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Quotidiano di informazione – Anno 29 n° 175

I nuovi ‘cicli di vita’ in Italia “Ecco come siamo cambiati”

Posted by fidest press agency su martedì, 16 maggio 2017

IMG_0489Da un lavoro presentato al Sime (medicina estetica) da Raimondo Cagiano de Azevedo dell’Università ‘La Sapienza’ di Roma e da Cinzia Castagnaro dell’Università telematica ‘Guglielmo Marconi’
● Nel corso degli ultimi 100 anni, la dinamica naturale e migratoria ha notevolmente modificato la popolazione residente in Italia, sia in termini di struttura che di stock: mentre fino alla prima metà degli anni sessanta è la componente naturale che determina il ritmo dell’accrescimento della popolazione, dalla seconda metà fino ad oggi, questa si presenta più debole e la crescita diminuisce
● Verso la fine degli anni ‘90 la popolazione riprende ad aumentare, ma stavolta grazie alla componente migratoria. A partire dal 2015, la popolazione residente inizia a decrescere, e invecchia. L’obiettivo dello studio è mostrare le fasi che hanno attraversato i fenomeni demografici, che hanno portato a nuovi cicli di vita che non corrispondono più a quelli del passato. Un lavoro ‘certosino’, in cui tutti i dati sono di fonte Istat. I dati relative alla popolazione residente provengono dai dati censuari a partire dal 1931, e dalle ricostruzioni intercensuarie. I dati sui flussi migratori provengono dalla Ricostruzione della popolazione residente e del bilancio demografico. I dati sui matrimoni provengono dalla Rilevazione dei matrimoni. I dati sui nati provengono dalla Rilevazione delle nascite (fino al 1998) e dalla Rilevazione degli Iscritti in Anagrafe per nascita. Al 1° gennaio 2017 si stima che la popolazione ammonti a 60 milioni 579 mila residenti, 86 mila unità in meno sull’anno precedente.
La bassa natalità e l’aumento della speranza di vita, e dunque l’aumento del contingente di popolazione alle età più avanzate, collocano il nostro Paese tra i più vecchi del mondo, insieme a Giappone (indice di vecchiaia pari a 204,9 nel 2015) e Germania (159,9 nel 2015). Negli ultimi anni le nascite, dopo una fase di lieve aumento durata fino a fine 2007, hanno sperimentato una nuova fase di decrescita, avviatasi nel 2008, dovuta ad alcuni effetti di struttura conseguenti alle significative modificazioni della popolazione femminile in età feconda, convenzionalmente fissata tra 15 e 49 anni. La fecondità, che rappresenta la propensione alla riproduzione di una popolazione, vede scendere il suo indicatore a 1,34 figli in media per donna nel 2016 (da 1,35 del 2015); ciò è dovuto al calo delle donne in età feconda per le italiane e al processo d’invecchiamento per le straniere: le straniere hanno avuto in media 1,95 figli nel 2016 (contro 1,94 nel 2015); le italiane sono rimaste sul valore del 2015 di 1,27 figli. L’aumento della fecondità registrato a partire dalla seconda metà degli anni Novanta (nel 1995 il minimo storico di 1,19 figli per donna), che aveva portato a 1,46 nel 2010 il suo indicatore sintetico, sembra dunque terminato. La fase di diminuzione della fecondità avviatasi con la crisi presenta una particolarità: la forte contrazione dei primi figli; in un contesto di bassa fecondità, come quello italiano, il numero medio di primi figli per donna è circa il 50% della fecondità complessiva. In particolare, la permanenza dei giovani, sempre più prolungata, nella famiglia di origine sposta in avanti il calendario della prima unione. Nel 2015 vivono nella famiglia di origine l’80,9% dei maschi 18-30enni (oltre 3 milioni e 200.000) e il 69,7% delle loro coetanee (oltre 2 milioni e 700.000). La prolungata permanenza dei giovani nella famiglia di origine è dovuta a molteplici fattori, tra cui: IMG_0469l’aumento diffuso della scolarizzazione e l’allungamento dei tempi formativi, le difficoltà che incontrano i giovani nell’ingresso nel mondo del lavoro e la condizione di precarietà del lavoro stesso, le difficoltà di accesso al mercato delle abitazioni. Al 1° gennaio 2017 i residenti hanno un’età media di 44,9 anni, due decimi in più rispetto alla stessa data del 2016. Gli individui di 65 anni e più superano i 13,5 milioni e rappresentano il 22,3% della popolazione totale; quelli di 80 anni e più sono 4,1 milioni, il 6,8% del totale, mentre gli ultranovantenni sono 727 mila, l’1,2% del totale. Gli ultracentenari ammontano a 17 mila. Da una lettura