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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 301

Rischio Brexit ed Europa, come prepararsi e come reagire

Posted by fidest press agency su martedì, 24 Mag 2016

londonA poche settimane dal referendum sulla permanenza della Gran Bretagna nell’Unione Europea, ancora è difficile fare previsioni sull’esito della consultazione. Quel che appare chiaro è che la campagna elettorale è tutta giocata sull’emotività: gli inglesi voteranno “di pancia” più che “di testa” ed è proprio qui che si annida l’aleatorietà del risultato. Sono personalmente ottimista e confido nel fatto che alla fine prevarrà il desiderio di restare nell’Ue. Ma non escludo l’ipotesi opposta, anche perché non mancano gli osservatori convinti che la Brexit ci sarà: come Lorenzo Codogno, visiting professor della Lse. Ospite qualche settimana fa di un evento organizzato da Pictet, Codogno ha detto di vedere Brexit con una probabilità elevata, e che questo avrebbe impatti negativi sull’economia – tutto sommato gestibili nel medio-lungo periodo – e sui mercati finanziari – tanto più significativi quanto più Brexit può divenire l’evento catalizzatore per problemi fondamentali latenti. Ma il rischio più grande sarebbe quello politico.
In effetti anche per noi il rischio maggiore è un effetto domino che, a partire dal caso inglese, potrebbe scatenare le forze antieuropeiste già diffuse nel Vecchio Continente. Ma crediamo che anche l’impatto sui mercati non sarebbe trascurabile: se l’azionario è meno difeso ma anche meno vulnerabile – perché prezza già una situazione abbastanza realistica – l’obbligazionario è difeso dai meccanismi della BCE, ma questi iniziano a vacillare.
Prendiamo il differenziale tra il nostro BTP decennale e il BUND tedesco. Lo spread ha avuto una mutazione da quando ha abbandonato area 180-200 pb: se prima era un rischio di credito remunerato da quella percentuale, poi è diventato qualcos’altro. Per usare la definizione del presidente della Bce, Mario Draghi, si è trasformato nel cosiddetto “ridenomination risk”, ovvero la probabilità che l’Italia divorzi valutariamente dalla Germania – ipotesi di cui chiaramente lo stesso spread risentirebbe. Ebbene: ipotizziamo ora che a un certo punto le forze centrifughe in Europa si rimettano in moto facendo riemergere i populismi, e che il mercato ci creda almeno un po’ – diciamo che prezzi il 5% la probabilità che l’Italia esca dall’euro. Faccio un conto rozzo: il rischio di svalutazione è più o meno al 30% – almeno finché l’Italia non diventa più competitiva – e noi prezziamo al 5% la probabilità di prendersi questa perdita del 30%: in questo caso lo spread si potrebbe dilatare di 150 pb dai livelli attuali. Una bella botta.
Certo, non è detto che la situazione si sviluppi per forza così, ma se dovessimo dire qual è il worst case scenario dopo Brexit, potremmo supporre uno spread a 250 punti base.
In uno scenario simile, i rimedi della BCE – OMT e QE – dovrebbero funzionare alla perfezione per contenere i danni. Invece ormai la politica monetaria ha effetti decrescenti, se non addirittura perversi. Tanto per cominciare, il QE ha un effetto distorsivo sulle correlazioni tra azionario e obbligazionario, nel senso che spinge il BTP a comportarsi come le asset class più rischiose: così quando le cose vanno bene salgono sia azioni sia bond, ma quando vanno male scende tutto. Questo va ricordato quando si pensa a Brexit: il mio consiglio è di trovare proxy diverse su cui investire e strategie con le quali difendersi.
Ampliando l’orizzonte, l’efficacia delle politiche monetarie volge al capolinea. Le Banche Centrali possono essere reagire ad eventi potenzialmente pericolosi, tipo Brexit, ma non possono di certo avre un ruolo centrale di stimolo alla crescita. Alcune delle ultime manovre, i tassi negativi, hanno effetti collaterali dannosi, come si vede dalla inversione tra la relazione tra tassi di interesse e propensione al consumo. insomma, è ora di superare la stagione delle politiche monetarie e di concentrarsi sulla politica fiscale, che riveste un ruolo crescente: anche solo una politica redistributiva a budget neutral sarebbe espansiva se andasse a colpire un tasso del risparmio che è stato portato verso l’alto in modo anomalo dal complesso di interventi che stiamo vivendo. Sarebbe ora che il dibattito iniziasse.
Fondato a Ginevra nel 1805, il Gruppo Pictet è uno dei principali gestori patrimoniali e del risparmio indipendenti in Europa Il patrimonio gestito ed amministrato ammonta a 480 miliardi di Euro a fine ottobre 2015. Il Gruppo Pictet è controllato e gestito da sette soci e mantiene gli stessi principi di titolarità e successione in essere dalla fondazione.

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