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Lotta alla desertificazione

Posted by fidest press agency su mercoledì, 29 giugno 2016

desertificazionedesertificazione2A Sassari studiosi ed esperti di fama mondiale lanciano le loro raccomandazioni ai decisori politici, agli agricoltori e al sistema dell’istruzione. Migliorare il coinvolgimento dei soggetti interessati, a partire dagli agricoltori. Dare valore alle ricerche interdisciplinari svolte da partnership miste, composte cioè da esperti di diverse materie e di diversa provenienza geografica. Riconoscere che la ricerca scientifica è un importante supporto agli investimenti volti a ottimizzare la qualità e la disponibilità delle acque. Queste sono solo alcune delle raccomandazioni rivolte a decisori politici, agli agricoltori e all’intero sistema dell’istruzione (scuole e università) emerse nei giorni scorsi nel convegno internazionale di chiusura del progetto Wadis-Mar (Water harvesting and Agricultural techniques in Dry lands: an Integrated and Sustainable model in MAghreb Regions), organizzato dal Nucleo di ricerca sulla desertificazione (NRD) dell’Università di Sassari. L’occasione ha richiamato nella città del nord Sardegna eminenti personalità del mondo scientifico e delle istituzioni internazionali da anni impegnate su temi come la crescente desertificazione e la scarsità d’acqua. Tra questi Andrew H. Manning dell’US Geological Survey, Rudy Rossetto della Scuola Sant’Anna di Pisa, Daniel Tsegai della UNCCD (Organizzazione delle Nazioni Unite per la lotta alla desertificazione), Wail Benjelloun, presidente di UNIMED (Unione delle Università del Mediterraneo), Wafa Essahli, presidente del network “Desertnet international”, Grammenos Mastrojeni, consigliere d’ambasciata e focal point italiano all’UNCCD.Il progetto nasce da un’intuizione di Giuseppe Enne, presidente del comitato scientifico dell’NRD: sottrarre al deserto e all’evaporazione milioni di metri cubi di acqua che in modo tumultuoso, violento e repentino alimentano nel giro di due o tre settimane i Wadi, dei corsi d’acqua periodici ed effimeri, tipici delle zone aride. Una soluzione è suggerita da Giorgio Ghiglieri, professore di Idrogeologia dell’Università di Cagliari e coordinatore del progetto, che propone la ricarica artificiale degli acquiferi.
desertificazione1Wadis-Mar è partito quattro anni e mezzo fa desertificazione3coinvolgendo, oltre all’NRD, capofila, la Universitat de Barcelona (UB), l’Observatoire du Sahara et du Sahel (OSS) di Tunisi, l’Institut des Régions Arides (IRA) di Médenine, in Tunisia, e l’Agence Nationale des Ressources Hydrauliques (ANRH) di Algeri. Obiettivo era arrivare a un modello integrato, sostenibile e partecipato di raccolta dell’acqua e della sua gestione in agricoltura nelle due regioni magrebine di Oued Biskra, in Algeria, e di Oum Zessar, in Tunisia, caratterizzate da scarsità della risorsa idrica, sovrasfruttamento delle acque sotterranee e un’elevata vulnerabilità ai rischi legati ai cambiamenti climatici.L’appuntamento organizzato per fare il punto sui risultati raggiunti, non solo ha visto personalità rappresentative delle organizzazioni mondiali lavorare fianco a fianco con studiosi ed esperti all’elaborazione di raccomandazioni, rivolte alle istituzioni e al mondo dell’istruzione, ma ha anche dato modo di passare in rassegna dati, nuovi sistemi di gestione del suolo, nuovi strumenti per un’agricoltura più produttiva e sostenibile.A rischio di desertificazione più di un quarto del Pianeta. Lo scenario di partenza è quello attuale, illustrato da Daniel Tsegai: “Le terre aride ricoprono il 39,7 % della superficie terrestre, in cui vive più del 34% della popolazione del Pianeta” dice. Un problema a cui si somma quello della degradazione del suolo, aggiunge Tsegai, e su cui cambiamenti climatici e azione dell’uomo incidono parecchio. Un esempio di quel che accade arriva dal bacino del Mediterraneo dove, spiega Giovanni Barrocu, docente di Geologia applicata all’Università di Cagliari, “Dati recenti mostrano l’esistenza di un fenomeno di sovrastruttamento degli acquiferi costieri, con conseguente salinizzazione delle acque sotterranee dell’area del Mediterraneo, che contribuisce ad accelerare i fenomeni di desertificazione”. Come fare a garantire un futuro alle generazioni che verranno? Tra le soluzioni proposte c’è anche quella illustrata da Dirk Raes, professore nell’Università di Lueven, in Belgio, che per la FAO, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, ha contribuito a sviluppare un sistema sperimentato con successo in Etiopia e Bolivia: inserendo in un modello matematico dati sul terreno, sulle colture, sul clima, è possibile valutare in anticipo la produttività per unità di superficie di suolo consumato. Nella pratica questo, insieme ad alcuni accorgimenti come anticipare l’epoca di semina o irrigare solo in alcuni momenti del ciclo colturale, si traduce nella possibilità di raddoppiare il raccolto (e quindi avere più cibo) utilizzando meno acqua.
L’azione di Wadis-Mar. Nel critico quadro internazionale, e tra le diverse strategie possibili, Wadis- Mar si inserisce come un modello di buona prassi. “La prima cosa da capire è che nelle zone aride, anche se poca, l’acqua c’è, ma bisogna imparare a gestirla nel modo appropriato”, spiega Giorgio Ghiglieri. Maggiori informazioni: http://www.wadismar.eu oppure https://en.uniss.it/nrd (foto: desertificazione)

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