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Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 335

Intramoenia e ticket: una sentenza Consiglio di Stato

Posted by fidest press agency su lunedì, 16 gennaio 2017

consiglio di statoNelle prestazioni che il paziente paga in regime intramoenia non si deve mettere pure il ticket. Il perché lo ha chiarito il Consiglio di Stato III sezione con sentenza 4924/2016: il ticket vale solo come compartecipazione per le prestazioni offerte dal Servizio sanitario nazionale in quanto incluse nei Livelli essenziali di assistenza; per le prestazioni extra-Lea, il paziente paga la tariffa libero professionale, che è una somma di componenti della prestazione (personale etc) i cui costi sono noti all’azienda sanitaria ma che viene già pienamente corrisposta. Ergo, non ha senso imporci un ticket, come aveva invece fatto la regione Umbria con propria delibera, ora annullata dai giudici di Palazzo Spada. La Dgr 3 del 9 gennaio 2012, che aveva imposto un 29% extra all’utente su ciascuna prestazione in intramoenia, nasce peraltro dalla ricerca di balzelli alternativi al ticket “nazionale” di 10 euro a ricetta specialistica, introdotto dalla legge 111/2011 e ritenuto più ingiusto. La norma umbra è stata impugnata da Adiconsum ma ancor prima l’avevano combattuta i sindacati Anaao, Cimo, Aaroi e Fesmed. Il presidente Fesmed Carmine Gigli è ora molto soddisfatto. «Utilizzeremo il dispositivo della sentenza tutte le volte, e sono tante, in cui i direttori generali introducono vincoli all’accesso degli utenti alla libera professione intramuraria. I giudici amministrativi hanno sottolineato che l’intramoenia consente alle Aziende pubbliche di diminuire le attese oltre che di ricavare un’entrata extra volta a coprire costi dell’attività e parte delle spese. Siamo di fronte a un servizio utile, dunque, ma che i manager osteggiano, terrorizzati dal fatto che si rischia di dover rispondere per un errore del medico o una mancata fatturazione. Agli occhi dell’opinione pubblica del resto l’intramoenia è stata spesso spiegata come una forma di arricchimento del sanitario, un istituto che si alimenta con l’allungarsi delle liste d’attesa, alle quali invece oggi più che mai è una risposta». Gigli sottolinea un aspetto particolare tipico di questi giorni invernali e “influenzali”: il sovraccarico di lavoro degli ospedali, i quali sono vincolati nelle assunzioni e nelle spese e non possono aumentare la propria offerta. «A monte delle lunghe attese nei Pronti soccorso c’è soprattutto il mancato spostamento di prestazioni ambulatoriali di elezione – prime visite, controlli – sulle strutture territoriali. Presidi di distretto, consultori familiari, specialisti esterni e interni – dove più, dove meno – non arginano la domanda di prestazioni, che si riversa nei Ps e negli ambulatori dell’ospedale. Sempre più depauperato e costretto a concentrare le poche risorse sulle emergenze, quest’ultimo vede gonfiarsi le file di pazienti. In tali condizioni, un maggior ricorso regolamentato alla libera professione intramuraria nelle strutture Ssn andrebbe incoraggiato, e non osteggiato. Purtroppo siamo di fronte a manager che, pur di evitare le conseguenze teoriche di minimi errori formali in una fatturazione di prestazione intramuraria, preferiscono segnalarla come prestazione Ssn rinunciando alle tariffe dovute. In un caso di questi ci costituiremo. Purtroppo, l’alternativa a un’incentivazione intelligente delle prestazioni extra-Lea è il proliferare -oggi- di polizze sanitarie a copertura della malattia, che dirottano sul privato il grosso delle prestazioni ambulatoriali rivolte a pazienti cronici; gli stessi che invece dovrebbero giovarsi di un potenziamento delle strutture territoriali del Ssn». (by Mauro Miserendino fonte Doctor33)

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