledì, 23 marzo 2016

antibioticiDurante i circa 70 anni di uso degli antibiotici, i batteri hanno dimostrato di avere una incredibile capacità di resilienza, riuscendo di volta in volta ad adattarsi alla presenza del nuovo “veleno” e a diventare ad esso resistenti. Lo stesso Fleming, in occasione della consegna del Premio Nobel nel 1945, sostenne che la penicillina, se male utilizzata e sotto-dosata, non solo poteva non uccidere i batteri ma, addirittura, indurre lo sviluppo di meccanismi di resistenza.Nel corso degli anni, l’industria farmaceutica e la ricerca indipendente sono sempre riuscite a parare il colpo, mettendo di volta in volta a disposizione dei medici nuovi antibiotici in grado di vanificare i nuovi meccanismi di resistenze messi in atto dai batteri.
Purtroppo, da qualche anno non è più così. Per vari motivi, i nuovi antibiotici sono pochi e sembrerebbe che i batteri stiano riuscendo a riprendere il sopravvento. Infatti, si sono andati diffondendo nel mondo ceppi particolari di batteri contro cui i comuni antibiotici non sono più attivi.Uno dei più temibili “superbugs” è la Klebsiella pneumoniae produttrice di carbapenemasi (CP-kp), resistente anche ai carbapenemi. Dal 2008 al 2014, secondo i dati pubblicati dall’European Centre for Disease Prevention and Control (ECDC), rispetto a tutti i ceppi di Klebsiella isolati da sangue o liquor, in Italia si è osservato un incremento delle percentuali di Klebsiella pneumoniae resistente anche ai carbapenemi fino a posizionarsi su valori compresi tra il 25 e il 50%. Il resto d’Europa, seppur meno esposto, non è affatto in posizione di sicurezza. Infatti, in una recente pubblicazione del gruppo di lavoro EuSCAPE (European Survey of Carbapenemase-Producing Enterobacteriaceae), all’interno di un progetto lanciato nel 2012 da ECDC, con lo scopo di monitorare la diffusione e l’epidemiologia dei ceppi ECP (Enterobacteriaceae produttrici di carbapenemasi) in cui sono coinvolti 38 Paesi europei, emerge che, sebbene in Italia questi batteri siano diffusi in forma endemica, molti degli altri Paesi europei hanno un grado di diffusione inter-regionale non trascurabile. Oltre alla Klebsiella, altri batteri sono coinvolti nelle infezioni nosocomiali, tra cui Escherichia coli, batteri Gram-negativi (principalmente Pseudomonas aeruginosa e Acinetobacter) e gli stafilococchi.
In Italia, come causa delle infezioni nosocomiali, si collocano ai primi tre posti la Klebsiella, l’Escherichia coli, e la Pseudomonas aeruginosa. Si tratta purtroppo di tre specie che comprendono anche ceppi ultraresistenti, sensibili a pochissimi antibiotici, che recentemente si sono diffusi negli ospedali italiani raggiungendo, in alcuni casi, numeri preoccupanti.
In Italia, per esempio, nonostante le numerose campagne di comunicazione del Ministero, vengono prescritti troppi antibiotici: oltre il 50% dei pazienti ricoverati in ospedale viene sottoposto a questo tipo di terapia. L’eccessivo uso, spesso non corretto, di questi farmaci ha portato a un incremento rilevante delle resistenze batteriche.La mortalità nelle infezioni sostenute da batteri multiresistenti è molto elevata, si aggira, infatti, intorno al 40-50%.E’ necessario pertanto mettere in atto delle misure volte a razionalizzare l’uso degli antibiotici, a migliorare le norme di igiene sanitaria, e, in primis, individuare le strategie terapeutiche adeguate.
La ricerca sugli antibiotici ha subito una battuta d’arresto: tra il 1983 e il 1987 i nuovi antibiotici sono stati 16, negli anni ‘90 solo 10 mentre tra il 2003 e il 2007 quelli presentati sono scesi a 5. Il motivo di questo calo è di tipo economico piuttosto che scientifico: le aziende hanno preferito puntare su trattamenti destinati a essere più duraturi nel corso del tempo invece che puntare su nuovi antibiotici, destinati ad un numero ristretto di pazienti e mirati ad un numero ridotto di infezioni.“All’orizzonte, comunque, si intravedono alcuni nuovi antibiotici molto interessanti: nuove combinazioni di inibitori delle betalattamasi – precisa il Dottor Matteo Bassetti, Direttore Clinica Malattie Infettive A.O.U. Santa Maria Misericordia di Udine – in grado di ripristinare l’attività degli antibiotici, soprattutto nei confronti dei gram-negativi resistenti. Passeranno anni, comunque, prima che questi farmaci possano essere in commercio, con il rischio che i batteri imparino velocemente a rendere inattivi anche questi nuovi antibiotici. Nel frattempo, alcuni dei “vecchi” farmaci poco utilizzati fino ad oggi, ma dotati di una notevole attività microbiologica come la fosfomicina, potrebbero aiutare a colmare questo momentaneo “gap”.
La Società Italiana di Terapia Antinfettiva persegue esclusivamente finalità scientifiche, culturali e sociali promuovendo, incrementando e incentivando: l’aggiornamento, gli studi e la ricerca sulla terapia antinfettiva, nella più ampia accezione del termine stesso; l’attività scientifica, didattica, culturale e di ricerca nel campo della terapia antinfettiva anche mediante iniziative divulgative dirette a tutte le specialità interessate, quali la pubblicazione di libri e riviste, l’organizzazione di convegni e congressi e quant’altro attinente; l’aggiornamento, lo studio, la promozione e lo sviluppo d’iniziative dirette alla prevenzione, diagnosi, cura nel campo delle malattie infettive, con particolare riguardo alle patologie di rilevanza sociale; corsi di perfezionamento, di aggiornamento, di divulgazione ed educazione post-laurea e post-diploma in materia antinfettiva per laureati o diplomati in discipline paramediche complementari.

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