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Osteoporosi, dai farmaci biologici possibili opportunità per le terapie sequenziali

Posted by fidest press agency su martedì, 18 aprile 2017

osteoporosiDi recente è stato pubblicato uno studio di fase 3, condotto su 7180 donne in menopausa, con T-score femorale compreso fra – 2.5 e – 3.5, randomizzate a ricevere per 12 mesi 210 mg/mese di romosozumab sc o placebo. Al termine di questo periodo tutte le donne sono state messe in trattamento, per un altro anno, con denosumab, alla dose standard di 60 mg sc ogni 6 mesi. L’endpoint primario dello studio era l’incidenza di nuove fratture vertebrali a 12 e 24 mesi. Nel gruppo romosozumab/denosumab sono stati osservati un caso di frattura atipica del femore (AFF) e due casi di osteonecrosi della mandibola (ONJ).
«Romosozumab» ricorda Fabio Vescini, SOC Endocrinologia e Malattie del Metabolismo, AOU S. Maria della Misericordia, Udine «è un anticorpo monoclonale umanizzato diretto contro sclerostina, una glicoproteina secreta dagli osteociti, che ha un ruolo fondamentale come inibitore dell’attività osteoblastica.» Negli studi di fase 1 e 2 (Padhi D, et al. J Bone Miner Res, 2011; McClung MR, e al. N Engl J Med, 2014) ha aumentato la BMD in misura maggiore rispetto a tutti gli altri farmaci per la cura dell’osteoporosi, ha ridotto il riassorbimento osseo e stimolato potentemente l’osteoformazione.
I risultati dello studio citato di fase 3 sono commentati in un editoriale , in cui gli autori evidenziano come i bifosfonati, asse terapeutico portante di questa malattia, sono sempre meno utilizzati sia per il problema dell’aderenza dei pazienti alla terapia per os sia per la diffusa preoccupazione per le complicanze associate al loro uso. Le AFF e l’ONJ sono eventi molto rari e, specie per le prime, non vi è ancora certezza sulla reale incidenza e la patogenesi. I due casi di ONJ, descritti nello studio di Cosman et al. si sono verificati in due pazienti del gruppo romosozumab/denosumab con problemi particolari: il primo, portatore di una protesi mobile non adeguatamente dimensionata alle arcate dentarie, ha presentato l’ONJ a distanza di 12 mesi dall’inizio del romosozumab e il secondo, dopo la prima dose di denosumab, è stato sottoposto a un’estrazione dentaria, che ha provocato osteomielite e la conseguente ONJ. Il caso di AFF, sempre nel gruppo romosozumab/denosumab, è avvenuto 3.5 mesi dopo la prima iniezione di denosumab in un paziente che riferiva sintomi dolorosi prodromici già prima dell’arruolamento. «Per tutti e tre gli eventi avversi, l’unica spiegazione fornita è stata la presenza di fattori predisponenti che hanno agito da “confondenti”» osserva Vescini.
Al contrario Rosen e Ingelfinger offrono una spiegazione più articolata. Se un caso di ONJ, infatti, può essere attribuito alla somministrazione di denosumab (complicanza già descritta con questo farmaco), l’altra ONJ e la AFF sono da correlare con l’assunzione di romosozumab.
«Riguardo l’incidenza delle fratture, c’era una grande aspettativa sui risultati di uno studio che, per la prima volta, prevedeva una terapia sequenziale con due farmaci dall’azione opposta: il primo (romosozumab) bloccante la sclerostina e la sua azione inibitoria sull’osteoformazione e il secondo (denosumab) in grado di ridurre l’osteoclastogenesi e, di conseguenza, il riassorbimento osseo» sottolinea Vescini. Da un lato, l’incremento della BMD lombare, ottenuto in un solo anno di terapia con romosozumab (+ 13%), insieme alla significativa riduzione delle fratture vertebrali (-73%) è senza dubbio un ottimo risultato; invece, l’assenza di un effetto significativo sull’incidenza delle fratture non-vertebrali rappresenta un dato inatteso e deludente. Per gli autori, esistono almeno tre possibili interpretazioni: un solo anno di terapia con romosozumab è un tempo troppo breve per ottenere un risultato significativo; il rischio di frattura della popolazione arruolata da Cosman et al. potrebbe essere inferiore a quello delle coorti degli altri studi; potrebbero esserci importanti variazioni geografiche. Rosen e Ingelfinger, più cauti rispetto a Cosman et al. sottolineano che «le terapie sequenziali per l’osteoporosi sono una realtà importante del futuro ma che, allo stato attuale, sono necessari ulteriori studi per approfondire tutti gli aspetti di questa nuova tipologia di trattamento» conclude Vescini. (fonte: doctor33) (foto: osteoporosi)

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