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Archive for 29 marzo 2016

L’artista Hayat Saidi riceve l’Oscar dell’Arte della Biennale d’Arti Visive di Montecarlo

Posted by fidest press agency su martedì, 29 marzo 2016

Hayat SaidiHayat Saidi1Montecarlo. Hayat Saidi, ambasciatrice dell’arte marocchina in Italia, riceve l’Oscar dell’Arte della Biennale d’Arti Visive di Montecarlo.
Dopo 25 anni di creazione, di esposizioni e di successi in tutto il mondo, la pittrice marocchina Hayat Saidi è stata riconosciuta dai professionisti italiani del settore artistico con questo significativo premio, l’Oscar dell’Arte, assegnatole lo scorso 24 ottobre durante la cerimonia ufficiale da parte di una prestigiosa commissione italiana nel Salon Sincerity di Monte-Carlo Bay. Un traguardo notevole per un’artista che ha contribuito alla promozione dell’arte, favorendo con il Hayat Saidi2suo impegno sociale e culturale lo sviluppo dell’arte contemporanea del Marocco sul territorio internazionale. Non a caso alla scorsa edizione della Biennale di Firenze, Hayat Saidi è stata l’unica rappresentante del Marocco. Ma non è tutto.Ulteriori riconoscimenti per Hayat Saidi in Italia arrivano l’11 dicembre a Roma con il Premio Michelangelo, il 9 gennaio a Firenze con il Premio Leonardo da Vinci e il 29 gennaio il Trofeo Mercurio d’Oro. La pittrice è stata insignita a Milano del titolo di Ambasciatrice dell’arte contemporanea, ha ricevuto il Premio Marco Polo durante la Biennale delle Arti a Venezia, ha vinto il terzo premio del 150 anniversario dell’Unità d’Italia e conseguito il Premio Internazionale della Biennale di Lecce 2010. Inoltre, il suo nome è entrato nell’archivio del Dizionario dell’Arte Larousse Drouot in Francia e nella nota rivista “Arte e Cultura”.Consensi di pubblico e di critica per Hayat Saidi arrivano anche dalla Francia, dagli USA, dalla Slovenia, dal Canada, da Dubai e dal Marocco stesso: l’artista, infatti, è stata riconosciuta come migliore rappresentante del Museum of the Americas, Medaglia di Bronzo all’Accademia Arti, Scienze e Lettere di Parigi, Premio d’onore a Cannes da Martina Picasso, Premio internazionale per il Marocco all’ottavo Trofeo Internazionale Ba-rocco, Ambasciatrice dell’arte marocchina a ARTITA in Slovenia.
Le sue opere appartengono a collezioni private, non soltanto in Italia e in Marocco, ma anche negli USA a Santa Fe.
Hayat Saidi è fondatrice del Women’s Art World, un concetto per la promozione e la valorizzazione della donna artista nel mondo, è anche fondatrice di Art’PMD (Art Peinture Musique et Développement Personnel). (Sabrina Falzone)

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Encuentros en la traducción: La traducción de los clásicos. Cervantes Vs Dante

Posted by fidest press agency su martedì, 29 marzo 2016

cervantesMadrid 30 de marzo a las 19.30 horas Instituto Cervantes – Salón de Actos c/ Alcalá, 49 Entrada libre hasta completar el aforo la sede del Instituto Cervantes de Madrid, en colaboración con el Instituto Italiano de Cultura de Madrid, el Instituto Universitario de Lenguas Modernas y Traductores (IULMyT) y el ACETT Traductores (Asociación Colegial de Escritores) albergará la nueva mesa redonda “Cervantes Vs Dante”, la cual estará moderada por la filóloga italiana Mercedes Rodríguez Fierro, quien tiene la traducción como una de sus principales líneas de investigación en la Universidad Complutense de Madrid y que dialogará con el traductor Luis Martínez de Merlo y la traductora y filóloga especializada en literatura española Patrizia Botta.El público que asista a la totalidad del ciclo recibirá un certificado de asistencia.Participantes: Patrizia Botta, profesora. Università degli Studi di Roma “La Sapienza”
Luis Martínez, traductor
Mercedes Rodríguez Fierro, profesora. Universidad Complutense
Organizan: Instituto Cervantes (Madrid); Universidad Complutense de Madrid (UCM)
Colaboran: Instituto Italiano de Cultura (Madrid); Instituto Universitario de Lenguas Modernas y Traductores (IULMyT) (Madrid) ACETT Traductores (Asociación Colegial de Escritores)