integrata svolta dall’Istat attraverso la 90 anni di storia, è possibile apprezzare, grazie allo strumento delle piramidi per età, l’impatto delle transizioni demografiche sulla struttura della popolazione. Nell’arco di tre generazioni di madri e figlie la piramide della popolazione si rovescia. L’Italia è, infatti, uno dei paesi con il più basso peso delle nuove generazioni: la quota di queste classi di età dal 1926 al 2016 si è pressoché dimezzata. Nel 2016 la popolazione fino a 24 di età è scesa sotto il 25 per cento. Si tratta di sei milioni di giovani in meno per l’Italia. Queste trasformazioni strutturali hanno un forte impatto sui livelli di fenomeni quali nascite, matrimoni, occupazione ecc. La prima generazione considerata è la Generazione della ricostruzione, costituita dai nati dal 1926 al 1945, grande protagonista del secondo dopoguerra. Segue la Generazione del baby boom (1946-1964). La Generazione di transizione (1966-1980) segna il passaggio tra il vecchio e il nuovo millennio; i suoi membri sono cresciuti tra la fine del blocco sovietico e l’allargamento a Est dell’Unione europea. Sono entrati nel mondo del lavoro con più lauree e master dei propri genitori ma sono anche i primi a subire le conseguenze della recessione, con minori opportunità di lavoro sia in termini di quantità sia di qualità. Con il termine Millennial sono indicati in letteratura coloro che sono entrati nella vita adulta nei primi 15 anni del nuovo millennio, quindi orientativamente con Generazione del Millennio si intendono i nati negli anni Ottanta e fino alla metà degli anni Novanta. Infine, i più giovani, indicati come la Generazione delle reti, costituita da coloro che sono nati e cresciuti nel periodo in cui le nuove tecnologie informatiche si sono maggiormente diffuse e hanno quindi percorso tutto o buona parte del loro iter formativo nell’era di internet, il che li connota per essere sempre connessi con la rete. Passando dalla Generazione della ricostruzione alla Generazione di transizione emerge un cambiamento dei percorsi verso la vita adulta. L’80 per cento degli uomini nati negli anni Quaranta aveva avuto almeno un evento familiare entro i 30 anni d’età (erano cioè andati a vivere da soli o si erano sposati e/o avevano avuto un figlio). Questa proporzione diminuisce costantemente, arrivando al 60 per cento degli uomini nati negli anni Settanta. Ancora più evidente il cambiamento del corso di vita femminile: se un tempo, per le nate negli anni Quaranta e Cinquanta, fino al 75 per cento delle donne aveva vissuto un evento familiare prima del venticinquesimo compleanno, ciò ha riguardato il 56,5 per cento delle nate degli anni Sessanta e il 46,6 per cento di quelle degli anni Settanta (par. 2.3 I percorsi verso la vita adulta). Nel 2015 il 70,1 per cento dei giovani di 25-29 anni della Generazione del millennio e il 54,7 per cento delle loro coetanee vive ancora in famiglia con il ruolo di figli. Nel 1995, per le persone fra 25 e 29 anni della Generazione di transizione queste proporzioni erano rispettivamente il 62,8 per cento per gli uomini e il 39,8 per cento per le donne. La prolungata permanenza dei giovani nella famiglia di origine è dovuta a molteplici fattori, tra cui: l’aumento diffuso della scolarizzazione e l’allungamento dei tempi formativi, le difficoltà di ingresso nel mondo del lavoro e la condizione di precarietà, gli ostacoli a trovare un’abitazione. L’effetto di questi fattori è stato amplificato negli ultimi anni dalla congiuntura economica sfavorevole che ha spinto sempre più giovani a ritardare ulteriormente le tappe verso la vita adulta, tra cui quella della formazione di una famiglia. Sempre meno matrimoni per Generazione del millennio e Generazione di transizione. In particolare, il protrarsi della permanenza dei giovani nella famiglia di origine spinge in avanti il calendario della prima unione. I cicli di vita risentono dunque della dinamica di formazione e scioglimento delle unioni, del rinvio della fecondità e della prolungata permanenza dei giovani nella famiglia di origine, nonché dell’aumento della sopravvivenza. Tra i passaggi più significativi che si sono modificati nel ciclo di vita degli adulti vi è la fase in cui la coppia rimane senza più figli in casa (‘nido vuoto’), avendo tutti lasciato la famiglia di origine, e quella in cui si diventa nonni. (in abstract)

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