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Quotidiano di informazione – Anno 29 n° 299

Immigrazione: chiudere col soccorso in mare e avviare una politica di cooperazione

Posted by fidest press agency su domenica, 25 dicembre 2016

agostino-spataroA fronte di tali tragedie e di altre che si annunciano, viene da chiedersi: ma quanti migranti dovranno ancora morire per mettere fine a questo vergognoso mercimonio di esseri umani che, da circa vent’anni, si sta svolgendo nel Mediterraneo, intorno e dentro la nostra civilissima Europa?Come da copione, le reazioni non sono state all’altezza del dramma: da un lato le dichiarazioni commosse, lacrimevoli, ipocrite o talvolta sincere, di autorità, ministri e ciambellani che, per tutto questo tempo, si sono limitati a gestire la parte finale del turpe mercimonio e dall’altro lato il bieco odio razzista di chi cavalca la tigre anti-immigrati per calcoli meramente elettorali.
C’è poi una categoria di benpensanti che cosparge d’invettive l’universo mondo che prima di pontificare avrebbe il dovere di meglio documentarsi su fenomeno, sulle sue origini e soprattutto sulle ragioni che alimentano il crescente malcontento popolare.
Reazioni, posizioni diverse per gravità, ma un po’ tutte ripetitive e inconcludenti poiché – come si vede – non hanno contribuito a risolvere il problema, semmai l’hanno aggravato, fino a farlo diventare esplosivo come oggi appare.
Di fronte alla tragedia in atto e ai pericoli di varia natura che s’intravvedono, non è tempo di recriminare ma di pensare alle migliori soluzioni possibili.Che fare? Questo è il vero, urgente problema. La risposta non è a portata di mano e comunque spetta darla alle forze politiche e sociali, alle autorità preposte, italiane ed europee.A noi, cittadini di Sicilia che assistiamo, attoniti e impotenti, agli sbarchi di disperati o dei loro cadaveri, non resta che ricordare- per ciò che può valere- l’iniziativa politica e parlamentare intrapresa, negli anni ’80, dal PCI ossia dal più grande partito della sinistra italiana.
Il nostro criterio ispiratore, il metro di misura era quello di assicurare agli immigrati gli stessi diritti (e doveri) richiesti per i lavoratori italiani all’estero.Perché gli emigrati in cerca di un lavoro onesto sono tutti uguali!
Per gli immigrati chiedevamo il massimo ossia l’equiparazione con i diritti acquisiti dai lavoratori italiani mediante le dure lotte del biennio 1968-69, ma eravamo contro l’immigrazione irregolare, il traffico degli esseri umani, il mercato nero delle braccia, le discriminazioni razziali e/o religiose, ecc. Per non restare nel vago indicammo all’art.10 sanzioni adeguate contro i profittatori locali e internazionali, contro ogni illegalità.Tenendo conto delle esperienze più evolute d’Europa, l’impianto propositivo era mediterraneobasato sull’esigenza di programmare e regolare i flussi secondo le esigenze del Paese, garantendo, al contempo, i diritti e una accoglienza dignitosa agli immigrati mediante accordi bilaterali con i paesi d’origine.
Paradossalmente, quella proposta non fu approvata perché ritenuta giusta, umana, forse troppo umana, giacché equiparava gli immigrati ai lavoratori italiani.Come oggi, anche allora si preferiva un’immigrazione illegale, clandestina per alimentare il mercato nero del lavoro, abbattere i costi di produzione e, se del caso, usare come clava per indebolire, demolire il sistema di tutele e dei diritti dei lavoratori italiani. Il Job Act è figlio di tale contesto.Certo, dal 1981 a oggi, molte cose sono cambiate e le proposte vanno adeguate alle nuove condizioni createsi, tuttavia solidarietà e legalità restano punti di riferimento validi che debbono procedere di pari passo.
Per favorire e regolarizzare il processo di accoglienza si potrebbe fare ricorso (perché no?) a un classico istituto caduto in disuso: il famoso “atto di richiamo” che consentiva a un immigrato regolarizzato di potere “chiamare” un parente, un amico assumendosene gli oneri del viaggio, di vitto e alloggio e aiutandolo a trovare un lavoro entro un tempo congruo.
Perciò, resto convinto che il miglior modo di aiutarli concretamente é quello di contribuire a risolvere i problemi dei loro Paesi, alcuni dei quali possiedono risorse e potenzialità davvero interessanti.
Un esempio? La massa d’immigrati nigeriani provengono da un grande Paese che galleggia sopra un mare di petrolio e di gas, di diamanti, ecc. In taluni ambienti si conoscono bene certe previsioni secondo le quali, nei prossimi decenni, sarà l’Africa il continente a più elevato indice di sviluppo. Allora, invece di indurli a scappare, bisognerebbe aiutarli a restare, per organizzare il loro futuro.
Come aiutarli? Certamente non con le guerre, con le missioni militari “umanitarie”, né con la carità pelosa, ma con la cooperazione economica e culturale, reciprocamente vantaggiosa, con gli scambi commerciali, con i trasferimenti di tecnologie, di capitali leciti.
Perché l’umanità si salva tutta intera o non si salva. Altrimenti scoppieranno nuovi, micidiali conflitti razziali, religiosi, verrà la maledetta Guerra ossia la fine di tutto. (Fonte: Periodico a cura del Centro Studi Mediterranei – Direttore Agostino Spataro articolo riprodotto in sintesi)

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