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Attentato di Lahore

Posted by fidest press agency su martedì, 29 marzo 2016

lahore attentato«Ho visitato ogni letto, e ogni vittima di qualsiasi fede. È stato davvero difficile, perché ho visto tanti bambini di appena 4 o 5 anni, cristiani e musulmani, feriti o uccisi da questo terribile attacco».
Queste le dichiarazioni di monsignor Sebastian Francis Shah, arcivescovo di Lahore, in esclusiva ad Aiuto alla Chiesa che Soffre, a seguito dell’attentato avvenuto ieri in un parco del capoluogo della provincia pachistana del Punjab, intorno alle 18.30 locali.
Il presule ha parlato con ACS di ritorno dall’ospedale, dove ha fatto visita ad alcuni degli oltre 300 feriti e alle famiglie delle 72 vittime dell’attentato. Tra queste ultime anche 30 bambini.
Monsignor Shah conferma come per la comunità cristiana del Pakistan nei giorni di festa, quali Pasqua o Natale, sia d’uso dopo la messa e il pranzo in famiglia, uscire a passeggio in un parco per continuare i festeggiamenti.
«Dopo l’attentato dello scorso anno alle due Chiese cristiane nel quartiere di Youhanabad temevamo che potesse verificarsi un attacco e per questo il governo ci aveva fornito tutte le misure di sicurezza necessarie per proteggere le Chiese, ma nessuno aveva pensato al parco». Nel pomeriggio di Sabato Santo le autorità locali avevano anche indetto un briefing per concordare le necessarie misure di sicurezza. Monsignor Shah ritiene plausibile che la comunità cristiana fosse l’obbiettivo degli attentatori, ma sottolinea come tra le vittime e i feriti vi siano anche molti musulmani. Il presule ha offerto conforto e consolazione anche a loro. «Ai miei fedeli ho detto di non perdere la speranza, perché anche se affrontiamo un periodo di grave difficoltà, dobbiamo imparare a rialzarci così come Cristo ha saputo rialzarsi pur portando la croce. E così noi, pur portando la nostra croce dobbiamo riuscire ad andare avanti. Perché Dio è e sarà sempre con noi».Al telefono da Lahore, Peter Jacob, già direttore della Commissione Giustizia e Pace del Pakistan conferma ad ACS come i terroristi abbiano cercato di causare il maggior numero di vittime possibili e colpire in particolare modo la comunità cristiana».
Jacob sottolinea l’aumentato impegno da parte dell’esercito e del governo pachistano nel cercare di fronteggiare il terrorismo e non esclude che la scelta del parco Gulshan-i-Iqbal, non distante dalla casa di famiglia del Primo Ministro Nawaz Sharif possa rappresentare un messaggio per il premier. «Questa è la sua città e anche suo fratello, Shahbaz Sharif vive qui – afferma – dunque non possiamo escludere che gli attentatori abbiano voluto in qualche modo mandare un avvertimento alle autorità».
L’attentato potrebbe anche essere legato alle gravi tensioni che hanno seguito alla recente esecuzione di Mumtaz Qadri, che nel 2011 aveva ucciso il governatore dl Punjab Salmaan Taseer, “colpevole” di aver criticato la legge antiblasfemia. Qadri era ritenuto da molti un eroe perché aveva giustamente ucciso un blasfemo, e per questo la sua esecuzione è stata a lungo rimandata. Dopo la sua morte in tutto il paese vi sono state numerose proteste. «Non possiamo escludere un legame perché tra manifestanti e attentatori vi è un certo link ideologico», afferma Jacob.

