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Debito cinese: dalle stelle alle stalle

Posted by fidest press agency su giovedì, 17 novembre 2016

grafico-cinaLa Cina ha un problema di debito. Quello pubblico sarà ancora relativamente modesto, ma dalla crisi finanziaria globale quello del settore privato è quasi raddoppiato in proporzione al prodotto nazionale, fino a sfiorare il 205% del PIL. Quest’onere crescente, costituito soprattutto da finanziamenti alle imprese, offusca le prospettive del Paese e fa temere un’ondata di default che potrebbe provocare una crisi interna con effetti devastanti per il mondo intero.Il problema quasi sicuramente peserà sull’economia cinese, causando un rallentamento della crescita al di sotto del 5% annualizzato entro la fine del decennio, ma non dovrebbe rappresentare un rischio sistemico né entro né oltre i confini nazionali. Probabilmente, infatti, il governo spalmerà i danni nell’arco di parecchi anni.Tuttavia, molto dipende dalla velocità di riconoscimento dei crediti inesigibili, dalla definitiva allocazione dei costi e dalla capacità di Pechino di controllare il processo – il margine di errore è tutt’altro che trascurabile.
La soluzione del problema non può essere rimandata a lungo. A fronte di una crescita economica più lenta e degli inquietanti livelli di indebitamento delle imprese (168% del PIL a fine 2015, la percentuale più elevata fra i principali Paesi in via di sviluppo), i crediti inesigibili della Cina poterebbero lievitare in fretta.Particolarmente preoccupante è l’espansione del debito privato rispetto al trend di lungo periodo (debito in eccesso), oggi superiore al 30% del prodotto nazionale. Tal parametro si è dimostrato un indicatore attendibile di gravi problemi finanziari. L’esperienza dimostra che l’economia va molto male quando il debito in eccesso raggiunge il 10% del PIL.
Generalmente si osserva un crollo della crescita subito dopo il superamento di tale soglia, seguito da una ripresa con la stabilizzazione a un ritmo più lento. Le nostre ricerche evidenziano un calo del PIL reale annuo medio dell’1,3% nei sette anni successivi al raggiungimento della soglia del 10% rispetto ai sette anni precedenti. Inoltre, più sostenuta era la crescita prima del momento di crisi, maggiore è il rallentamento del PIL tendenziale. Il debito in eccesso della Cina ha superato il 10% del PIL nel secondo trimestre del 2012. Quando altri Paesi hanno raggiunto la stessa soglia, i loro tassi di crescita hanno evidenziato la tendenza a un forte calo. Nel caso della Cina la frenata è stata meno brusca, ma l’effetto netto è stato più drammatico: la crescita è passata da un tasso annuo medio dell’11% negli anni precedenti la soglia critica al 7% attuale. E la decelerazione continua. Secondo le nostre stime, l’espansione annua del PIL reale si ridurrà al 4-5% entro il 2020.Tale flessione è in parte la naturale conseguenza del precedente boom della Cina – più cresce l’economia, più è difficile mantenere il ritmo, ma è dovuta anche ai perniciosi effetti di cattivi investimenti.Negli ultimi dieci anni le autorità cinesi hanno spesso usato l’espansione del credito come stimolo economico. Ma il potere di ogni nuovo renminbi di debito si è affievolito. Oggi occorrono 3,7 renminbi di debito (per lo più di aziende grafico-cina1pubbliche o controllate dallo Stato – per generare un renminbi di PIL. Prima della crisi ne bastava 1,2 e, fra il 2000 e il 2010, 1,7 in media. Anche se la minore redditività è un normale sintomo di maturazione dell’economia, in Cina l’effetto è stato esacerbato dagli errori commessi nell’allocazione del capitale. La pianificazione centrale ha portato a un eccesso di capacità produttiva in alcuni settori, in particolare costruzioni, metalli e carbone. Le nuove città cinesi a oggi disabitate, come Ordos, e i progetti infrastrutturali rimasti cattedrali nel deserto hanno fatto notizia come esempi perfetti di investimenti sbagliati.
A nostro parere, comunque, le autorità cinesi potrebbero e probabilmente riusciranno a gestire il problema del debito delle aziende con una serie di provvedimenti. Una possibile misura consentirebbe il fallimento delle società improduttive ed eccessivamente indebitate, così da ridurre la capacità del mercato e aiutare le aziende superstiti a generare i profitti necessari al rimborso dei debiti. Attualmente il tasso di default delle imprese cinesi si attesta a un mero 0,3%. In generale, l’economia è in grado di sostenere un tasso di circa il 2% senza ripercussioni significative. Le banche in difficoltà a causa di tali insolvenze dovrebbero essere ricapitalizzate. Dopo tutto, sono per lo più istituti statali. Nello stesso tempo, circa due terzi del debito corporate in circolazione sono detenuti da aziende pubbliche. Per il governo sarebbe quindi naturale rifondere i crediti inesigibili di queste aziende.Il risultato sarà un drastico aumento del rapporto fra debito pubblico e PIL, che d’altra parte si attesta appena al 45%. Inoltre, l’esperienza recente di altri Paesi indica la sostenibilità di livelli molto elevati per un lungo periodo. Nella peggiore delle ipotesi, secondo noi, Pechino dovrebbe salvare metà delle aziende pubbliche, un’operazione che porterebbe il rapporto debito / PIL al 100%, al di sotto del 132% dell’Italia e del 248% del Giappone ma anche del 105% degli USA, stando agli ultimi dati dell’FMI. Peraltro, le autorità stanno già regolamentando il sistema bancario ombra del Paese, che rappresenta ormai una fonte di rischio sistemico, nonché i prodotti di gestione patrimoniale spesso opachi, un punto di riferimento per i risparmiatori retail. Nel frattempo, la liberalizzazione dei conti capitale sarà limitata nel timore di ingenti flussi.
Nel caso della Cina si sono verificate solo due di queste condizioni. Ad esempio, l’anno prima che la Thailandia fosse travolta dalla crisi finanziaria asiatica, il debito estero aveva raggiunto il 67% del PIL. Quello della Cina, invece, si attestava appena al 13,1% nella seconda metà del 2015. Nel periodo precedente la crisi finanziaria globale, USA, Spagna e Irlanda presentavano un tasso di risparmio privato di appena il 20% circa del PIL. Quello della Cina è ben al di sopra del 50%. Infine, i prezzi degli immobili hanno visto un’impennata nelle città più importanti, ma le distorsioni non si sono diffuse ad altre aree – le bolle immobiliari sono spesso associate a crisi finanziarie.(foto: grafico cina)

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