Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 29 n° 307

Archive for 10 aprile 2017

Giuseppe Castiglione si è aggiudicato l’11° Slalom Città di Valderice

Posted by fidest press agency su lunedì, 10 aprile 2017

castiglioneTrapani Il busetano Giuseppe Castiglione si è aggiudicato l’11° Slalom Città di Valderice “Sant’Andrea di Bonagia”, gara valevole per il Campionato siciliano e Coppa AciSport VI zona, organizzato dal Promoter Kinisia e svoltosi ieri su un tracciato di 2.750 metri con nove barriere di rallentamento.
Castiglione, che è campione siciliano in carica di slalom, ha chiuso la gara con di 122,05 punti, ottenuti nella terza manche, nuovo record abbassato di ben 3 secondi, rispetto a quello raggiunto da Antonio Virgilio lo scorso anno. Alle sue spalle, il trapanese Girolamo Ingardia, su Fiat 500 e terzo posto per l’alcamese Dino Blunda su Speed Rm8, gruppo E2 Formule. Fuori dal podio il trapanese Andrea Foderà su Formula Junior, quinto Nicolò Incammisa di Custonaci, anche lui su Radical Sr4, sesto Michele Poma su Ghipard, settimo Vincenzo Pellegrino di Custonaci su Radical Sr4, ottavo Maurizio Anzalone di San Cataldo, primo del gruppo E1 Italia su Renault Clio Cup, nono l’etneo Giuseppe Pappalardo su Peugeot 205R e decimo il trapanese Crispino Farace su Fiat Uno 70. Nel gruppo auto storiche ha vinto Salvatore Pumilia su Fiat 500, nel gruppo Attività di base Salvatore Angileri su Fiat Uno, tra le Racing Start Salvatore Giacalone su Bmw320, tra le Racing start Plus Ignazio Amato su Renault Clio Rs Cup, nel gruppo N Francesco Dalli Cardillo su Peugeot 106R, nel gruppo A Angelo Fici su Peugeot 205R ed infine nel gruppo speciale slalom Luca Ferro su Renault 5 Gt. Prossimo appuntamento il 4 giugno 2017 con il 15° Slalom Agro Ericino. (foto: castiglione)

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ACS-Italia: In Egitto da alcuni mesi barbarie irrefrenabile

Posted by fidest press agency su lunedì, 10 aprile 2017

egittoÈ la Domenica delle Palme, e la memoria della Passione di Nostro Signore fa da sfondo a quella, attuale, della comunità cristiana in Egitto. A 20 giorni dalla visita di Papa Francesco in quella nazione, cellule dell’estremismo islamico colpiscono la minoranza cristiana, quasi 4,2 milioni di persone. Da alcuni mesi la barbarie è irrefrenabile. Ricordiamo il precedente dello scorso dicembre: 26 morti nella cattedrale copta de Il Cairo. Ricordiamo i sette omicidi, tutti ispirati all’odio religioso, nei primi mesi del 2017 nel nord del Sinai.
Da al-Sisi giungono segnali diplomaticamente confortanti: dalla partecipazione alla Messa di Natale alle personali condoglianze ai familiari dell’attentato del dicembre scorso, fino alla progettazione di una grande chiesa alla periferia de Il Cairo. Segnali apprezzabili, ma ora la priorità è la sicurezza. I Cristiani ne hanno pieno diritto. Ci aspettiamo che il governo egiziano dia prova di fermezza e decisione in tal senso.
Mai come in questo momento la visita del Santo Padre è fondamentale. Il suo Viaggio servirà a sostenere una comunità cristiana oggi provata da altri due gravi atti terroristici, e a proseguire nella strada del dialogo aperto e franco con i musulmani egiziani. E’ auspicabile che, ad un più convinto impegno delle Istituzioni sul fronte della pubblica sicurezza, si accompagni anche un pari sforzo delle componenti più illuminate dell’Islam nazionale, le quali dispongono degli strumenti culturali per prosciugare il brodo di coltura del jihadismo.
La comunità di ACS è vicina alle vittime e alle loro famiglie. Ora più che mai è opportuno pregare per loro, sensibilizzare circa la minaccia che incombe sulle minoranze, e agire attraverso i progetti a sostegno dei nostri fratelli perseguitati.

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Tante iniziative di volontariato nelle aree protette di Roma

Posted by fidest press agency su lunedì, 10 aprile 2017

area verde2Più pulite grazie all’operazione “Aree Verdi e Parchi Puliti”, organizzata da Legambiente, RomaNatura e Regione Lazio, con il supporto di AMA Spa. I circoli di Legambiente, i comitati, le associazioni, i gruppi scout e i cittadini, hanno organizzato iniziative in tutta la città durante le quali sono state ripulite dai rifiuti grandi porzioni di aree protette.“Un fine settimana intenso e ora i parchi regionali di Roma sono più belli, puliti e fruibili – dichiara Roberto Scacchi Presidente di Legambiente Lazio – le aree verdi e protette devono essere il centro di un nuovo sviluppo ecologico e sociale nella capitale, e tutte le iniziative in campo in questi giorni, stanno a dimostrare l’affetto, il protagonismo e un nuovo modo di sentire propri i parchi di Roma, da parte di tante associazioni, comitati e cittadini. Nel periodo in cui si fanno le pulizie di casa, è bello pensare che molti considerino i parchi una casa collettiva per tutti, e se ne prendano cura. Ora bisogna continuare a rilanciarne il protagonismo attraverso queste fondamentali azioni di volontariato, ma anche con una sempre maggior scommessa delle istituzioni sulle aree protette di Roma e di tutto il Lazio. Intanto nei prossimi mesi, questa iniziativa diverrà sistematica e continuativa”. Oggi grandi pulizie nel Parco dell’Aniene in Via Val d’Ala dalle 9.30 con il “Centro Anziani Valli Conca D’Oro”, gli Scout del Gruppo “Roma 1 FSE”, i “Volontari di Conca d’Oro” e il circolo Aniene di Legambiente alla presenza anche della consigliera regionale Cristiana Avenali. Ripulito anche al Monumento Naturale Parco della Cellulosa grazie al locale circolo di Legambiente, e ancora pulizia da parte di “Agesci Centro Urbis” a Monte Mario e del gruppo “Il Pineto nel Cuore” impegnato nell’area del Parco del Pineto.
“Abbiamo bisogno che i parchi oggi siano percepiti come soggetti che sul territorio aiutano a migliorare la qualità della vita, luoghi sicuri belli e rigeneranti dove svolgere ciascuno il proprio ruolo per il loro rilancio e salvaguardia – commenta Maurizio Gubbiotti Presidente di RomaNatura-. Le Istituzioni devono impegnarsi di più per garantire maggiore manutenzione, vigilanza, controllo, ma è indispensabile una collaborazione con le realtà sociali del territorio, associazioni, comitati, singole persone perché le nostre aree verdi siano sempre più fruite e protette. Per questo abbiamo lanciato insieme alla storica associazione di Puliamo il mondo e alla Regione questa iniziativa che ha raccolto tante adesioni a dimostrare che c’è la voglia dei cittadini di assumere un nuovo ruolo protagonista per lo sviluppo delle aree protette”.
area verde1Le pulizie erano partite già venerdì con il Gruppo Scout Agesci Roma Centro Urbis insieme ai ragazzi della Rome International School nel Giardino David Torbini sul sentiero della Farnesina nella Riserva di Monte Mario che porta al Cimitero Francese.
Sabato è stata la giornata delle grandi pulizie da parte di tanti volontari: il “Comitato Teulada – Casale Strozzi” insieme al “Gruppo Scout Agesci Roma Centro Urbis”, nella porzione della riserva di Monte Mario su Via Teulada; il “Comitato dell’Acquafredda” con il “Gruppo Scout Agesci Roma19” hanno ripulito la tenuta dell’Acquafredda in Via Gregiorio XI; i “Volontari del Decoro XIII Mun” si sono impegnati nella pulizia del Parco del Pineto alla Pineta Sacchetti e l’Associazione “La Scintilla” ha portato via decine di sacchi di rifiuti dal parco Laurentino Acqua Acetosa insieme anche alla consigliera regionale Cristiana Avenali. Intanto Retake Roma partecipa alle giornate con ben 3 momenti di pulizia a Parco Ponte di Nona Vecchia in via Don Primo Mazzolari, al Parco Marchisio di Cinecittà in Via Marchisio e al Parco Gianni Rodari di Ostia in Via della Vittoria.Anche dalla tre giorni di pulizia dei parchi di Roma, Legambiente esprime dolore e vicinanza alla famiglia, per l’assassinio del proprio socio Valerio Verri, nel ferrarese, ucciso durante l’attività di vigilanza ambientale. (foto: area verde)