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“Una storia di Azzurro e Amicizia”

Posted by fidest press agency su martedì, 29 marzo 2016

Alessandro MarchettiCori. Venerdì 1 Aprile, alle ore 09:30, il Complesso Monumentale di Sant’Oliva ospiterà una conferenza in memoria dell’Ingegner Alessandro Marchetti nell’anno del Cinquantesimo anniversario della sua morte. L’incontro, organizzato dalla 4ª Brigata Telecomunicazioni e Sistemi per la Difesa Aerea e l’Assistenza al Volo di Borgo Piave e dal Comune di Cori, rientra nell’ambito dell’evento “Una storia di Azzurro e di Amicizia”. Sarà un importante momento per raccontare il forte legame storico-culturale esistente tra il territorio pontino e l’Aeronautica Militare. Una storia iniziata nel 1927 con la presenza di tre campi di volo a Cisterna, Sezze Romano e Terracina, che garantirono sicurezza a tutti quei piloti che sorvolarono i cieli laziali, fino ad arrivare ai giorni odierni dove sono presenti la 4ª Brigata e il 70° Stormo, due reparti d’eccellenza della Forza Armata. Una storia che racconta come lo stesso agro pontino sia stato importante per l’Arma Azzurra con personaggi che si sono contraddistinti per abnegazione e coraggio, come Giorgio Rossi, Publio Magini (Comandante e pilota istruttore della scuola di volo senza visibilità) o Alessandro Marchetti, noto progettista e costruttore pontino entrato nella storia dell’Aeronautica Militare.
L’Ingegner Alessandro Marchetti (Cori, 18 Giugno 1884 – Sesto Calende, 5 Dicembre 1966) è una figura di spicco nel settore aeronautico mondiale, che si distinse per la sua alacre inventiva e capacità tecnica nella costruzione dei primi velivoli. Il convegno sarà presieduto dal Generale di Brigata Aerea Giuseppe Sgamba, Comandante della 4ª B.T.S. D.A./A.V. Sarà presente il Prefetto di Latina, Pierluigi Faloni e il Sindaco di Cori, Tommaso Conti. Tra i relatori il Gen. (R) Euro Rossi (ex Com.te del 70° Stormo ed autore del libro “Nido d’Aquile”), Alessandro Caucci Molara (rappresentante della famiglia Marchetti), Gregory Allegi (storico e giornalista aeronautico) e il Tenente Colonnello Paolo Nurcis (rappresentante dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore Aeronautico). (foto:Alessandro Marchetti)

