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Archive for 10 maggio 2016

“Senza bagaglio” un piccolo concerto

Posted by fidest press agency su martedì, 10 maggio 2016

Maria_Grazia_Calandrone

Bocchignano, Montopoli di Sabina (RI) 15 maggio 2016 alle ore 21,00 presso la sede Intrecci Sonori, dell’Associazione Culturale Euterpe, la scrittrice e poetessa Maria Grazia Calandrone presenta “Senza Bagaglio” di vivavox, electronics & video di Stefano Savi Scarponi. “Un piccolo concerto recitato per una passeggiata nel cuore umano tra l’amour fou dei vivi sui panorami obliqui delle isole e il sorriso bianchissimo dei morti nella loro bianchissima accoglienza. Immaginiamo di entrare in ogni nuovo pezzo come in una piccola stanza dove divampano i flashes della cronaca nera o gli innamorati infinitamente confermano che l’amore è eterno e popola la terra a prescindere dall’uso momentaneo delle persone – stanze dove la storia ancora sanguina al centro dello spettacolo-cuore che ha le sue valvole e le sue astrazioni e che la musica infiamma, raffredda, accompagna, ironizza – perché tutto sia sempre più leggero e più prossimo all’estasi, allo sguardo che guarda quando cadono tutti gli ornamenti”, scrive l’autrice, sottolineando che “i video sono stati pensati e realizzati in sincrono con i vuoti e i colmi della lettura e della musica. Le figure umane, riprese al loro stadio larvale, ectoplasmatico, liquido, scontornate dall’aura che le dilata, vogliono riprodurre e suggerire la libertà dei corpi e delle interpretazioni (….) corpi riconoscibili solo nel genere e nella loro struggente, onnipotente, telepatica struttura onirica, corpi che somigliano al nulla dal quale vengono e al quale sono stati destinati, ma in più hanno la gioia del movimento e l’ombra tragica che lo accompagna.” Un’opera che propone, come evidenziato nell’ambito della rassegna “Cinema come poesia”, promossa all’ESC atelier autogestito di Roma, “un’idea cinematica della poesia e un’idea poietica del cinema, tra movimento dell’immagine e spazio mobile della scrittura: dall’uno all’altro, di fantasma in fantasma”.
Maria Grazia Calandrone nasce a Milano nel1964, vive a Roma. Poeta, drammaturga, performer, organizzatrice di eventi e autrice di programmi culturali per RAI Radio 3, critica letteraria per il “Manifesto” e responsabile della sezione inediti di “Cantiere Poesia” per la rivista mensile internazionale “Poesia”. Ha riportato numerosi e preziosi riconoscimenti. Le sue poesie sono tradotte in 17 lingue ed è presente in numerose antologie internazionali.
L’evento s’inserisce nell’ambito di un progetto nato dall’incontro tra l’Associazione Culturale Euterpe e l’Associazione Elio Pagliarani, che nei rispettivi ambiti quello della musica e della poesia, hanno cercato di rompere gli ambiti, superando i propri confini, promuovendo la conoscenza fra artisti, linguaggi e percorsi. La relazione fra le due associazioni ha reso possibile un appuntamento mensile, nella sede Intrecci Sonori, con la presentazione di un autore. Lo scorso 13 marzo è stato promosso un reading poetico con la partecipazione di numerosi autori del panorama contemporaneo, al quale seguiranno l’appuntamento con l’opera della Calandrone e altri importanti figure nel mese di giugno e luglio, per arrivare a fine agosto al varo della prima edizione del Festival della poesia “Versi Extra Vaganti”.

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Antibiotici orali: negli Stati Uniti un terzo delle prescrizioni in ambulatorio è inappropriato