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Si chiama Dantes l’ultima provocazione dell’artista Hypnos

Posted by fidest press agency su lunedì, 10 aprile 2017

monetaE’ una moneta ideata per rappresentare un Italia nuova libera dallo strapotere delle banche. Il Dantes rappresenta l’uomo italiaco capace di ideare e realizzare da solo nuovi stili di vita scevro dalle logiche globalizzate e da lobby bancarie che uccidono e depredano gli stati ,doma le banche come un domatore doma le fiere.L’ideatore della moneta il ‘Dantes’ in una nota afferma che: ‘Sogno di creare con il Dantes scenari alternativi, ad un sistema socio-economico che scientificamente produce povertà ed emarginazione sociale, con l’obiettivo prioritario di migliorare la qualità della vita in termini di giustizia, solidarietà ed equità economica. Il Dantes potrebbe essere , uno strumento di intervento sul territorio, inteso come patrimonio collettivo e inalienabile, capace di favorire la nascita di una rete solidale, di valenza sociale ed economica, nell’ambito della quale sia possibile effettuare scambi circolari agiti fuori dalle abituali logiche economico-finanziare speculative, quelle cioè attualmente operanti nel nostro paese, così come in tutto il resto del mondo. La sostituzione della moneta sporca ‘Euro ‘(debito del portatore e proprietà della banca) con quella pulita ll ‘Dante’ (proprietà del portatore e debito della banca), andra’ fatta gradualmente con la doppia circolazione.
Quando la moneta era d’oro (o di altra merce) sistema monetario era pulito. I popoli potevano vivere in serenità tempi di benessere perché il potere d’acquisto conferito per pura con-venzione ai simboli, duplicava la ricchezza senza duplicare il debito. Infatti la somma delle unità di misura monetarie incorpora una quantità di valore pari a quello di tutti i beni reali misurati o misurabili nel valore perché il potere d’acquisto ha un valore commisurato a quello dei beni che si possono acquistare. Ecco perché la moneta duplica il valore dei beni reali cioè la ricchezza della collettività. Il valore duplicato può avere o il segno positivo della proprietà (oro) o il segno negativo del debito.Con l’avvento della moneta nominale (1694 data di costituzione della Banca d’Inghilterra e dell’emissione della sterlina) il sistema monetario è stato avvelenato dal debito non dovuto. Prima, chi trovava una pepita d’oro se ne appropriava senza indebitarsi verso la miniera; moneta1con la moneta nominale, al posto della miniera c’è la banca centrale, al posto della pepita un pezzo di carta, al posto della proprietà il debito perché la banca emette moneta solo prestandola. In tal modo i popoli sono stati trasformati inconsapevolmente da proprietari in debitori del proprio denaro nella più grande truffa di tutti i tempi, passata inosservata perché basata sul principio della riserva.La moneta nominale è stata infatti concepita come titolo di credito rappresentativo della riserva sicché la banca centrale poteva affermare di essere proprietaria della moneta in quanto proprietaria della riserva. All’origine il portatore poteva presentare la banconota all’incasso e convertirla in oro.Col divieto della convertibilità la moneta, pur rimanendo vera moneta, diventava falsa cambiale. Il governatore, debitore apparente, diventava creditore reale, in quanto emetteva la moneta solo prestandola, ed il portatore, creditore apparente, diventa il vero debitore, come tale, proprietario provvisorio della moneta per la durata del prestito insindacabilmente concesso per quantitativi e tempi, dal vero padrone: il governatore.Il monopolio bancario ha trasformato i popoli da proprietari in debitori del proprio denaro, perché si è mascherata sotto la parvenza del valore creditizio, basato sulla riserva (con la formula ‘pagabile a vista al portatore’) il valore indotto basato sulla convenzione sociale. In tal modo la moneta è stata trasformata in una fattispecie analoga al francobollo di antiquariato che ha valore per convenzione e senza riserva. La risultante di questa strategia è stata la sistematica trasformazione delle banche centrali da debitrici in proprietarie per un valore pari a tutto il denaro emesso sotto forma di false cambiali.Abolita la convertibilità con l’avvento del c.d. corso forzoso, e successivamente eliminata la stessa riserva, con la fine degli Accordi di Bretton Woods (15 agosto 1971), il compenso dovuto alla banca centrale, andava commisurato essenzialmente a quello dovuto ad una tipografia; mentre la banca si è appropriata, senza contropartita, della differenza tra costo tipografico (o scritturale) e valore nominale (creato dalla convenzione sociale), duplicata peraltro dalla emissione attuata prestando il dovuto, come lucro illecito di una truffa’. Stiamo studiando conclude Hypnos (Gilberto Di Benedetto’, con un noto imprenditore una moneta elettronica garantita’ da monete d’oro valutate non al cambio ma alle aste d’arte. Ricreeremo in questo modo una moneta solida e credibile. (foto: moneta)

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Bologna: Garden beer

Posted by fidest press agency su lunedì, 10 aprile 2017

garden beerBologna Venerdì 28 aprile – lunedì 1 maggio 2017 appuntamento da non perdere ai Giardini Margherita di Bologna con il GARDEN BEER, quattro giorni di gusto e divertimento da vivere nel verde di uno dei luoghi più amati e frequentati della città! Protagonista il mondo delle birre artigianali, con oltre dieci spine dedicate alle creazioni di alcuni dei più conosciuti microbirrifici del territorio e non solo: presenti il BIRRIFICIO ZAPAP di Castelletto di Serravalle e BIRRA DEL RENO di Castel di Casio, oltre alla beer selection curata da LA FRASCA ON THE ROAD (https://www.facebook.com/lafrascaontheroad/?fref=ts) – partner dell’evento con lo staff del GARDENBO (https://www.facebook.com/GardenBO/?fref=ts) – che proporrà a rotazione le etichette di BIRRA BELLAZZI, BREWFIST, BIRRA BABILIA, NO SOCKS BEER, DOPPIO MALTO ed altro ancora! Non mancheranno postazioni food, con le autentiche piadine romagnole proposte dagli artigiani di Frescopiada e una sfiziosa carrellata di fritti – dalle olive all’ascolana ai cremini, passando per verdure pastellate e panzerotti ripieni – della tradizione marchigiana, oltre ovviamente ai deliziosi gelati del GardenBo.Il tutto accompagnato da un super calendario di musica live: venerdì sera alle 20.30 via alle danze con il funky catastro-fico demenziale dei FRENCH KISS AND HALOA HALOA BEACH; sabato doppio appuntamento in collaborazione con l’Associazione Culturale Peacock Lab: si parte alle 20 con il rap d’autore firmato da SQUALO, per scatenarsi a seguire con la “doppietta” DJ SET DJ JUNGLE + DJ SET PEACOCK LAB; domenica alle 21 sarà infine la volta degli HANGOVERS, una delle band più seguite di Bologna e dintorni.Dedicata ai più piccoli con LEGNOGIOCANDO la giornata del 1 MAGGIO: dalle 14 fino a sera gli spazi del Garden Beer saranno invasi da oltre 40 bellissimi giochi in legno a disposizione gratuita di bambini, genitori e nonni, una divertente ed originale iniziativa a cura di Ludobus (www.ludobus.org).L’ingresso allo spazio sarà gratuito. L’evento si svolgerà (anche in caso di maltempo) presso il chiosco del Garden BO, ingresso lato Porta Castiglione. (foto: garden beer)

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Teatro: Sempre domenica

Posted by fidest press agency su lunedì, 10 aprile 2017

sempre domenicaRoma dal 18 al 23 aprile Teatro Trastevere, via Jacopa de Settesoli 3 martedì-sabato h 21.00, domenica h 17.30. Con: Federico Cianciaruso, Fabio De Stefano, Riccardo Finocchio, Martina Giovanetti, Andrea Mammarella, Emanuele Pilonero”Il lavoro come tale costituisce la migliore polizia e tiene ciascuno a freno e riesce a impedire validamente il potenziarsi della ragione, della cupidità, del desiderio di indipendenza. Esso logora straordinariamente una gran quantità di energia nervosa, e la sottrae al riflettere, allo scervellarsi, al sognare, al preoccuparsi, all’amare, all’odiare”. Sul palco sei voci e un intrico di vite: al microscopio la trama sottile dei moti e dei vuoti dell’animo. umano.È un lavoro sul tempo, l’energia e i sogni che il lavoro quotidianamente mangia, consuma, sottrae. Sul palco sei attori su sei sedie, che tessono insieme una trama di storie, che aprono squarci di esistenze incrociate. Sono vite affaccendate nei quotidiani affanni, vite che si arrovellano e intanto si consumano, che a tratti si ribellano eppure poi si arrendono, perché in questo carosello di moti e fallimenti è il lavoro a suonare la melodia più forte, quella dell’ineluttabile, dell’inevitabile, del così è sempre stato e del sempre così sarà. (foto: sempre domenica)