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Il genocidio armeno

Posted by fidest press agency su martedì, 29 marzo 2016

armeniadi Martino Diez. Nel centenario del genocidio armeno non sono mancate le pubblicazioni. Ma il volume curato da Bozarslan, Duclert e Kévorkian spicca, oltre che per l’abbondante documentazione, per la capacità di leggere in prospettiva gli avvenimenti, tanto da costituire – si può affermarlo senza esagerazione – una lettura essenziale non solo per quanti vogliano conoscere i fatti del 1915, ma anche per chi desideri capire qualcosa delle contraddizioni in cui si dibatte la Turchia contemporanea. Elemento non irrilevante, nel momento in cui la questione curda è riesplosa con inaudita violenza e Ankara appare sempre più coinvolta nel conflitto siriano.
Notevole la provenienza geografica e culturale degli autori, rispettivamente curdo di Turchia, francese e armeno. A differenza di molti volumi a più mani, in cui i capitoli si giustappongono senza veramente interloquire tra loro, gli autori entrano in un dialogo fecondo tra diverse specializzazioni e discipline, a partire da una convinzione condivisa: che cioè gli eventi del 1915, primo genocidio del Novecento, contengano una lezione che trascende le circostanze storiche in cui si produssero.
I fatti innanzitutto. Li presenta Raymond Kévorkian nella prima parte, La distruzione degli armeni ottomani. Nel corso della prima guerra mondiale furono sterminati due terzi della popolazione armena dell’impero, pari a 1,2-1,5 milioni di persone. Il massacro affonda le sue radici nei pogrom ordinati tra il 1894 e il 1896 dal sultano Abdülhamid (200mila morti stimati), a seguito dei quali la federazione rivoluzionaria armena si pone come obbiettivo il rovesciamento del sultano. E per un paradosso della storia fu proprio al movimento armeno che s’ispirarono i Giovani Turchi del Comitato Unione e Progresso nel preparare la rivoluzione del 1908. Ma se i due attori del dramma si conoscono particolarmente bene, i rapporti si guastano molto rapidamente. La prima guerra balcanica accentua nel Comitato Unione e Progresso la sindrome dell’accerchiamento, la teoria del complotto e l’insistenza sulla necessità di creare una nazione etnicamente omogenea. Dopo la disastrosa offensiva contro i russi nel Caucaso, ordinata da Enver Pasha in persona contro il parere degli alti gradi dell’esercito e conclusasi con una sonora sconfitta (dicembre-gennaio 1915), la questione armena diventa prioritaria nei piani del Comitato. È creata la “organizzazione speciale” e i soldati armeni impegnati al fronte sono disarmati e riassegnati ad apposite unità da adibire a lavori civili, iniziando gradualmente a “scomparire”. Il segnale è dato il 24 aprile, con l’arresto di diversi esponenti dell’élite armena di Costantinopoli. Ufficialmente è avviata una deportazione per allontanare gli armeni, sospettati di connivenza con le truppe zariste, dalle zone di confine. In realtà, i civili sono immediatamente spogliati di tutti i loro beni, la gran parte è uccisa già lungo il cammino, in particolare con annegamenti collettivi. Chi sopravvive finisce internato in campi di concentramento nel deserto siriano, dove le malattie, la fame e le sevizie fanno il resto. Dopo la guerra, i liberali ottomani, che controllano quel che resta dell’impero dopo la fuga dei principali leaders unionisti a bordo di un incrociatore tedesco, avviano un processo contro i responsabili dei massacri, sotto la pressione delle potenze alleate. Ma già nel 1923 quelle stesse potenze, esauste dalla guerra in Europa e preoccupate dall’avanzata sovietica, negoziano con Kemal Atatürk il trattato di Losanna, archiviando di fatto la “questione armena” e garantendo l’impunità per i massacri. E proprio dal tradimento degli alleati prende avvio la terza parte, Il genocidio degli armeni, una storia mondiale, di Vincent Duclert. Le opinioni pubbliche europee infatti furono informate quasi immediatamente dei massacri in corso, grazie in particolare alla rete di missionari americani che, essendo nel 1915 ancora neutrali nel conflitto mondiale, poterono restare in Anatolia.
La ragione politica e la necessità di scendere a patti con la potenza kemalista nascente – come pure, ma l’opinione non è nel libro, le eccessive richieste degli armeni al trattato di Sèvres – indurranno l’Intesa a fare marcia indietro rispetto alle roboanti dichiarazioni del 1915. Abbandonati dalle potenze europee, alcuni dei sopravvissuti al genocidio abbracciano la strada della vendetta. Nel primo dopoguerra i componenti del triumvirato dei Giovani Turchi sono così tutti eliminati in attentati, di cui quello a Talat Pasha a Berlino nel 1921 fa particolare scalpore in quanto l’aggressore è catturato dalla polizia tedesca, processato e prosciolto per infermità mentale. Tra i molti particolari di questa triste storia di “seduzione e tradimento” tra Occidente e Armenia, colpisce l’atteggiamento di Jean Jaurès, il celebre socialista francese. Se dopo i massacri del 1894-1896 Jaurès aveva assunto la guida in Francia di un vasto fronte pro-armeno (cui aderirono personaggi tra loro così diversi come Charles Péguy, Georges Clemenceau e Anatole France), molto più cauta appare la sua reazione ai massacri di Adana nel 1909, che del genocidio appaiono retrospettivamente come la prova generale. La ragione? Mentre nel primo caso responsabile delle violenze era il “sultano sanguinario”, incarnazione del dispotismo ottomano, nel 1909 «i liberali e socialisti europei […] vogliono credere ancora all’avvento della libertà nell’impero e alla fine del “malato d’Europa”» (p. 274).
