Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 301

Quel “seme” che si chiama comunismo

Posted by fidest press agency su lunedì, 20 giugno 2016

carlo marxIl primo a impiantarlo è stato un certo Karl Marx ma non gli piaceva che lo chiamassero “marxismo”. La sua Bibbia è “Il capitale”. Ciò che ne deduco, a mio avviso, è almeno una riflessione sulla necessità che vi debba essere un diverso ordinamento della società per andare oltre il capitalismo e le sue logiche perverse sul profitto e sullo sfruttamento del lavoro umano a beneficio di pochi. Egli lo considerava un processo di storia naturale dove il governo delle leggi non dipendono solo dalla volontà, dalla coscienza e dall’intenzione degli esseri umani ma ne determinano la loro volontà, la loro coscienza e i loro proponimenti. E’ stata, per ciò che mi riguarda, una riflessione che ho maturata nel tempo e che mi ha permesso di andare oltre le parole e le terminologie, pur necessarie, per definire un concetto, ma non del tutto esaustive per me. Io cercavo, e continuo a farlo oggi, con la stessa ansia e tormento, perchè sono convinto che l’avvenire del mondo non può identificarsi con i modelli di società di cui siamo portati a identificarci. Ecco perchè tendo a respingere quanti si avviluppano intorno alle parole o alle logiche di posizione che fanno dire a un povero, mi rassegno, a un benestante, mi va ben così, e a tutti coloro che vivono con il superfluo, negando agli altri persino il necessario, che lo sono per meriti divini. E’ un tocco al loro cinismo, al loro istinto di sopraffazione, di dominio su un popolo di servi e di asserviti. In passato le ricette proposte ci hanno dato la rivoluzione americana e francese e ancor prima quella tra plebei e patrizi dell’antica Roma ma non hanno avuto il merito di cambiare le logiche del sistema capitalistico ma solo di mutarne l’aspetto formale salvo poi consolidarlo nella sua arroganza e spirito di sopraffazione. Uno stimolo in più è venuto dalla rivoluzione russa, ma anch’essa, mel tempo, ha perso la sua carica riformatrice e innovativa. Cosa ci resta ora? Solo la speranza che questo popolo di senza volto sappia riscattare il suo anonimato, sappia ritrovare la sua dignità, il suo amor proprio per costruire un futuro di uguali dove la povertà non è un marchio indelebile e la ricchezza la virtù dell’arrogante, ma sappia cogliere i frutti della terra come un bene comune senza padroni e servi perché si può vivere anche per gli altri se gli altri fanno altrettanto con i propri simili nel rispetto reciproco e dove la natura vi è compresa in un sol corpo. E’ utopia? Forse, ma io vi intravedo l’unico sbocco possibile per una reale pacificazione dell’umanità e il riequilibrio dell’ecosistema. E’ un fatto culturale, beninteso. Sta nella nostra consapevolezza, nella nostra storia, nell’ingegno umano, nei suoi rappresentanti più emeriti. D’altra parte non possiamo continuare a dividerci tra chi è e chi ha senza generare conflitti sanguinosi e provocare vittime innocenti perché il male che oggi possiamo farci è grandemente distruttivo e capace d’annientare l’intera umanità e farci ripiombare nel mondo dei cavernicoli d’un sol colpo. La posta in gioco, quindi, è quella che non ci offre alternative, ma ne avremo coscienza prima d’imboccare il sentiero che ci conduce al fatale precipizio? (Dal libro “Verità e finzione” di Riccardo Alfonso, edizioni Fidest)

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