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PROIBITISSIMO! Progetto sul recupero del cinema censurato

Posted by fidest press agency su lunedì, 10 aprile 2017

proibitissimoNell’ambito del programma Hangar Creatività promosso dall’Assessorato alla Cultura della Regione Piemonte e coordinato dalla Fondazione Piemonte dal Vivo, viene lanciata una Open Call per “Proibitissimo!”, progetto coordinato da Irene Dionisio, giovane regista e neo direttrice del TGLFF – Turin Gay and Lesbian Film Festival, in collaborazione con Vittorio Sclaverani (Presidente AMNC) e Viola Invernizzi (curatrice artistica).
Fino a pochi mesi fa, quando è stata approvata la nuova legge che regola il cinema e l’audiovisivo, in Italia è stata in vigore la Censura di Stato: ogni pellicola doveva passare al vaglio di commissioni di censori che “sforbiciavano” eliminando le parti considerate non adatte al pubblico. Di questi spezzoni proibitissimi si conserva memoria negli archivi cinematografici italiani, dai quali verranno recuperati e rimessi in scena attraverso un progetto partecipativo multidisciplinare guidato dalla regista e artista visiva Irene Dionisio.
foa-totòUn gruppo di ragazzi tra i 20 e i 30 anni sarà coinvolto in un percorso che, partendo da una fase di formazione e approfondimento, porterà all’elaborazione di sequenze originali che saranno allestite in una mostra immersiva al PAV- Parco Arte Vivente di Torino.
Il progetto seguirà le seguenti fasi:
talks: Conferenze sulla storia della censura cinematografica (maggio-giugno 2017)
archives: Incontri di approfondimento sui materiali d’archivio e sulle modalità di censura (luglio 2017)
direction: Corso di regia partecipato (settembre – ottobre 2017)
set: Street casting, montaggio e post-produzione (ottobre-novembre-dicembre 2017)
exhibit: Mostra al Pav di Torino (febbraio – marzo 2018)
diary: Racconto dell’esperienza attraverso la pubblicazione di un catalogo (febbraio-marzo 2018)La call del progetto è rivolta a ragazzi tra i 20 e i 30 anni appassionati o semi-professionisti, che abbiano maturato alcune esperienze nel campo dell’audiovisivo o dell’arte contemporanea. I laboratori e gli incontri si svolgeranno prevalentemente in orario serale e nei fine settimana, secondo un calendario definito con i partecipanti selezionati. La partecipazione al progetto è gratuita. Le candidature, corredate di cv e/o portfolio, lettera motivazionale e indicazioni biografiche (nome, cognome, cittadinanza e data di nascita) andranno inviate entro il 28 aprile 2017 I 14 selezionati saranno resi noti il 5 maggio 2017. https://www.facebook.com/proibitissimo/

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“Pellegrino nella scultura: lo scultore croato Kuzma Kovačić”

Posted by fidest press agency su lunedì, 10 aprile 2017

pellegrino nella sculturaRoma Martedì 11 aprile 2017 – ore 18.00 Musei di San Salvatore in Lauro, Museo Donazione Umberto Mastroianni Piazza San Salvatore in Lauro 15 mostra “Pellegrino nella scultura: lo scultore croato Kuzma Kovačić”. Conduce: Sig.ra Zlata Penić Ivanko. Traduzione simultanea: Sig.ra Dubravka BrozovićIntervengono:
Sig. Alfredo Lorenzoni – Segretario Generale di Pio Sodalizio dei Piceni, ospitante della mostra
S.E. Sig. Neven Pelicarić – Ambasciatore della Repubblica di Croazia presso la Santa Sede, organizzatore
Sig.ra Sandra Grčić Budimir – Direttrice del Museo Ivan Meštrović di Spalato, organizzatore
Sig. Milan Bandić -Sindaco della Citta’ di Zagabria, co-patrocinante
Don Bože Radoš – Rettore del Pontificio Collegio Croato di San Girolamo
Sig.ra Mara Ferloni – critico d’arte, autore della prefazione del catalogo
Accademico Radoslav Tomić – autore della prefazione del catalogo
Sig. Milan Bešlić – curatore della mostra e autore della prefazione del catalogo
Kuzma Kovačić – artista
Cardinal Dominique Mamberti – Prefetto del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica.

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Artemis Cooper: Un’innocenza pericolosa

Posted by fidest press agency su lunedì, 10 aprile 2017

innocenza pericolosaL’immagine di Elizabeth Jane Howard è associata a quella della femme fatale: l’incedere altero, l’eleganza aristocratica che le donne di ricca estrazione riescono a esibire in ogni circostanza senza risultare fuori luogo. La sua infanzia fu tormentata dalla depressione della madre e dalle molestie da parte del padre, e da giovane cercò la propria emancipazione attraverso la carriera di attrice, ma vide il suo sogno infrangersi con il matrimonio e l’arrivo della guerra. Si diede quindi alla narrativa. Nei suoi romanzi, Howard rappresenta con precisione etologica e con la disinvoltura conferita da una lunga esperienza le dinamiche matrimoniali, le sottigliezze dei rapporti sentimentali, le sfumature e le contraddizioni dell’amore che solitamente si impiega un’intera esistenza a cogliere nella loro interezza. Eppure, se si guarda alla sua vita privata, è difficile cogliere tracce sia della sicumera sfoggiata nel portamento, sia della perspicacia riversata negli scritti. Il suo contegno era un paravento dietro il quale celare la propria profonda insicurezza, il suo sentirsi fuori luogo in ogni situazione, specialmente nei ricevimenti della buona società. La sua vita sentimentale fu un’infilata di matrimoni catastrofici – l’ultimo dei quali, il terzo, con Kingsley Amis – intervallati da legami sentimentali e avventure rapsodiche, rosicchiate dalla frustrazione, spesso umilianti. Mentre era in vita il suo lavoro di scrittrice venne adombrato e ostacolato dall’ego e dalle insistenti richieste degli uomini che le stavano accanto; solo di recente è stata riscoperta come una delle autrici più importanti del Novecento inglese, e i cinque volumi della saga dei Cazalet (da cui il produttore di Downton Abbey trarrà una serie tv) sono la sua opera più imponente.
Artemis Cooper ci regala un ritratto strabiliante di una donna maledetta due volte, dalla sua bellezza e dalla sua acuta sensibilità, la cui innocenza fu innanzitutto un pericolo per se stessa. (foto: innocenza pericolosa)

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Elizabeth Jane Howard: Allontanarsi

Posted by fidest press agency su lunedì, 10 aprile 2017

allontanarsiArriva in libreria Allontanarsi, quarto capitolo della saga dei Cazalet dopo Gli anni della leggerezza, Il tempo dell’attesa e Confusione.È il 1945 e la guerra è finita. Il momento tanto atteso e sognato dai Cazalet per anni è finalmente arrivato. Eppure l’eccitazione di fronte alla notizia che le armi sono state deposte è ormai sopita, e l’Inghilterra è ancora paralizzata nella morsa della privazione. Mentre l’impero si disgrega, a Home Place i Cazalet si apprestano a trascorrere quello che ha tutto il sapore dell’ultimo Natale insieme: il sapore malinconico del tempo che passa. I bambini sono ormai cresciuti, le ragazze si sono fatte donne, gli adulti cominciano a invecchiare.La lunga convivenza forzata è finita e la libertà obbliga a prendere delle decisioni: dovrebbe essere un momento felice, ma la guerra ha lasciato una ferita profonda, e ricominciare non è facile. Il futuro è incerto e una patina triste ammanta le giornate. Per ognuno è giunto il momento di prendere la propria strada, e inevitabilmente ciò porterà i membri della famiglia ad allontanarsi l’uno dall’altro.
In questo riassetto difficile, gli amori faticano più di tutti: le coppie che erano state divise dalla guerra stanno lottando per rimettere insieme i pezzi, mentre per quelle che la guerra aveva tenuto insieme forse è ora di ammettere il proprio fallimento. Ma nelle ultime pagine comincia a soffiare un vento nuovo: ce ne accorgeremo nel finale a sorpresa, che riaccenderà la speranza… I diritti della saga dei Cazalet sono stati acquisiti dai produttori di Downton Abbey per la realizzazione di una nuova serie tv, attualmente in fase di lavorazione. Traduzione di Manuela Francescon. (foto: allontanarsi)