Posted by fidest press agency su martedì, 10 maggio 2016

antibioticiNegli Stati Uniti circa un terzo delle prescrizioni di antibiotici orali avvenute negli ambulatori pediatrici tra il 2010 e il 2011 potrebbe essere stato inappropriato, secondo uno studio pubblicato su Jama. «Dalle stime dei Centers for Disease Control and Prevention (Cdc), le infezioni resistenti colpiscono 2 milioni di persone con 23.000 decessi l’anno solo in Nord America» scrivono gli autori dell’articolo, coordinati da Katherine Fleming-Dutra dei Cdc di Atlanta, ricordando che l’uso di antibiotici non solo alimenta la resistenza, ma provoca eventi avversi che vanno dalle reazioni allergiche alle infezioni da Clostridium difficile.«Nel 2011 negli Stati Uniti sono state effettuate 262 milioni di prescrizioni ambulatoriali di antibiotici, con un tasso di inappropriatezza sconosciuto» spiegano i ricercatori dei Cdc, che per chiarire l’argomento hanno usato i dati 2010-2011 del National Ambulatory Medical Care Survey e del National Hospital Ambulatory Medical Care Survey, verificando le percentuali di prescrizioni inappropriate in adulti e bambini statunitensi. Delle 184.032 visite analizzate il 12,6% ha portato a una prescrizione di antibiotici, con la sinusite in testa alla lista delle cause seguita dall’otite media purulenta e dalla faringite. Tra le malattie respiratorie la bronchite è stata il motivo più frequente di antibiotico-terapia orale, con un’appropriatezza globale stimata in un caso su due.
«Ciò significa che potrebbe essere stata inutile la metà delle prescrizioni di antibiotici per le infezioni respiratorie acute, ossia circa 34 milioni di ricette l’anno» riprendono gli autori stimando che, globalmente, un terzo delle prescrizioni di antibiotici orali avvenute in ambulatorio potrebbe essere stato inadeguato. «I tassi di inappropriatezza prescrittiva riportati in questo studio sono probabilmente sottostimati, ma offrono un importante e utile punto di partenza per comprendere le dinamiche alla base delle prescrizioni di antibiotici in ambito ambulatoriale, in modo da guidare i futuri sforzi della sanità pubblica per ridurre quelle non conformi alle attuali linee guida» commenta in un editoriale di accompagnamento Sara Cosgrove della Johns Hopkins University School of Medicine di Baltimora.

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“L’isola dei famosi” vista da un ergastolano