Non è un segreto che la definizione di genocidio sia sempre stata rifiutata dai governi turchi, di qualsiasi orientamento: i 300.000 morti armeni che la Turchia è ufficialmente disposta a riconoscere non sarebbero più eccezionali dei 3 milioni di turchi scomparsi nel primo conflitto mondiale. È in particolare negata l’esistenza di un piano preordinato di sterminio, ignorando le prove raccolte già dall’amministrazione ottomana nel 1919, e si attribuisce la maggior parte delle morti ad azioni di bande irregolari o agli stenti caratteristici del tempo di guerra. La deportazione è infine giustificata sulla base dell’imminente “tradimento” armeno, amplificando i numeri dei volontari nell’esercito zarista e attribuendo a tutta la popolazione rurale, contro ogni verosimiglianza, l’atteggiamento delle avanguardie rivoluzionarie più politicizzate.Ma l’elemento essenziale è di natura ideologica. «Gli architetti del 1915 poterono proseguire la loro opera aldilà del 1918, con il pieno riconoscimento della comunità internazionale, che salutava nell’esperienza turca un modello di modernità e occidentalizzazione. […] In nessuna parte del mondo gli autori di genocidi furono celebrati a livello ufficiale dopo la loro sconfitta o scomparsa, in nessuna parte del mondo salvo che in Turchia» (p. 226). Fondamento ideologico del regime dei Giovani Turchi è – secondo Bozarslan – un darwinismo sociale che interpreta la storia come una competizione tra razze rivali, in cui la più forte schiaccia inesorabilmente la più debole. «La guerra – scrive Bozarslan – si era trasferita dal controllo degli spazi a quello delle specie» (p. 147). Il Comitato Unione e Progresso rappresenta dunque uno dei primi esempi di regimi non più solo autoritari, ma propriamente totalitari in quanto non riconosce alcun principio etico al di fuori del divenire storico e dell’interesse del partito e della razza. Eloquente uno dei suoi slogan: «Yok kanun? Yap kanun» «Non c’è una legge? Fai la legge».
Rispetto a questa ideologia materialista e storicista, il ruolo dell’Islam è subordinato: esso infatti agisce come fattore di mobilitazione presso le masse popolari, ancora impregnate di riferimenti religiosi, ma, come scrisse l’ambasciatore americano Henry Morgenthau, «gli uomini che concepirono il crimine avevano tutt’altro obbiettivo: essendo quasi tutti atei, e non rispettando il maomettanesimo [l’Islam] più di quanto non rispettassero il Cristianesimo, la loro unica ragione fu una questione d’implacabile politica di Stato» (pp. 160-161). Pur condannando i massacri nel 1920 in un intervento in parlamento definendoli un «atto vergognoso» (p. 354), Atatürk attinse i propri quadri dai membri locali del Comitato Unione e Progresso. Già nel 1921 i kemalisti salutavano in Talat Pasha «un gigante della storia e un genio la cui immensità passerà ai posteri» (p. 234) e Mustafa Kemal concedeva alla vedova una pensione per i servizi resi alla nazione. Continuando la prassi unionista, Atatürk prega nel 1920 uno dei suoi generali di apportare tutto l’aiuto necessario agli armeni del Caucaso, salvo inviare subito dopo un secondo telegramma cifrato in cui gli comanda di «distruggere l’Armenia politicamente e fisicamente» (p. 218). La guerra di liberazione nazionale infatti completò quello che il genocidio non aveva potuto realizzare: la cancellazione quasi totale della presenza armena in Turchia.
Il genocidio armeno costituisce per la Turchia contemporanea un autentico buco nero, una memoria costantemente rimossa. Ma costantemente risorgente. Come ha scritto Taner Akçam, storico turco-tedesco tra i maggiori studiosi del genocidio, «la nostra esistenza […] significa l’assenza di un’altra entità, i cristiani. Accettare il “1915” significa accettare che dei cristiani abbiano vissuto su queste terre, ciò che equivale a proclamare la nostra inesistenza» (p. 237). Eppure – ha affermato Papa Francesco – «ricordarli è necessario, anzi doveroso, perché laddove non sussiste la memoria significa che il male tiene ancora aperta la ferita; nascondere o negare il male è come lasciare che una ferita continui a sanguinare senza medicarla!» (Santa Messa per i fedeli di rito armeno, saluto all’inizio della celebrazione, 12 aprile 2015). (abstract -Copyright ©2013 Fondazione Internazionale Oasis http://www.oasiscenter.eu/it