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How to manage the computer-security threat

Posted by fidest press agency su lunedì, 10 aprile 2017

computer-securityCOMPUTER security is a contradiction in terms. Consider the past year alone: cyberthieves stole $81m from the central bank of Bangladesh; the $4.8bn takeover of Yahoo, an internet firm, by Verizon, a telecoms firm, was nearly derailed by two enormous data breaches; and Russian hackers interfered in the American presidential election.Away from the headlines, a black market in computerised extortion, hacking-for-hire and stolen digital goods is booming. The problem is about to get worse. Computers increasingly deal not just with abstract data like credit-card details and databases, but also with the real world of physical objects and vulnerable human bodies. A modern car is a computer on wheels; an aeroplane is a computer with wings. The arrival of the “Internet of Things” will see computers baked into everything from road signs and MRI scanners to prosthetics and insulin pumps. There is little evidence that these gadgets will be any more trustworthy than their desktop counterparts. Hackers have already proved that they can take remote control of connected cars and pacemakers.
It is tempting to believe that the security problem can be solved with yet more technical wizardry and a call for heightened vigilance. And it is certainly true that many firms still fail to take security seriously enough. That requires a kind of cultivated paranoia which does not come naturally to non-tech firms. Companies of all stripes should embrace initiatives like “bug bounty” programmes, whereby firms reward ethical hackers for discovering flaws so that they can be fixed before they are taken advantage of.
But there is no way to make computers completely safe. Software is hugely complex. Across its products, Google must manage around 2bn lines of source code—errors are inevitable. The average program has 14 separate vulnerabilities, each of them a potential point of illicit entry. Such weaknesses are compounded by the history of the internet, in which security was an afterthought (see article).This is not a counsel of despair. The risk from fraud, car accidents and the weather can never be eliminated completely either. But societies have developed ways of managing such risk—from government regulation to the use of legal liability and insurance to create incentives for safer behaviour.Start with regulation. Governments’ first priority is to refrain from making the situation worse. Terrorist attacks, like the recent ones in St Petersburg and London, often spark calls for encryption to be weakened so that the security services can better monitor what individuals are up to. But it is impossible to weaken encryption for terrorists alone. The same protection that guards messaging programs like WhatsApp also guards bank transactions and online identities. Computer security is best served by encryption that is strong for everyone.The next priority is setting basic product regulations. A lack of expertise will always hamper the ability of users of computers to protect themselves. So governments should promote “public health” for computing. They could insist that internet-connected gizmos be updated with fixes when flaws are found. They could force users to change default usernames and passwords. Reporting laws, already in force in some American states, can oblige companies to disclose when they or their products are hacked. That encourages them to fix a problem instead of burying it.
But setting minimum standards still gets you only so far. Users’ failure to protect themselves is just one instance of the general problem with computer security—that the incentives to take it seriously are too weak. Often, the harm from hackers is not to the owner of a compromised device. Think of botnets, networks of computers, from desktops to routers to “smart” light bulbs, that are infected with malware and attack other targets.
Most important, the software industry has for decades disclaimed liability for the harm when its products go wrong. Such an approach has its benefits. Silicon Valley’s fruitful “go fast and break things” style of innovation is possible only if firms have relatively free rein to put out new products while they still need perfecting. But this point will soon be moot. As computers spread to products covered by established liability arrangements, such as cars or domestic goods, the industry’s disclaimers will increasingly butt up against existing laws.Firms should recognise that, if the courts do not force the liability issue, public opinion will. Many computer-security experts draw comparisons to the American car industry in the 1960s, which had ignored safety for decades. In 1965 Ralph Nader published “Unsafe at Any Speed”, a bestselling book that exposed and excoriated the industry’s lax attitude. The following year the government came down hard with rules on seat belts, headrests and the like. Now imagine the clamour for legislation after the first child fatality involving self-driving cars.Fortunately, the small but growing market in cyber-security insurance offers a way to protect consumers while preserving the computing industry’s ability to innovate. A firm whose products do not work properly, or are repeatedly hacked, will find its premiums rising, prodding it to solve the problem. A firm that takes reasonable steps to make things safe, but which is compromised nevertheless, will have recourse to an insurance payout that will stop it from going bankrupt. It is here that some carve-outs from liability could perhaps be negotiated. Once again, there are precedents: when excessive claims against American light-aircraft firms threatened to bankrupt the industry in the 1980s, the government changed the law, limiting their liability for old products.
One reason computer security is so bad today is that few people were taking it seriously yesterday. When the internet was new, that was forgivable. Now that the consequences are known, and the risks posed by bugs and hacking are large and growing, there is no excuse for repeating the mistake. But changing attitudes and behaviour will require economic tools, not just technical ones.This article appeared in the Leaders section of the print edition under the headline “The myth of cyber-security” (photo: computer-security) (by The Economist)

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Facing fears through interreligious work

Posted by fidest press agency su lunedì, 10 aprile 2017

conferenceBruxelles “What contribution can those involved in the interreligious work of the churches offer in the current challenges faced in Europe at the present time?” This was the primary question addressed during a 29-31 March meeting of people working as interreligious officers for various churches in Europe and church-related organizations.
They met at St Columba’s House, Woking, United Kingdom to explore the topic “Migration and Interreligious Relations in Europe.”The meeting was jointly organized by the Interreligious Office of the World Council of Churches, Churches Together in Britain and Ireland, and the Conference of European Churches (CEC).A particular focus at the meeting was on the challenges offered by the current widescale migration and increased political polarization in Europe, Islamophobia, antisemitism and racism and the interreligious implications they presented. Those present said they were grateful to Doris Peschke, general secretary of the Churches’ Commission for Migrants in Europe, who shared with the group recent work done by the commission. In particular, she drew attention to the 2016 conference held in Lunteren, in The Netherlands, with the title ‘Have no Fear’.Facing fears was a significant concern for many in Europe at the present time, participants agreed. The group acknowledged the positive response made by many churches and other faith communities and the need for further theological reflection on questions which took account of the human realities, potentials and complexities of both refugees and those who received them.In the course of the meeting, the group made a visit to Shah Jahan mosque in Woking, the oldest purpose built mosque in the United Kingdom, and were grateful for the hospitality with which they were received there.Outcomes from the meeting included the hope that there will be a workshop on European interreligious concerns at the June 2018 CEC Assembly in Novi Sad, and the intention to work towards a conference to be held later in 2018 which would explore the interreligious aspects of migration from both practical and theological perspectives. It was also agreed that it would be helpful to create at least an informal network of those working within churches on interreligious issues. (photo: conference)

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Japan’s cherry blossoms are emerging increasingly early

Posted by fidest press agency su lunedì, 10 aprile 2017

cherry bombHANAMI, the Japanese custom of contemplating the impermanence of life by gazing at the fleeting beauty of blossoming flowers, goes back a long way. “The Tale of Genji”, a tenth-century masterpiece that is perhaps the world’s first novel, devotes a chapter to the cherry-blossom festival staged in the emperor’s great hall. Diarists have keenly chronicled the comings and goings of cherry blossoms for centuries—records from Kyoto, the old capital, date back 1,200 years. This precious, ancient data set reveals a disturbing trend: in recent decades, the blossoms have emerged much sooner than they once did.From its most recent peak in 1829, when full bloom could be expected to come on April 18th, the typical full-flowering date has drifted earlier and earlier. Since 1970, it has usually landed on April 7th. The cause is little mystery. In deciding when to show their shoots, cherry trees rely on temperatures in February and March. Yasuyuki Aono and Keiko Kazui, two Japanese scientists, have demonstrated that the full-blossom date for Kyoto’s cherry trees can predict March temperatures to within 0.1°C. A warmer planet makes for warmer Marches. The usual full-blooming date in Washington, DC, whose cherry-blossom festival is a relative newcomer (it launched in 1927), has also moved up by five days since the first recorded date in 1921.Visitors hoping to catch a glimpse of the blossoms in all their splendour will now have to wait another year. Kyoto’s hotels are often fully booked six months in advance of sakura (cherry-blossom) season. Still, should you wish to celebrate from afar, we would suggest Motojiro Kajii’s delightful, oft-quoted poem “Under the Cherry Blossoms”, which begins with the less-than-cheery line: “There are bodies buried beneath the cherry trees.”
Correction (April 7th): An earlier version of this chart depicted cherry blossoms with six petals rather than five. This has been amended. Forgive us this botanical sin. (by The Economist) (photo: cherry bomb)