Posted by fidest press agency su martedì, 10 maggio 2016

isola famosiNon vedo molti programmi televisivi perché penso che di solito allo spettatore rimane solo la possibilità di guardare qualcosa che c’è già. Piuttosto preferisco leggere per ricevere e creare qualcosa che non vedo ancora. Sinceramente, leggere mi coinvolge molto più che guardare la televisione perché, mentre lo spettatore trova le immagini della vita e del mondo già confezionate, il lettore le trova dentro di sé. In poche parole penso che lo spettatore televisivo abbia un ruolo passivo mentre il prigioniero che legge ha più possibilità di partecipare e creare la vita e il mondo di cui non fa più parte.
Da un paio di mesi, però, sto seguendo il programma televisivo “L’isola dei famosi”. E qualche mio compagno mi sta prendendo pure in giro per questa strana passione, ma è più forte di me. E con tutta sincerità vi confido che vedendo i “naufraghi” su quest’isola fra tante difficoltà e che fanno la fame non posso non ricordare quando, nel lontano 1992, arrivai sull’Isola del Diavolo (così i prigionieri chiamavamo l’isola dell’Asinara in Sardegna). Le dichiarazioni dei partecipanti di questo programma che soffrono di solitudine, abbandono e nostalgia, mi stanno facendo tornare in mente quello che ho passato quando sono stato prigioniero in quella maledetta isola per ben cinque anni. Sì, è vero, i protagonisti di questo programma, a differenza di me, non hanno commesso nessun reato e sono andati lì di loro spontanea volontà. Ma le loro parole ed emozioni mi hanno suscitato ugualmente questi ricordi.
Era il luglio del 1992. Faceva un caldo torrido. Ero arrivato sull’isola con gli elicotteri dei carabinieri. Appena sceso, mi presero in consegna le guardie che mi scaraventarono in una gabbia allestita provvisoriamente al centro del capo sportivo davanti alla famigerata sezione Fornelli. Notai subito che non c’era muro di cinta. Non serviva. Eravamo in un’isola. Il mare era il muro di cinta. Tre elicotteri, per trasportare i detenuti sull’isola, facevano avanti e indietro da Porto Torres all’Asinara. Solo a tarda sera finirono di scaricare carne umana. La gabbia ormai era piena. Eravamo schiacciati come sardine. Avevamo una sete tremenda. Le guardie ci diedero solo una bottiglia d’acqua a testa. E ci urlarono: “Se la finite subito, peggio per voi… ve ne aspetta solo una al giorno”. Ad un tratto le guardie si schierarono a destra e a sinistra. Lasciarono libero un corridoio che portava dritto dentro il carcere. Le guardie avevano scudi in plexiglass e manganelli nelle mani. Ad un tratto aprirono il cancello. Lanciai un’occhiata al percorso che dovevano fare. E subito pensai che sarebbe stato difficile non prendere qualche manganellata in testa. Corsi come un forsennato. Chi cadeva era perduto. Eravamo presi anche a calci e pugni. Io correvo piegato in due con le braccia alzate per cercare di ripararmi dai colpi di manganello. Cercavo di proteggermi la testa, ma le manganellate arrivarono proprio lì. Ad un tratto sentii un colpo secco in testa accompagnato da una fitta tremenda di dolore. Sbandai come un ubriaco. Proprio mentre stavo per cadere, mi sentì afferrare per il collo dalla maglietta. E un compagno riuscì a trascinarmi con sé. Arrivammo dritti nel corridoio della sezione. Le celle erano già aperte. Man mano che le celle si riempivano le guardie, chiudevano il cancello. E sbattevano il blindato. Alla prima che vidi vuota, m’infilai dentro al volo. Una volta che mi chiusero il blindato alle spalle cercai di riprendere fiato. Era talmente arrabbiato che tremavo. Mi sentivo sfinito come se tutte le energie avessero abbandonato il mio corpo. Pian piano sentì i battiti del mio cuore rallentare. Mi guardai intorno. L’aria sapeva di chiuso. E di muffa. Mi accorsi subito che più che in una cella mi trovavo in una vera e propria tomba. Le celle dell’Assassino dei Sogni dell’Asinara erano allocate nella parte meno illuminata della prigione. Mancava l’aria. E la luce. Dalla finestra della cella si poteva vedere solo una fetta di cielo. La parte più alta. Nella finestra c’erano doppie file di sbarre. E poi, per completare l’opera, c’era una rete metallica fitta. Ad un tratto scoprii che sanguinavo dalla testa. Avevo tutta la maglietta imbrattata di sangue. Mi faceva male la testa e mi sembrava di averci dentro una vespa impazzita. Strinsi i denti. Cercai con gli occhi il lavandino. Era vicino al gabinetto. Aprii il rubinetto. L’acqua veniva giù marrone. Sapevo che non era potabile ma non mi avevano detto che fosse così sporca. Mi lavai la ferita. Dallo specchio sopra il lavandino vidi che avevo una profonda ferita in testa. Avevo pure una ferita al sopracciglio. Pensai che forse avevo bisogno di qualche punto di sutura, ma decisi che non fosse il caso di chiamare nessuno. Ero inzuppato di sudore, sangue e rabbia. Non sapevo cosa fare. Poi decisi che era meglio sdraiarsi sulla branda. Mi misi a pensare ai miei figli. Prima di addormentarmi lo facevo sempre ma, quel primo giorno nell’isola del Diavolo, mi addormentai dopo pochi secondi.
Nel giro di poche settimane i detenuti si adattarono a qualsiasi angheria. Per le guardie diventammo come dei giocattoli. E le guardie iniziarono a trattarci come bestie. Ci umiliavano, ma noi non reagivamo. Alle guardie non erano mai capitati dei detenuti così docili. E ne approfittarono. Molti di noi piuttosto di reagire decisero di diventare pentiti. Alcuni mafiosi di spessore arrivavano nell’isola e dopo pochi giorni andavano via come collaboratori di giustizia. Molti di noi si sentivano morti. Io però mi sentivo ancora vivo.
La doccia era concessa solo una volta a settimana. Ogni detenuto aveva tre minuti per insaponarsi e sciacquarsi. A volte i tre minuti diventavano due.
