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Trump e la politica estera statunitense

Posted by fidest press agency su mercoledì, 30 novembre 2016

Putin Views Russian Arms On Display At ExpoLa presidenza Trump dovrebbe migliorare le relazioni tra USA e Russia nell’arco di 1-2 anni. Che cosa significherà all’atto pratico è tutto da vedere. Anche se i toni tra i due Paesi si faranno presumibilmente più concilianti, è difficile che un Senato in mano ai falchi Repubblicani decida di abolire completamente le sanzioni. Nel 2017 è invece più probabile la parziale revoca delle sanzioni europee, la cui approvazione unanime deve essere confermata ogni 6 mesi. Alcuni Stati vogliono già cancellarle e se diminuissero le pressioni dall’oltre Atlantico, l’Europa potrebbe effettivamente imboccare questa direzione.
Le due aree calde della mappa geopolitica, Siria e Ucraina, saranno ancora oggetto di contesa. Tuttavia, se Trump ritirasse il sostegno ai ribelli siriani, concentrandosi sulla lotta contro l’ISIS e accettando la permanenza al potere di Assad, sarebbe un gran voltafaccia. Si ridimensionerebbe così anche il rischio di ulteriori sanzioni alla Russia. Quanto all’Ucraina, qualunque cosa accada, l’inattuabilità degli accordi di Minsk dovrebbe perpetuare lo status quo: un conflitto congelato.
Dal punto di vista economico, l’impatto è minimo. Alcune aree dell’economia russa risentirebbero della revoca delle sanzioni. Da tempo sosteniamo l’irrilevanza delle sanzioni. Ma il mercato russo soffre di uno dei premi di rischio più alti al mondo. I titoli con un P/E pari a 3x possono scambiare a 5 volte gli utili senza grandi variazioni dei fondamentali; basta che muti la percezione generale, soprattutto se il mercato è sottopesato.
Se la situazione cambierà, siamo convinti che il premio di rischio si ridurrà sensibilmente. Data l’esposizione attualmente molto limitata degli investitori internazionali, ciò potrebbe accadere anche se alcune sanzioni restassero in vigore.
Nel nostro scenario di base il petrolio oscilla fra $40 e $50/bbl. Un fattore di rischio molto importante per il mercato russo sarebbe un calo del greggio a livelli decisamente inferiori, diciamo al di sotto di $30/bbl. Nonostante le pressioni sul bilancio derivanti da un intervallo di prezzo di $30-$40/bbl, a nostro parere la copertura del budget sarebbe garantita dalla svalutazione del rublo e la tesi di investimento subirebbe un ritardo di 12 mesi. Tuttavia, se l’oro nero scendesse addirittura a $20/bbl, il trumpPaese correrebbe un rischio sistemico. A tali livelli le compagnie petrolifere avrebbero un free cash flow negativo e la sostenibilità della produzione a lungo termine verrebbe messa in discussione.
Ecco la situazione in cui ci troviamo oggi. Il mercato presenta un eccesso di offerta analogo a quello del 2014, ma con delle differenze importanti. Dal 2014 l’offerta non OPEC ha reagito al calo dei prezzi con un taglio alla produzione del 3-4%. I produttori USA, che operano nella parte più alta della curva dei costi, hanno ridotto l’output dell’8% dal picco di inizio 2015. L’offerta OPEC, che si colloca sulla parte inferiore della curva, è andata nella direzione opposta. Dall’estate 2014, l’OPEC ha aggiunto 2,35Mbbl al giorno, che equivalgono a una crescita dell’offerta del 6%, ovvero del 2% su scala globale. L’attuale contesto di prezzi bassi sarà stato forse creato dagli USA con lo scisto, ma è stato sostenuto dall’OPEC. In un mercato più bilanciato dovremmo assistere alla fine dell’accumulo di scorte a livello globale, mentre il petrolio scambierebbe al costo marginale dell’offerta non OPEC. Secondo le stime più recenti, il costo marginale dell’offerta non OPEC a livello globale ricade in un intervallo di $65-$75. È a questo prezzo che la filiera mondiale è incentivata ad aumentare l’offerta allo stesso ritmo della domanda, tenendo in equilibrio il mercato. Prezzi artificialmente elevati, come nel periodo 2011-2014, finirebbero per danneggiare l’OPEC in quanto favorirebbero un nuovo eccesso di offerta di shale oil americano, e potrebbero anche distruggere la domanda incentivando la ricerca di fonti alternative più competitive, come le energie rinnovabili. (da uno stralcio degli approfondimenti a cura di Pictet Asset Management)

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