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France’s presidential election is tearing its left apart

Posted by fidest press agency su lunedì, 10 aprile 2017

poll.pngBACK in 2002, the French Socialists suffered such a stinging defeat at a presidential election that it gave birth to a new noun. Un 21 avril, referring to the date that their candidate, Lionel Jospin, was evicted in the first round, became a term used for any shock political elimination. Today, ahead of the first round of this year’s presidential election on April 23rd, the Socialists are bracing themselves not just for elimination from the run-off, but for a far greater humiliation, one which could call into question the party’s very survival. Current polls put Benoît Hamon, the Socialist candidate, in a dismal fifth place. He trails not only the nationalist Marine Le Pen, the liberal Emmanuel Macron, and the traditional right’s François Fillon. In the past fortnight, Mr Hamon has also been overtaken by a far-left firebrand, Jean-Luc Mélenchon (pictured), who promises a “citizens’ revolution”. A one-time Socialist now backed by the Communist Party, the fist-clenching 65-year-old has surged to 15%, against just 10% for Mr Hamon. This puts him only a couple of points behind Mr Fillon, and in a position—just possibly—to overtake the Gaullist candidate too.In the campaign’s second televised debate on April 4th, it was the wisecracking Mr Mélenchon who delivered the memorable lines. When Mr Fillon argued that industrial relations should be decentralised to firms, Mr Mélenchon snapped: “I am not in favour of one labour code per firm, just as I am not in favour of one highway code per road.” It was a difficult debate at which to shine. All 11 official candidates took part: the five front-runners plus six others, including a Ford factory worker, a Trotskyist high-school teacher, and a former shepherd. Each had a total of 17 minutes to speak, spread over three hours. In a poll, voters judged Mr Mélenchon the most convincing, followed by Mr Macron.In some ways, Mr Hamon’s disastrous campaign is surprising. An outsider, he seized the party’s primary in January with a handsome 59% of the vote, easing out a moderate former prime minister, Manuel Valls. His recent rally in Paris was packed. Backed by Thomas Piketty, an economist who worries about inequality, he has a programme which—though its finances do not add up—is based on creative thinking about the future of work and society in an era of automation. Mr Hamon promises, for instance, to bring in a universal basic income, which in time would pay out €750 ($800) a month to everyone, partly financed by a tax on robots. He promises a “desirable future”, in which consumerism, production and working hours are curbed, greenery flourishes and happiness, long scarce in France, breaks out everywhere.Yet as Matthieu Croissandeau of L’Obs, a left-wing magazine, put it, since Socialist primary voters “were convinced they would lose the presidential election…they chose an ideal rather than a programme of government.” The closer voting day gets, the less workable Mr Hamon’s ideas seem, even to some of his white-collar constituents. A poll suggested that only 7% of voters think Mr Hamon has “presidential stature”. Gilles Finchelstein of the Fondation Jean-Jaurès, a think-tank, argues that Socialist support has not collapsed: it is just not behind the party’s candidate. Fully 42% back Mr Macron; 15% support Mr Mélenchon. By positioning himself on the left of his party, Mr Hamon has scared off centrist voters, while failing to sound combative enough for those on the far left.Mr Hamon has lost the loyalty not just of Socialist voters, but of Socialist politicians. His protracted (and failed) efforts to do a deal with Mr Mélenchon exasperated the moderates. A former backbench rebel, he has refused to say anything nice about the past five years of Socialist government, dismaying ministers. Mr Valls and Jean-Yves Le Drian, the Socialist defence minister, have both thrown their support to Mr Macron. The upshot is a bitterly divided party. The Hamon camp called Mr Valls’s defection “pathetic” and “shameful”. It is a “very strange campaign”, says a Socialist parliamentarian loyal to Mr Hamon; party activists “don’t feel connected”.Mr Valls’s defection, says Guillaume Balas, a member of the Hamon team, implies “the death of the Socialist Party as conceived by (François) Mitterrand”. The party, which has supplied French presidents for half of the past 36 years, has long tried to bridge the differences between its moderates and its left wing. In the 1970s, Mitterrand managed to unify the left; he went on to serve as president for 14 years. Now, under the joint pressure of Mr Macron and Mr Mélenchon, old fractures are pulling it back apart.This article appeared in the Europe section of the print edition under the headline “The crack-up” (By The Economist) (photo: poll)

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Gli italiani sono affetti da “pasqualismo”. Cos’è?

Posted by fidest press agency su lunedì, 10 aprile 2017

Renzo ArboreIl termine l’ha coniato Renzo Arbore, e nasce da una famosa gag di Totò, nella quale il grande De Curtis racconta alla sua spalla di sempre, Mario Castellani, di aver incrociato uno che lo riempie di schiaffi e lo apostrofa malamente, chiamandolo Pasquale. Allora l’amico chiede a Totò come avesse reagito. E lui: “mi sono detto, vediamo un po’ ‘sto stupido dove vuole arrivare”. E giù ancora botte. Invece di difendersi, Totò ride, e a Castellani che gli chiede “ma perché non hai reagito?”, risponde: “e chissenefrega, che so’ Pasquale io!”. Arbore dice che in tanti davanti alla tv fanno come Totò: si beccano qualunque cosa, per vedere fino a che punto possono arrivare a rifilare schifezze. È cosa grave, ma noi temiamo anche di peggio: che di fronte a qualunque cosa la politica rifili, la gran parte degli italiani, anche i migliori, finiscano per imitare Totò. Il “pasqualismo” è far finta che non ci riguardi, che “Pasquale” sia qualcun altro e chissenefrega se “quelli là” ne combinano più di Bertoldo. Sì, per carità, il mugugno non se lo fa mancare nessuno, magari caricato di una bella dose di qualunquismo. Ma non è quello che serve.La situazione è grave. L’Italia ha imboccato la strada del declino ormai da un quarto di secolo, e nell’ultimo decennio, complice una recessione senza precedenti, la decadenza ha accelerato la sua progressione. Il Paese è sfibrato, sfiduciato, tendenzialmente rinunciatario. È persino un Paese in fuga: i giovani in cerca di lavoro, i quarantenni in cerca di soddisfazione e i pensionati in cerca di un buen retiro che assicuri tranquillità, tutti scappano sperando di trovare quello che l’Italia non dà più. Anche perché tutto ciò che sta nella sfera pubblica è preda della deresponsabilizzazione burocratica, che a sua volta produce immobilismo e inefficienza. E il capitalismo privato, pur essendo ancora percorso da fremiti – voglia di fare e spirito di innovazione – si è progressivamente avvizzito, frenando gli investimenti e rinunciando alla grande dimensione, oltre ad essere da sempre vittima della atavica incapacità di fare sistema. In più, tutte le istituzioni, le periferiche ancor più di quelle centrali, hanno progressivamente perso ruolo e autorevolezza, finendo per sopravvivere a se stesse in una pura logica di auto-legittimazione corporativa.Insomma, il Paese non funziona, e in questo quadro il sistema politico e i suoi interpreti invece di essere la soluzione sono diventati il problema dei problemi. Il largo uso della bugia, della reticenza o della narrazione fantasiosa – per (presunta) furbizia ma ancor più spesso per ignoranza crassa – ha generato aspettative fuori luogo, anziché la consapevolezza della gravità, dimensione e profondità dei problemi strutturali che abbiamo accumulato. E il populismo dilagante – che non riguarda soltanto i 5stelle e il duo Lega-FdI, ma attraversa tutti i partiti, dal Pd a Forza Italia – è figlio di questo cortocircuito, per cui nascondendo o minimizzando i problemi e generando attese fuori misura, poi, di fronte alla insoddisfazione che generano le aspettative andate deluse, si risponde sparandole sempre più grosse, cosa che crea ancora più sfiducia, con un micidiale effetto moltiplicativo. A populismo, populismo e mezzo, sembra essere la logica (si fa per dire) con cui si muove la politica. Cui gli italiani – finora – hanno risposto, appunto, con il “pasqualismo”. È una spirale che va fermata prima che sia troppo tardi. La prossima legislatura sarà quella decisiva. Se dalle urne dovessero uscire vincitori Grillo e i suoi pentastellati – o perché superano la quota necessaria a conquistare il premio di maggioranza o perché sono il primo partito e dunque ricevono il mandato esplorativo dal capo dello Stato e in Parlamento trovano e accettano i voti mancanti, a sinistra (Bersani) o a destra (Salvini-Meloni) che sia – che dunque formano e guidano un governo, magari con un Davigo presidente del Consiglio, per noi, e per l’Europa, sarebbe l’inizio della fine. Per carità, niente di non democratico: se hanno i voti è più che legittimo che governino. Cionondimeno, si tratta di una circostanza che va assolutamente scongiurata, se non vogliamo cadere dalla padella nella brace. E per scamparla occorrono due circostanze: che moderati e riformisti, pur nelle sacrosante distinzioni, cerchino fin d’ora terreni comuni, e che nel farlo smettano di praticare i populismi e scimmiottare i populisti come stanno facendo da troppo tempo. Non si abbia paura dell’accusa di inciucio, che tale non sarà se si saprà essere chiari con gli elettori: ciascuno cerca i voti per sé, ma si dice prima chi in linea di principio è praticabile per le alleanze che si renderanno necessarie e chi è assolutamente impraticabile.
Perché questo accada è però necessario che nel sistema politico si crei e si affermi una forza di centro priva di preclusioni ideologiche sia a sinistra come a destra, fatto salvo il presidio di alcuni principi fondamentali, tra cui il rifiuto senza se e senza ma del sovranismo anti-europeo. Una forza cerniera, capace di fare da anello di congiunzione tra quelli parti della sinistra e della destra più capaci di sottrarsi alle spire populiste. C’è da ereditare il 10% che fu di Scelta Civica di Mario Monti, c’è da riconquistare al voto una fetta importante della borghesia, grande e piccola, che negli ultimi anni ha compiuto la scelta dell’astensione consapevole. E c’è, infine, da mettere insieme i cocci di vari soggetti moderati che da soli rischiano di non superare le soglie di sbarramento. Qualcosa si muove, come Energie per l’Italia di Stefano Parisi, che però a nostro avviso ha commesso l’errore di collocarsi in un centro-destra che come tale non esiste più dopo le scelte leghiste e di quel ch rimane di An. Ora può darsi che l’augurabile sconfitta della Le Pen in Francia e l’auspicabile ribellione di ciò che rimane della vecchia guardia leghista, magari supportata da due pedine importanti come Bobo Maroni e Luca Zaia, ponga un freno o addirittura metta fine alle ambizioni bonapartiste di Salvini, ma ciò non toglie che il duo sovranista è andato troppo avanti perché sul piano politico e programmatico si possa far finta di niente. Occorre dunque ragionare nell’ottica di un divorzio definitivo tra Berlusconi e ciò che sta alla sua destra, e se questo sarà il lavoro di Parisi, ben venga. Ma lo spazio da coprire è decisamente più grande. Alfano si sta muovendo nella logica di modernizzare il suo gruppo, dandogli una bella rinfrescata. Bene. E altri soggetti, nell’area più laica, stanno provando a prendere le misure. Inoltre, molti hanno individuato nel ministro Carlo Calenda una risorsa, oggi priva di casacca, e dunque di vincoli politici, capace – per qualità, leadership, età e relazioni – di aggregare risorse sia della politica ma soprattutto della società. Vedremo se e come deciderà di muoversi.Due cose sono certe: lo spazio potenziale, sia politico che elettorale, è enorme; la necessità di una forza capace di essere aggregante ma nello stesso tempo programmaticamente radicale, è assoluta. Ma qui è la società, e in particolare le sue eccellenze di ogni campo, ma anche gli interessi organizzati (o quel che rimane di essi, ahinoi) da cui è lecito attendersi un sussulto. Senza il quale saremo tutti colpevoli, quando ci si dovesse accorgere che è troppo tardi. (Enrico Cisnetto direttore http://www.terzarepubblica.it)