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Destra sinistra centro

Posted by fidest press agency su martedì, 29 marzo 2016

benedetto croceOrmai è diventato chiaro come le categorie politiche identificate in una collocazione ben precisa, non hanno più ragione di esistere, non tanto per doveroso invecchiamento, quanto per la confusione che si è generata intorno a tali identificazioni. Si transita indifferentemente dalla Destra alla Sinistra, transitando per un Centro incerto, come se si trattasse di un “mestolo di idee” buono per tutte le stagioni. Così, profittando dell’intelligenza degli amici lettori de “L’Obiettivo”, propongo un luogo di incontro, utile per esprimere le proprie idee, conoscere quelle altrui e, insieme, dibatterne i contenuti.
L’argomento è tutto nel titolo “Destra, Sinistra, Centro”, cosa rappresentano ancora oggi, cosa suggeriscono ideologicamente, quali principi, se ancora ce ne dovessero essere, condizionano la loro esistenza ? Un chiarimento concettuale risulta indispensabile al fine di rendere intelligibile una volontà politica di rinnovamento che guarda alla Storia e alle evoluzioni che essa impone. Lo schema della politica in questi ultimi 150 anni non ha fatto grandi passi in avanti, ha, bensì, segnato il passo intorno alla vetusta impostazione di “destra”, “sinistra”, “centro”, ma senza offrire chiarimenti ben distinti, generando spesso più confusione che trasparenza.“Farsi capire” diventa un imperativo categorico, il solo che possa elevarsi a viatico sia dello sviluppo e del progresso che della conservazione di valori non soggetti a trattative e/o compromessi.
Per dare un senso alle vecchie identificazioni di destra, sinistra e centro non possiamo che guardare ad un passato, ormai remoto, quando menti eccelse impostarono la dialettica politica, trasferendo il dibattito dalla pura concezione teorica alla prassi politica.
La mente eccelsa per antonomasia fu certamente Benedetto Croce, al quale non si fa riferimento più per ignoranza documentata che per maldestro convincimento ideologico.Fu proprio Benedetto Croce che cercò di dare un chiarimento alle “categorie” concettuali per trasferirle nell’incontro politico che già era scivolato nelle scontro.
Era il 1951 quando il filosofo partenopeo indirizzò, a “coloro che si determinavano a iscriversi al Partito liberale”, una lettera nella quale poneva, senza mezzi termini, l’esigenza di una collocazione del pensiero “liberale”, diventato PLI, come unico partito avente il diritto/dovere di collocarsi al “centro”, ma un centro mobile, in grado di dialogare con la destra conservatrice e liberale e con la sinistra progressista: un Centro filosofico, virtuale più che virtuoso. (Rosario Amico Roxas)

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