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Quotidiano di informazione – Anno 29 n° 307

Gli alberi del Vajont a forma di virgola e che oggi fanno ridere i bambini

Posted by fidest press agency su domenica, 14 maggio 2017

vajontFranceschini: “Ecco gli alberi che sopravvissero all’immane tragedia del 1963. Sono tutti da tutelare. Oggi 54 anni dopo possiamo andare sul corpo di frana che oramai non fa più paura ma nell’immaginario comune custodisce i corpi delle centinaia di persone non più ritrovate”. “Il Bosco Vecchio del Vajont è un luogo da tutelare . Al suo interno ci sono gli unici alberi testimoni sul corpo di frana. A distanza di 54 anni dalla tragedia possiamo andare sulla frana che travolse la Valle del Vajont , proprio sul corpo di frana che sosta immobile dentro a due chilometri di Valle e che oramai non fa più paura. Nell’immaginario comune questa frana custodisce i corpi di centinaia di persone mai più ritrovate. Dunque è davvero un luogo sacro dove possiamo vedere ancora oggi i pochi sopravvissuti a quella tragedia . Si tratta di un gruppo di alberi con più di 60 anni di storia e che riuscirono a resistere all’immane tragedia e possono raccontarcela . Ecco perché il Bosco Vecchio della Valle del Vajont è un luogo da tutelare sempre”. Lo ha affermato Giovanna Franceschini , Guida Ambientale Escursionistica AIGAE della valle del Vajont.“Poco lontano dalla diga – ha proseguito Franceschini – si sviluppa un’area boschiva denominata “il Bosco Vecchio di Erto”. E’ la parte residua del bosco preesistente al catastrofico evento franoso del 9 Ottobre del 1963. Vi convivono, con una composizione tipica di un’associazione ecologica secondaria, essenze arboree – Abete rosso, Larice e Pino mugo, Betulla e Faggio, Pino silvestre, Pino nero e diverse specie di Pioppo – ed arbustive – Nocciolo e Ginepro dal cui diametro si comprende essere risalenti a non più di 40 anni fa ma allo stesso tempo si incontrano alberi con più di 60 anni di vita e dall’aspetto davvero insolito. Infatti , tali alberi , presentano dei tronchi che partono fortemente obliqui fin dalla base e poi, disegnando un’ampia curvatura, si raddrizzano con la punta in assetto verticale. Altri, esposti a leggeri avvallamenti, hanno le radici ancorate al bordo e i tronchi orizzontali, non poggianti direttamente sul terreno, ma sorretti dai rami rivolti verso il basso, morti, mentre i rami vegeti, rivolti verso l’alto, si sono trasformati in nuovi alberi con propri tronchi verticali, diritti, e una folta chioma. Presso le radici del tronco “madre” si osserva il consistente rigonfiamento generato dall’incremento delle strutture interne atte a mantenere in vita i tronchi “figli”. Fra questi due aspetti, estremi, ve n’è un gran numero di intermedi, alcuni mostrati da individui morti.
Tutte queste strane forme derivano da una straordinaria storia vissuta da quegli alberi: nacquero verticali su un pendìo fortemente obliquo, si ritrovarono obliqui a causa del franamento in un unico blocco, e della conseguente diminuzione di pendenza, dell’intero versante montuoso sul quale erano nati e, infine, negli ultimi 53 anni hanno messo in atto un potente sforzo vegetativo per riconquistare, con la verticalità, la luce del sole indispensabile alla loro esistenza. Ecco che in questo Bosco vera memoria di quanto accadde abbiamo insieme un’area, dove la vegetazione ha ricolonizzato il terreno precedentemente deforestato e all’altra i segni della sofferenza e della resistenza a quanto accadde quella notte”.
Cosa accadde il 9 Ottobre del 1963 “Alle 22:39 una frana di 260 milioni di m3, l’intero versante settentrionale, lasciò il Monte Toc scivolando su una superficie rocciosa sepolta in profondità e inclinata oltre i 40°. Viaggiando alla velocità iniziale di 60 m al giorno – ha ricordato Franceschini – e finale di 98 km all’ora, in meno di un minuto quella frana si immerse nel lago sottostante, artificialmente generato sbarrando il torrente Vajont con la diga a doppia curvatura allora più alta del mondo, 261 metri e 60; lago che partecipava con altri sette invasi artificiali all’impianto per l’approvvigionamento idroelettrico denominato “il Grande Vajont” negli anni del boom economico italiano. L’immersione della frana nel lago causò l’espulsione di 50 milioni di m3 d’acqua che nei successivi quattro minuti rasero al suolo 9 frazioni di Erto e Casso e i paesi di Longarone, Pirago, Maè, Villanova e Rivalta causando la morte di 1.910 persone, 487 delle quali erano bambini e ragazzi con meno di 15 anni, alcuni non ancora nati”. “Proprio sulla montagna possiamo ritrovare tracce di quanto c’era prima dell’onda . Ad esempio possiamo vedere pavimenti in cotto o graniglia – ha concluso Giovanna Franceschini – e addirittura numerosi cenotafi di cui alcuni innalzati ad una famiglia proprio dove prima sorgeva la casa. Oggi possiamo percorrere l’intero sentiero del Bosco Vecchio con gli alberi sopravvissuti, il percorso sulla frana, vedere i cenotafi in Val Vajont, essere sull’attuale lago del Vajont, visitare i centri storici di Erto e di Casso, la sede espositiva dell’ EcoMuseo Vajont, la bottega di Mauro Corona, La Chiesa monumentale di G. Michelucci a Longarone, il Cimitero monumentale delle Vittime a Fortogna”.

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