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La sfida pungente della Borragine

Posted by fidest press agency su lunedì, 10 aprile 2017

borragineLa Borragine (Borago officinalis), pianta nota perché comune spontaneamente nelle nostre campagne proprio in questo periodo, è usata anche dal punto di vista alimentare, per insalate, ravioli, zuppe, fritture, ecc. Particolare non trascurabile: i suoi fiori splendidi alla vista. Pianta di suo uso tradizionale un tempo in ambito erboristico per tisane depurative, indicate anche in soggetti con disturbi della digestione, del fegato, della pelle, nonché dell’apparato respiratorio (Asadi-Samani, 2014), è poi fondamentalmente uscita dal mercato dei prodotti salutistici per la presenza, seppure in modeste quantità, di alcaloidi pirrolizidinici (AP). Tuttavia, oltre l’uso dell’olio dei semi, da sempre ammesso, la lista Belfrit prevede anche la possibilità dell’uso dei fiori, proprio quelli ricchi in pigmenti, sostanze potenzialmente anche molto utili. L’ unica clausola restrittiva che i preparati non contengano AP superiori a 1 microg/Kg.
Ebbene il possibile riscatto dell’umile quanto pungete Borragine viene anche dalla letteratura, che, proprio di recente, ci offre alcuni interessanti lavori clinici e di base. In uno RCT condotto in doppio cieco contro con placebo (Majid, 2016) su pazienti affetti da asma moderato un estratto di B. officinalis (5 ml tre volte al giorno) ottenuto con estrazione idroalcolica di fiori e foglie ha mostrato un miglioramento della sintomatologia clinica (tosse, dispnea, dispnea) con riduzione della iper-reattività bronchiale. Studio interessante, benché limitato dalla brevità del trattamento e dalla assenza di informazioni sulla quantità di AP nel prodotto. La risposta e il meccanismo d’azione sul TNF sono tuttavia stimolanti. Un lavoro proiettato nel futuro (Singh, 2016) vede già un estratto di foglie di Borragine in forma di nanoparticelle di argento, che sperimentalmente si sono dimostrate attive in vitro contro linee cellulari di tumore polmonare A549 e di tumore del collo dell’utero HeLa. Inoltre ricercatori spagnoli (Lozano-Baena 2016), dopo aver escluso la genotossicità del’uso alimentare alle dosi abituali della pianta, apportano studi in vitro sull’attività antigenotossica relativa in particolare ai composti fenolici di cui la pianta è ricca. Gli AA la segnalano come pianta tipica del bacino mediterraneo che per questo offre grandi opportunità al mercato agroalimentare e nutraceutico, anche nell’ambito della chemioprevenzione.Ferma restando la possibilità d’uso alimentare e i suddetti limiti regolatori per i prodotti salutistici, la sfida della Borragine è appena cominciata. E già raccolta. (foto: borragine) (By Fabio Firenzuoli – fonte: Fitoterapia33)

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Aumentano casi di ictus: +2% in Italia

