Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 348

Capitalismo e democrazia: l’Italia come la Cina?

Posted by fidest press agency su venerdì, 8 aprile 2016

shanghai-chinaNon mi ha destato alcuna meraviglia la presenza, in un primo elenco di personaggi noti, di importanti dirigenti del Partito Comunista Cinese, con conti miliardari nei paradisi fiscali. Nessuna meraviglia perché lo avevo anche previsto leggendo semplicemente la cronaca quotidiana. Ci si chiede quale regime politico vige in Cina? Si dirà che il comunismo sarebbe al comando, ma bisogna fare taluni “distinguo” a chiarimento di una realtà che travolge ogni possibile convinzione ideologica.
In un sistema dominato dal socialismo reale, come è possibile che dirigenti del partito possano accumulare fortune miliardarie?
Il contagio capitalistico ha coinvolto anche il comunismo cinese, che, però, tiene sotto rigoroso controllo le piazze evitando ogni possibile azione di protesta da parte di quella stragrande maggioranza controllata dal comunismo reale.
Avviene in Cina una miscellanea paradossale di democrazia capitalistica, riservata a pochi o pochissimi, con il rigore staliniano, condito da condanne a morte per i trasgressori che osano esprimere le proprie delusioni.
La democrazia ha bisogno del capitalismo; possiamo affermare ciò dalla considerazione che l’asse che divide il pianeta non è più rivolto al dualismo democrazia e comunismo, bensì tra democrazia e autoritarismo. Accade ciò per via dell’inversione dei termini, in quanto il capitalismo si sviluppa e si afferma in un sistema democratico, ma,una volta affermato, non ha bisogno di democrazia, privilegiando l’autoritarismo, sotto qualunque natura, purchè rigoroso.
Eclatante risulta l’esempio della Cina, unico paese al mondo dichiaratamente comunista, diventato accentuatamente capitalista. Il gap tra Cina ricca e Cina povera sta aprendo una voragine incolmabile; i ricchi, diventati spesso ricchissimi, vivono nel lusso tipico di chi esercita una rivalsa contro le privazioni subite, i poveri sono diventati poverissimi, mentre la loro povertà diventa dinamica ed è destinata a crescere. La Cina è diventata la capitale mondiale delle manifatture, ha invaso il pianeta e continua a dilatarsi anche verso le tecnologie più sofisticate; ciò significherà un sempre maggior utilizzo degli automatismi produttivi a discapito del lavoro manuale, che oggi è oggetto di sfruttamento, e domani non ci sarà neanche questo perché le macchine sostituiranno l’uomo.
Ma i comunisti cinesi dove sono stante il capitalismo incombente?
Sono al governo e mantengono una situazione autoritaria che consente di tacitare qualunque forma di dissenso.
Da ciò deriva la considerazione che il gap nella popolazione cinese non è soltanto economico, ma è principalmente politico.
E’ la politica che mantiene lo stato di terrore e domina incontrastata ogni aspetto della vita pubblica e privata. La magistratura è politicizzata, non esistono sindacati, non esistono controlli di sicurezza sul posto di lavoro; esistono soltanto privilegi per quanti riescono a produrre, esportare e incrementare il PIL cinese, e sfruttamento nei confronti della stragrande maggioranza del paese considerata esclusivamente come mezzo per incrementare la produzione.
L’Italia si sta avvicinando al modello cinese, con differenze semantiche ma non sostanziali, con una palese sbandata verso forme autoritarie antidemocrtaticher. Invece di un governo comunista, si prospetta un governo liberista; ma entrambe le forme di governo necessitano dell’esercizio autoritario e puntano alla produzione, alla competitività, al mercato, ai consumi, concedendo ampie facilitazioni ai proprietari dei mezzi di produzione, permettendo lo sfruttamento dei prestatori d’opera, che vanno diventando sempre meno indispensabili perché sostituibili con macchine oppure attraverso le delocalizzazioni produttive.
Da queste considerazioni le mie più volte sostenute argomentazioni circa il pericolo incombente per il sistema democratico.
Una maggioranza liberista, tutte protesa verso il capitalismo più sfrenato, non ha bisogno di democrazia e tenderà a trasformarsi un governo autoritario.
Già ci sono le prime avvisaglie nei programmi che prevedono l’azzeramento dell’autonomia della magistratura, che non dovrebbe mai più intervenire nei reati fiscali ed economici, la maggior parte già resi inefficaci con le depenalizzazioni; plateale la dichiarazione di Berlusconi, affrontando il problema delle intercettazioni che scoprono malefatte ha detto “Le intercettazioni sono il “vulnus” della democrazia”. La maggior autorità al leader secondo una deriva presidenzialista sarà l’anticamera di una dittatura della maggioranza; mentre lo Stato dovrà essere assente nel perseguire ma attentissimo nel reprimere, dispensatore di servizi utili al mondo produttivo (strade, autostrade, TAV, ponte sullo stretto, aeroporti) ma lontanissimo dal valutare l’esigenza di una crescita equilibrata dell’economia. I primi passi sono stati compiuti dal governo Berlusconi, con la precarietà del lavoro giovanile, in modo da poter esercitare il ricatto “questo o niente”; con i periodici e preannunciati condoni fiscali che stimolano l’evasione; con l’assoluta distrazione dei controlli sulla sicurezza sul posto di lavoro, avendo praticamente eliminato la categoria degli ispettori del lavoro, perché la sicurezza costa e minaccia la competitività, mentre i morti tacciono e non creano problemi.
L’urgenza di ritornare al governo è data dall’esigenza di riprendere il discorso lì dove è stato fermato, con l’aggravante di voler coinvolgere anche il PD, partito che dovrebbe opporsi a tali manovre, sfruttando gli appetiti di poltrone che condizionano tutte le regole etiche della politica. Così ci ritroviamo a discutere di sistema democratico di fronte alla sua stessa contraddizione, con un governo che si regge sui consensi raccogliticci di quanti preferiscono la transumanza verso il potere che la tutela degli interessi nazionali. (Rosario Amico Roxas)

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