Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 301

Il vulcano più misterioso al mondo

Posted by fidest press agency su domenica, 8 Mag 2016

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(Fidest) Quando si arriva ai Campi Flegrei l’idea d’imbattersi in un vulcano come il Vesuvio o l’Etna probabilmente c’impedisce di valutare pienamente le caratteristiche e le ricchezze geologiche di questo vulcano che ci permette di esserci “dentro” come se si entrasse in un’arena e le protuberanze che la contornano non ci sembrano a prima vista i bordi di una bocca che ha eruttato ma gli spalti di un campo anche se al posto di una folla plaudente vi alberga una fitta vegetazione. E l’idea di pestare i piedi su un terreno che non si percepisce ostile non ci rende consapevoli del tutto che solo a dieci centimetri di profondità la temperatura può raggiungere i 70-80 grandi centigradi e che 500 anni prima la sua eruzione è stata devastante. A qualcuno di noi può anche venire in mente le reminiscenze scolastiche rispolverando l’Eneide di Virgilio o in tempi più recenti il film di cui era protagonista Totò che fece la sua parte tra le fumarole dei campi Flegrei. Ma se questo cratere non ci fa paura, perché silente, a ricordarci la sua pericolosità e i suoi potenziali georischi vulcanici ci pensano i geologi reduci dal Congresso Nazionale

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tenutosi a Napoli che in questa circostanza ci accompagnano come Lorenzo Benedetto, Giuseppe Doronzo, Gianluca Galletti, Francesco Peduto Presidente Consiglio Nazionale Geologi e altri.
Di là dello spettacolo suggestivo che in prima istanza appare alla nostra vista le nostre esperte guide ci permettono d’avere una visuale panoramica dei Campi Flegrei un po’ diversa e più inquietante. Vediamo da vicino la Bocca Grande, al cui interno si condensano alcuni sali contenuti nel vapore tra cui il realgar, il cinabro e l’orpimento che danno una colorazione giallo rossiccia alle rocce circostanti e che il geologo Vincenzo Morra del Dipartimento di Scienze della Terra, dell’Ambiente e delle Risorse dell’Università Federico II di Napoli ci tiene a precisare che “I Campi Flegrei sono un campo vulcanico che occupa principalmente un’area situata ad Ovest del centro urbano della città di Napoli, quest’ultimo incluso”. “L’attività vulcanica flegrea – rileva – è stata caratterizzata da un gran numero di eruzioni a carattere principalmente esplosivo, che hanno dato origine a numerosi edifici

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vulcanici prevalentemente monogenici, responsabili della messa in posto di abbondanti volumi di depositi piroclastici, cui si aggiunge un numero molto più esiguo di eventi effusivi, rappresentati da sporadiche colate e duomi di lava di dimensioni ben più limitate. Sono generalmente considerati parte integrante del vulcanismo flegreo anche i prodotti delle vicine isole di Ischia e Procida, accomunati ai prodotti flegrei dell’area “continentale”. Ma ciò che oggi resta non ci rende del tutto consapevoli che ad esempio nell’alto Medio Evo erano attive ben 40 stazioni termali. C’è un pozzo, che, a sua volta, è stato costruito nell’800 per estrarre allume dall’acqua emunta dalla sottostante falda a circa 10 metri di profondità. E ancora due antiche grotte che furono poi scavate, sempre nell’800, ai piedi della montagna che sovrasta la Solfatara per i trattamenti termali.
In ogni modo di là di quanto vediamo e possiamo immaginare, in un passato recente o remoto che sia, dobbiamo renderci conto che il vulcanismo flegreo continentale è un qualcosa che ha creato fenomeni eruttivi di particolare intensità e rovinosi in un’area molto vasta. Essi sono comunemente suddivisi sulla base del riconoscimento di due eventi eruttivi principali, i cui depositi da sempre hanno

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rappresentato degli ottimi marker stratigrafici per la ricostruzione dell’evoluzione geologica del luogo. Il primo di questi eventi è rappresentato dall’eruzione dell’Ignimbrite Campana (IC), il più catastrofico degli eventi esplosivi documentati nell’area Mediterranea negli ultimi 200 mila anni”. Non dimentichiamo che 39.000 anni fa il materiale eruttato raggiunse la Russia e fu accompagnata da un esteso collasso calderico che diede origine alla caldera dei Campi Flegrei. “Tale eruzione fu caratterizzata dalla messa in posto di abbondanti – precisa Morra – depositi piroclastici da caduta e da flusso dalla composizione essenzialmente trachitica (più raramente fonolitica), che andarono a ricoprire un’area che dai Campi Flegrei si estende fino al Mediterraneo orientale e, nelle sue propag-gini più periferiche, fino alla Russia”. “Il secondo evento – soggiunge Morra – è l’eruzione del Tufo Giallo napoletano risalente a 15.000 anni fa.” Seguirono in epoche successive almeno 37 eventi esplosivi, il più energetico dei quali sarebbe rappresentato dall’eruzione delle Pomici Principali (vulcano di Astroni). Degna di attenzione anche l’eruzione di Agnano-Monte Spina (4100 anni). E il tutto si compendia, se vogliamo, con l’ultima eruzione ai Campi Flegrei che risale al 1538 con il Monte Nuovo.