Ricordo quella volta in cui mentre faceva la doccia un mio compagno, Tiziano, per provocazione i tre minuti erano diventati uno. Lui era ancora insaponato, non gli diedero il tempo di sciacquarsi che batterono le chiavi sul cancello.. Era il segnale per uscire dalla doccia. Tiziano non uscì. Gli chiusero l’acqua e si prepararono per andarlo a prendere con la forza.
Sentii la voce di Tiziano: “Figli di puttana… non mi fate paura… bastardi… venite uno per volta se avete coraggio.” Non potevo lasciarlo solo in balia di quei bastardi. La cosa più furba era di stare zitto ma non avevo mai lasciato un amico solo. E non lo feci neppure quella volta. Incominciai a battere il cancello. E a gridare: “Cornuti… cornuti…se lo toccate, vi ammazzo come cani.” Un brigadiere urlò: “Andate a prendere anche a lui…li picchieremo insieme…con una fava prenderemo due piccioni. Aprirono anche la mia cella. Pensavano di tirarmi fuori di forza invece mi scaraventai fuori dalla cella con lo sgabello in mano come una furia. E corsi verso la doccia. Le guardie non se lo aspettavano. E rimasero per alcuni istanti fermi. Solo una guardia tentò di bloccarmi nel mezzo del corridoio. Usai lo sgabello come una clava. E lo colpì in faccia. La guardia crollò per terra come un sacco di patate tenendosi le mani in faccia. Le guardie si ripresero subito dalla sorpresa. E mi circondarono. Mi scrutarono con la bava alla bocca. E gli occhi lucidi di odio. Stavano per saltarmi addosso, ma ad un tratto sentirono una voce sopra tutte le altre. Si fermarono. La voce veniva da dietro le loro spalle. Era quello del mio compagno “Fermi!” Si bloccarono. Era una voce autoritaria. Loro erano abituati a ubbidire inconsciamente. Si voltarono. E videro il mio compagno impassibile con un tubo di ferro nelle mani. Quell’energumene aveva tirato via il tubo dalla doccia facendone un’arma micidiale. Le guardie s’impaurirono. Da cacciatori all’improvviso diventarono prede. Fecero subito qualche passo indietro. Il mio compagno invece di fermarsi avanzò facendo girare il tubo nell’aria. E si mise a urlare. “Figli di puttane… che fate scappate?” E rideva. Non l’avevo mai visto così incazzato. Si era trasformato in un uomo delle caverne. La sua espressione era diversa, sembrava un folle. Pensai: “Ora ci ammazzeranno di botte.” Eravamo spacciati. Dall’altra parte del corridoio erano arrivate una decina di guardie con gli scudi di plexiglass e i manganelli nelle mani. Era la fine. Tiziano ormai era impazzito e andò incontro alle guardie con il tubo di ferro nelle mani. E lo vidi scaraventarsi in mezzo alle guardie. Vederlo era uno spettacolo, quel tubo di ferro se lo passava da una mano all’altra e poi piombava giù negli scudi in plexiglass che andavano a pezzi. Si scatenò l’inferno. Gli altri detenuti presero un po’ di coraggio e iniziarono a battere i blindati. Il mio compagno si esaltò e divenne una furia. Un paio di guardie più furbe delle altre preferirono circondare me perché sembravo meno pericoloso. Incrociai i loro sguardi. Fece un respiro profondo. Provai a colpire con un calcio la guardia di destra ma mi colpì con una manganellata al collo. Barcollai, ma non caddi. Mi appoggiai con la schiena alla parete. Pensai che se cadevo a terra ero perduto. Non feci in tempo a finire di pensarlo che le due guardie mi piombarono addosso. E mi schiacciarono con gli scudi di plexiglass nel muro. Poi mi ritrovai subito per terra bersagliato da una pioggia di manganellate. A un tratto mi arrivò una manganellata secca nella tempia. Sentii una fitta tremenda. Vidi tutte le stelle dell’universo. Intuii che stavo perdendo i sensi. Poi non sentii più nulla. Mi svegliai al buio. Cercai di intuire dove mi trovavo. Non mi trovavo nella mia cella. Sentivo male in tutte le parti del corpo, soprattutto in testa. Mi passai la mano nei capelli e trovai buchi e grumoli di sangue dappertutto. Battevo i denti dal freddo. E il cuore mi batteva al contrario. Sentivo la fronte zuppa di sangue. Sprofondai nell’angoscia. E nella tristezza. Poi mi misi faticosamente in piedi. Sentivo il sapore del mio sangue in gola. Ad un tratto tossii e un grumolo di sangue mi andò in gola. Provai a sputarlo. Mi uscì un rivolo di sangue. Poi cercai a tastoni l’interruttore della luce. Lo trovai e lo feci scattare. Si accese una lampadina al soffitto. Mi strizzai gli occhi, un paio di volte, per abituarli alla luce. Poi ebbi la forza di guardarmi intorno. Vide che c’era un grosso topo che strofinava il muso nel sangue che aveva sputato. Provai a dargli un calcio, ma il topo fu più veloce e scappò da un buco della rete della finestra. Poi sferrai diversi pugni nei muri da una parte all’altra della parete fin quando non mi sanguinarono le mani. Nessuno mi rispose. Ero solo, disperato e isolato. Sentivo male nel corpo e nell’anima. Sentivo male dappertutto. Rimasi nell’isola del Diavolo per cinque lunghi anni. (Carmelo Musumeci) (foto: isola famosi)

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Centro destra: Berlusconi e gli accordi inesistenti

Posted by fidest press agency su martedì, 10 maggio 2016

giorgia meloni«Berlusconi parla di accordi inesistenti su un futuribile governo nazionale di centrodestra per cercare di far dimenticare che nelle ultime settimane le scelte compiute dal suo partito vanno in tutt’altra direzione, cioè in quella di un rinverdito patto con Matteo Renzi e il suo pessimo Governo. È un modo come un altro per provare a recuperare un elettorato di FI che non capisce perché Berlusconi si sia rifiutato di sostenere la candidatura di un suo storico alleato. E queste dichiarazioni dimostrano che la ragione è tutt’altro che nei contenuti. Infatti, se a Roma FdI rappresenta una politica dalla quale prendere le distanze, non si capisce perché a livello nazionale sia invece cosa buona e giusta un’alleanza con noi». Lo dichiara il presidente di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni.

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