Posted by fidest press agency su lunedì, 10 aprile 2017

ictus-cerebraleSono circa 200mila i casi di ictus in Italia, di cui l’80% primi eventi e il 20% recidive, con un incremento del 2% circa in più l’anno rilevato dalle recenti statistiche sul campo. La causa è legata all’invecchiamento: poiché l’età media in Italia si sta innalzando, la tendenza è verso un aumento della sua incidenza. Nel contempo, però, si è ridotta la mortalità nella fase acuta: questo comporta un aumento della prevalenza, ossia la gestione dei pazienti che sopravvivono e rappresentano la quotidianità per chi si occupa di riabilitazione.”Un paziente su tre mostra un disturbo di un linguaggio dopo un ictus dovuto alla lesione delle aree del linguaggio: é la conseguenza di una lesione celebrale generalmente localizzata nella metà sinistra del cervello. Parlare, ricordare, leggere può diventare un’impresa – spiega il Prof. Stefano Paolucci, Direttore UOC Fondazione S. Lucia IRCCS di Roma – e deve essere trattato in maniera adeguata. Quello che risulta ancora complesso è stabilire un trattamento che risulti omogeneo tra tutti gli specialisti nella cosiddetta medicina basata sull’evidenza. Quale dunque il trattamento ideale? Esistono alcune tecniche classiche, come anche stimolazioni magnetiche e farmacologiche, per affrontare il problema, ma non ci sono dati certi sulla terapia ideale”.
Se ne parla a Pisa, presso il Palazzo dei Congressi, in occasione del 17° Congresso Nazionale della Società Italiana di Riabilitazione Neurologica – SIRN, che si conclude stasera, presieduto dalla Prof.ssa Caterina Pistarini Direttore Istituti Clinici Scientifici Maugeri Genova Nervi. Al centro del confronto la prevalenza della malattia dell’ictus, le conseguenze per la disabilità del paziente, il ruolo della robotica. “Si va dalle neuroscienze alle abilità cliniche – dichiara la Prof.ssa Pistarini – Sono tematiche strettamente legate anche all’esperienza dell’Università di Pisa, che ha sempre dato un grande impulso alle attività di neuroriabilitazione della Società”.
Come si può ridurre il rischio di ictus? “Occorre monitorare costantemente pressione e cuore – suggerisce il Prof. Paolucci – Bisogna sempre seguire il giusto trattamento terapeutico; svolgere una costante attività sportiva, va bene anche una passeggiata a passo spedito di 20 minuti; seguire una dieta mediterranea; evitare di fumare. Nella nostra esperienza abbiamo casi di ictus che hanno colpito giovani e giovanissimi, laddove però le concause si rinvengono in problemi cardiovascolari. In caso di ictus, la finestra di intervento in cui agire terapeuticamente è di 4/5 ore: entro 3 ore occorre arrivare al Pronto Soccorso. E’ necessario un intervento immediato, chiamando il 118, perché il primo soccorso possa indicare, dopo il triage, quale struttura ospedaliera coinvolgere per l’intervento. Le stroke unit, unità dedicate al trattamento nelle primissime fasi, non sono distribuite in maniera omogenea nel territorio nazionale”.La telemedicina viene in aiuto per mantenere e migliorare le prestazioni del paziente a casa dopo la dimissione del trattamento riabilitativo. “Il paziente – spiega la Dr.ssa Donatella Bonaiuti, Direttore Reparto Neuroriabilitazione Ospedale San Gerardo di Monza – non si sente in tal modo abbandonato ed è motivato a mantenere, con la propria attività, i risultati del training riabilitativo appena terminato. Questo è possibile con l’ausilio di sensori che vengono indossati e registrano l’attività quotidiana, monitorata dal paziente e, a distanza, dallo specialista senza ulteriori disagi, e con la precisione delle tecnologie wireless e l’utilizzo di terminali e device economici di ultima generazione”.
Dagli studi scientifici degli ultimi dieci anni emerge un continuo e crescente interesse per sistemi robotici per la riabilitazione e l’assistenza. Un numero sempre maggiore di robot per queste applicazioni di grande impatto sociale è utilizzato in sperimentazioni cliniche e in alcuni casi in terapie riabilitative sempre più consolidate, grazie alle evidenze scientifiche che ne hanno dimostrato sicurezza per i pazienti, alta affidabilità ed efficacia del trattamento (in molti casi ancora parziale).
Gli ultimi sviluppi si focalizzano verso i sistemi robotici indossabili (esoscheletri) e l’integrazione tra robot e tecniche di stimolazione muscolare (ad es. la stimolazione elettrica funzionale) e tecniche di neuromodulazione. Le sperimentazioni in corso sono moltissime, presso centri clinici in Italia e all’estero, ed hanno differenti obiettivi: alcuni si focalizzano sulle prestazioni motorie dell’arto superiore, altri sul recupero del cammino. “I pazienti che possono utilizzare i sistemi robotici per la riabilitazione – spiega Stefano Mazzoleni, ricercatore presso l’Istituto di BioRobotica della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa – sono potenzialmente tutti quelli affetti da patologie neurologiche che causano disordini del movimento, dell’equilibrio e della postura. Solo però dopo un’ampia e solida sperimentazione clinica che rispetti i principi rigorosi della metodologia di ricerca si possono evidenziare i possibili benefici e le limitazioni dei vari tipi di trattamento. Infine i trattamenti che hanno dimostrato efficacia e validità devono poi essere riconosciuti all’interno dei percorsi riabilitativi “ufficiali” da parte delle istituzioni competenti in materia sanitaria (Ministero della Salute, Sistemi Sanitari Regionali)”.”In Italia – spiega il Prof. Stefano Mazzoleni – ci sono vari ospedali e centri clinici che utilizzano tecnologie robotiche per la riabilitazione post-ictus e si trovano sull’intero territorio nazionale. Il suggerimento è di rivolgersi al proprio medico di famiglia, mettersi in contatto con un fisiatra presso l’azienda sanitaria locale o con i responsabili della Società Italiana di Riabilitazione Neurologica (SIRN) per avere informazioni dettagliate. (foto: paolucci, pistarini)

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TAP in Salento: Nessuno vieti le contestazioni pacifiche, ma sono necessarie queste contestazioni?