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Sono 500 anni che ci separano da quell’evento che i geologi, senza giri di parole, definiscono impressionante per i suoi effetti distruttivi su un’area dove oggi vi sono diversi insediamenti abitativi. E qui la preoccupazione di quanti temono una ripresa alla grande dell’attività vulcanica. Per questo motivo si vuole che la memoria non dimentichi il passato, che vi sia maggiore attenzione popolare su ciò che è stato e che potrebbe diventare quest’area se si trovasse nuovamente scossa dall’esplosione vulcanica. Per parte loro le strumentazioni utilizzate sul terreno sono sempre attive e sensibili per rivelare anche il più piccolo segnale per un qualcosa che potrebbe mettere in allarme i geologi e i vulcanologi. Ce lo dice, senza mezzi termini Galletti quando afferma: “Senza sicurezza del territorio non ci può essere crescita, non possono esserci investimenti. In questa misura i geologi sono chiamati ad es-sere tra i protagonisti del rilancio del sistema Paese”. E il discorso, ovviamente, va oltre i Campi Flegrei e il suo entroterra e si estende su tutto il territorio nazionale. E l’appello di Peduto non lascia spazio a malintesi: “Oggi da Napoli lanciamo la Carta per l’Italia. Vogliamo contribuire alla costruzione del futuro. Chiediamo anche una Legge Nazionale che individui il Patrimonio Geologico italiano e lo protegga alla pari di quello culturale”. Questa sorta di appello sembra sia stato recepito dal ministro dell’ambiente Gianluca Galletti che in un’intervista rilasciata alla Rivista del Consiglio Nazionale dei Geologi ha tra l’altro dichiarato: “Serve lavorare su ciò che è mancato drammaticamente per decenni dove è stata carente una vera cultura della prevenzione e della cura verso il territorio. Di quel disinteresse ora ne stiamo pagando gli effetti più gravi, visti gli eventi estremi che si abbattono ininterrottamente sul suolo nazionale mettendone a nudo le fragilità strutturali”. E rivolgendosi ai Geologi si è così espresso: “Ci sarà sempre più bisogno di uno studio scientifico della terra e delle sue complessità. Il lavoro del geologo può essere la professione del futuro – ha proseguito il Ministro – nell’ambito di quella filiera virtuosa della ‘green economy’ che

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già rappresenta una realtà occupazionale per tanti giovani ma sarà sempre di più lo sbocco lavorativo di molti ragazzi. L’economia del futuro sarà tutta ambientale e verde, per cui le opportunità – se saremo coerenti con gli impegni di Parigi e dei consessi europei – andranno moltiplicandosi”.
E il passaggio del ministro riguardo i giovani e la scuola, dove si matura la formazione, non è sfuggito ai geologi che per Galletti “E’ certamente bella l’idea di un geologo che spieghi ai ragazzi con parole semplici ed esempi concreti, i problemi del nostro territorio e cosa fare per prendersene cura. L’educazione ambientale è la grande sfida culturale di questo governo e del ministero che presiedo: sono nate le linee guida con il contributo del Formez e con la Buona Scuola abbiamo ribadito la centralità e la trasversalità delle materie ambientali tra i banchi di scuola, che sempre più dovranno essere rese strutturali nei programmi scolastici e non lasciate alla sensibilità dei singoli insegnanti. E’ giusto e direi anche necessario che all’insegnamento didattico si affianchi la “pratica” sul campo: gli studenti visitino gli impianti del riciclo e i parchi nazionali, ma li si porti anche su quel territorio complesso dove i geologi lavorano ogni giorno. Dobbiamo spiegare loro che molto, da cittadini di oggi e soprattutto di domani, possono fare per ridurre i rischi”.
Questo scenario che vede in prima linea la vicina città di Pozzuoli ci richiama l’importante fenomeno del bradisismo e che proprio in quell’area registra vistosi segni della sua presenza e qui dovremmo aprire un altro importante discorso ma che ci riproponiamo di fare in seguito.

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