Posted by fidest press agency su lunedì, 10 aprile 2017

salentoOgni protesta pacifica è legittima. Chi pensa che sia legittimo usare la forza, la violenza, si pone al di fuori della legittimità, senza possibilità di obiezioni. Nelle polemiche dei NoTap, il movimento che si oppone alla costruzione del gasdotto nel Salento, spesso compare la parola “democrazia”, sottintendendo che i cittadini che manifestano sono rappresentanza di una democrazia che viene violata e che TAP stia agendo contro il sentire democratico.
Nei giorni della morte di Sartori viene facile ricordare che scriveva come si faccia difficoltà definire cosa sia una democrazia, ma che generalmente siamo in grado di dire cosa NON è una democrazia. La mancanza di procedure certe, riconosciute, slegate (almeno nella forma, certo) dalla volontà del potere esecutivo in carica, è caratteristica proprio di regimi autoritari, dove l’esercizio del potere è in mano ad un’oligarchia e si esplicita in modo totalitario. Quindi, un’importante caratteristica di un regime democratico è il riconoscimento e la codificazione di procedure, perché garantiscono la certificabilità dei passaggi e la responsabilità della catena di potere.
Chi pensa che la democrazia consista nel “si fa quello che dico io”, sia pure che quell’io sia costituito da centinaia di cittadini, sbaglia. Chi pensa che la legge venga piegata ad interessi superiori solo perché non condivide un’opera regolarmente autorizzata, sbaglia. La democrazia è rispetto delle procedure. I diritti dei singoli e delle comunità sono codificati: se si crede che ve ne siano degli ulteriori, bene si fa a rivendicarli, nel rispetto delle regole democratiche (quindi, di nuovo, delle procedure). Non esiste democrazia al di fuori delle procedure, almeno negli stati moderni così come li conosciamo: sembrerà formalismo, ma è semplicemente garanzia che un gruppo di potere, economico come di forza, nel piccolo di una località balneare come nel grosso di un paese, si sostituisca agli organi democraticamente eletti e sovverta le procedure, sostituendo la volontà dei singoli con quella generale. Per i dettagli, vi rimando a Sartori.
Non sosterrò le ragioni di TAP, che non mi interessano, ma vorrei trarre un quadro della situazione, con delle osservazioni su ciò che più mi compete. La produzione di energia elettrica in Italia (2015) si è attestata a 283 TWh, a fronte di un consumo complessivo di 317 TWh. Produciamo 192 TWh grazie a fonti combustibili fossili, principalmente il gas (60%), rispetto ad un recente passato in cui predominavano petrolio e, soprattutto, carbone. Circa 109 TWh sono stati prodotti grazie a fonti di energia rinnovabile: idroelettrico in primis, poi eolico, geotermico, e negli ultimi anni c’è stata l’impennata di fotovoltaico (che ormai rappresenta la terza fonte per energia rinnovabile prodotta) e biomasse.E il rimanente necessario a coprire il nostro fabbisogno? Lo importiamo, essenzialmente dalla Francia e dalla Svizzera, di origine nucleare soprattutto. L’Italia è il primo paese al mondo per importazione di energia elettrica: produciamo meno di quello di cui abbiamo bisogno. Da notare che importiamo un po’ di più della semplice differenza tra produzione e consumo, ed esportiamo qualcosina di ciò che produciamo: questo perché gli scambi tra paesi vicini possono essere più convenienti rispetto al trasporto di energia verso zone del paese meno infrastrutturate o troppo lontane dagli impianti di produzione.
Attenzione: quando scrivo che “produciamo” energia elettrica significa che trasformiamo combustibili acquistati altrove: il carbone (ne produciamo pochissimo in Sardegna) lo importiamo tramite navi tanto dal nord che dal sud america, dal Sud Africa, Australia, Russia e Cina. Il petrolio proviene da molti paesi per tramite dei tanti oleodotti (ed un po’ per via navale), principalmente paesi dell’est (Russia, Azerbaijan) e nordafrica. Discorso analogo per il gas: tolto un po’ dai paesi nordafricani, qualcosa dal Qatar (GNL, per tramite di navi gasiere), il grosso viene dalla Russia.
Produciamo un pochino di gas (soprattutto offshore) e petrolio (sia offshore che onshore, ad esempio in Basilicata): siamo circa in rapporto 1:10 con quello che importiamo, e parte della produzione nazionale viene esportata (per un discorso analogo a quello scritto sopra: può essere più conveniente esportarlo).
Quindi siamo un paese pressoché esclusivamente dipendente dall’estero per la produzione di energia elettrica e per i combustibili per la locomozione.
Veniamo alla Puglia. La mia regione produce circa 31.000 GWh di elettricità, tra centrali termoelettriche (a Brindisi soprattutto) e fonti rinnovabili come fotovoltaico ed eolico. In particolare, quasi il 20% dell’energia rinnovabile prodotta in Italia viene dalla Puglia, grazie soprattutto all’eolico. La Puglia produce da 2 a 3 volte l’energia elettrica che consuma. Non mi sono mai appartenute le fisime nazional-localistiche: ogni territorio (città, regione, nazione, continente) produce quel che può secondo quel che ha. Non c’è alcun dubbio che il meridione d’Italia sia stato oggetto di uno scellerato piano di industrializzazione statale finalizzato a distorcere l’economia di mercato e sostenere occupazione e consumi a discapito di altre risorse e delle conseguenze ambientali.La conseguenze ambientali e per la salute in Puglia sono gravi. E’ così per ogni territorio in cui insistono grossi impianti industriali, è a maggior ragione vero in quelle zone d’Italia dove la politica ha creato la domanda e pianificato l’espansione, derogando al suo ruolo di controllore. Ed in questo giogo occupazionale/inquinante si sono tenuti per decenni i cittadini inermi, spesso inconsapevoli. Non solo in campo energetico: vale per la metallurgia, vale per i prodotti chimici, vale per molte altre industrie che hanno fatto del meridione un po’ la discarica d’Italia (non riguarda SOLO il meridione, ma riguarda soprattutto il meridione).
Anche lo sviluppo delle energie rinnovabili non è stato “green”: a dispetto di una vulgata ambientalista che vuole tutto ciò che è carbon-free bello e salubre, lo sviluppo dell’idroelettrico ha depauperato le risorse dei fiumi, creando danni a pesca ed agricoltura, modificando le falde, riducendo l’apporto di nutrienti a valle. Eolico e fotovoltaico non sono migliori: a queste due fonti, in gran parte a causa degli incentivi fiscali (ancora una volta la politica si sostituisce all’imprenditore), hanno conosciuto uno sviluppo esponenziale in una deregulation de facto. Nella maggior parte del meridione i campi agricoli sono stati convertiti a campi fotovoltaici, con danni alla produzione agricola e al paesaggio; le pale eoliche rappresentano un problema paesaggistico e di disturbo all’avifauna, in particolare se nelle vicinanze delle rotte migratorie (e la Puglia è una ragione importantissima per la convenzione Ramsar sulle aree umide di sosta delle specie migratorie). Sono un grande fautore delle energie rinnovabili e le cose potevano ovviamente essere fatte bene: ovviamente, da italiani le abbiamo fatte male. Molto male. Manca un approccio strategico, sia nazionale che regionale, mancano procedure di valutazione che siano realmente efficaci e vincolanti, mancano strumenti di coordinazione locale, mancano strumenti di coinvolgimento dei cittadini. O meglio, mi correggo: tutti questi strumenti sulla carta esistono, ed anzi sono innumerevoli, ma spesso inefficaci ed aggirabili.
Detto tutto questo, davvero non riesco a concepire il fatto che si ricorra a costrutti autarchici: i pugliesi che non vogliono produrre più energia si scontreranno con i romagnoli che non vorranno esportare salami? I lombardi che faranno, cacceranno tutti i loro ingegneri e camerieri pugliesi? Dalla brexit alla pugliexit? Stupidaggini. Colossali stupidaggini. Non solo perché basate su una competizione ed un odio tra regioni che non ha motivo d’essere, ma perché totalmente controproducente per chiunque sia coinvolto. La società umana, da quando esiste il fuoco, è progredita per scambi con popolazioni vicine, scambi culturali, tecnologici, commerciali. Le riletture parziali ed autocommiseratorie di certa letteratura meridionalista revanchista sono come la pizzica: divertenti ma a furia di sentirle in ogni contesto hanno perso ogni attrattiva. Se i pugliesi stanno meglio rispetto a cento anni fa (sì, stanno meglio) lo devono allo sviluppo del nord; se il nord è riuscito ad esplodere economicamente lo deve ai suoi vicini esteri ma anche al mercato interno ed alla domanda di lavoro del Sud; questo vale per quasi ogni regione e parte d’Italia, vale per Venezia come per Palermo, vale per la montagna come per la costa, vale per la pianura padana come per il Tavoliere. Vale in tutto il mondo: arrendetevi, siete circondati dal progresso.
Veniamo quindi alla TAP. Il Trans Adriatic Pipeline è un importante asse di fornitura di gas naturale dall’Arzeibajian attraverso Grecia e Albania per arrivare in Italia e rifornire tanto il nostro paese (come detto, abbiamo sempre bisogno di gas) tanto il resto d’Europa, e che potrà essere alimentato anche da altri paesi. In parallelo, si sta procedendo allo studio di un secondo gasdotto che da Israele, attraverso Cipro, approderebbe a Otranto per unirsi alla medesima infrastruttura terrestre (capacità permettendo). Non è certo una novità: come detto, siamo pieni di gasdotti. Chi paventa esplosioni, pericoli, tragedie imminenti dovrebbe ricordarsi che l’Italia è attraversata in lungo ed in largo da migliaia di km di gasdotti – e la cronaca non mi pare abbia riportato incidenti e tragedie. (Alessandro Pomes, collaboratore Aduc)

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“Trump” l’œil….”

Posted by fidest press agency su lunedì, 10 aprile 2017

the-economist-trumpDa tempo mi chiedono che cosa pensi di Trump. Il discorso è lungo e.. breve. Il discorso breve eccolo: Trump è un marker della paura dell’occidente, di quel mondo che, sino alla bancarotta del comunismo, era riuscito a vivere bene e senza preoccupante concorrenza, protetto proprio dall’autoisolamento di quell’ideologia che per settant’anni ha presunto di vivere ignorando le leggi dell’economia. Non a caso Karl Marx, quando cominciò a rendersi conto della deriva che prendevano le sue teorie economiche, pronunciò il famoso “je ne suis pas marxiste”. E non a caso la bancarotta del comunismo è avvenuta nel paese che possiede più ricchezze naturali al mondo.
Crollato il muro e il burka che il comunismo aveva imposto all’economia, il ricco occidente ha scoperto immediatamente la concorrenza di altri paesi, a cominciare da quelli del vicino e del lontano Oriente, tecnologicamente capaci di fare molte delle cose degli occidentali, ma a prezzi insostenibilmente inferiori. E l’Occidente è piombato nel terrore, assistendo impotente alla perdita ed esportazione di attività, competenze, capitali, posti di lavoro, mentre i popoli poveri scoprivano le rotte per occupare un posto al sole tra i sinora megliostanti paesi. I muri di Trump (e non solo di Trump), la riscoperta dei dazi, persino un preoccupante tintinnio di spade e sciabole, non sono altro che la tentazione dell’Occidente di chiudersi a protezione e conservazione del proprio paradiso novecentesco.
Il discorso lungo lo faremo ina una prossima occasione e riguarderà le non più sostenibili insufficenze di concetti come democrazia, uguaglianza, libertà, laicità. Temi delicattissimi ma di inesorabile attualità.
Termininiamo chiarendo il titolo: Trump mostra i muscoli? è un inganno per l’occhio. In realtà Usa ed Occidente hanno paura, temono l’impoverimento e la perdita di supremazia sul resto del mondo. (Fausto Carratù) (n.r. Nel nostro quotidiano confronto con le opinioni questa narrazione ha il suo fascino e non solo. Sta a noi lettori spingerci al confronto con le nostre idee e le nostre visioni.)

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Loving dubbing: Tradurre e adattare per il cinema

Posted by fidest press agency su lunedì, 10 aprile 2017

Roma Martedì 11 Aprile 2017, ore 15:00 Dipartimento di Lingue, Letterature e Culture Straniere, Aula B Via Valco di S. Paolo 19. Gli studenti dei corsi di laurea in Lingue di Roma Tre incontrano due grandi protagoniste dell’adattamento per il cinema in Italia: Elettra Caporello e Eleonora Di Fortunato. L’iniziativa intende promuovere e favorire il confronto tra i professionisti del mondo della traduzione audiovisiva e gli studenti intorno alle sfide poste dalla traduzione del dialogo filmico. Intervengono Elettra Caporello (dialoghista), Eleonora Di Fortunato (dialoghista), e la Prof.ssa Franca Orletti (docente di Sociolinguistica all’Università di Roma Tre). Coordinano i lavori Barbara Antonucci e Serenella Zanotti.

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