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Quotidiano di informazione – Anno 29 n° 299

Reddito di cittadinanza: Qualcosa non mi convince

Posted by fidest press agency su lunedì, 29 maggio 2017

donne al lavoroIl reddito di cittadinanza proposto con forza da 5stelle non mi convince del tutto. Ho letto, per altro, quanto hanno scritto criticamente in proposito sia Matteo Renzi sia Renato Brunetta. Renzi per manifestare la sua contrarietà si appella all’art. 1 della costituzione affermando che l’Italia è una repubblica fondata sul lavoro e che il reddito diventerebbe una sorta di panacea che indurrebbe gli italiani a non lavorare. Brunetta, a sua volta, gli fa il verso asserendo che tale forma di “reddito” finirebbe con il “distruggere l’economia di mercato” e creerebbe persino un danno ai lavoratori.
Sono ragionamenti che potrebbero avere una loro fondatezza se ci trovassimo nella situazione che a tutti fosse garantito un lavoro a prescindere. Ciò, purtroppo, non è così se si parla in Italia di sei milioni di disoccupati, anche se ufficialmente si rimane ancorati ai tre milioni, se mi riferisco ai dati statistici forniti dall’Istat. Se poi vado ad indagare più a fondo mi accorgo che il sistema porta una disoccupazione giovanile ancora più preoccupante e non è irrilevante il numero di diplomati e neolaureati che per “sopravvivere” sono costretti a fare piccoli lavori saltuari o a svolgere modeste mansioni che qualcuno chiama precarietà e che altri li additano come lavoro in nero.
Dobbiamo, a questo punto, renderci conto che mentre siamo tutti concordi, o quasi, nel ritenere sacrosanto il “diritto alla vita” non si può dire la stessa cosa sul “diritto a vivere”. Ciò significherebbe offrire a nuovi venuti “certezze” che non siamo in grado di onorare a ciascuno indistintamente: un’infanzia tutelata, un’alimentazione adeguata, un tetto dove ripararsi, un’assistenza sanitaria universale degna di questo nome, un’istruzione e la possibilità di accedere se richiesto agli studi superiori, a un lavoro, agli aggiornamenti professionali e a una vecchiaia serena. O si è convinti che si nasce per diventare competitivi, per accaparrare risorse a danno dei nostri simili non in grado di farlo perché nati da famiglie povere, disadattate, cresciute in aree depresse? Vogliamo che impazzi la logica dell’homo homini lupus più di quanto non stia già accadendo? Se invece vogliamo rendere la nostra società più sensibile al diritto di tutti a vivere dovremmo anche farci carico di un’equa distribuzione delle risorse e a conferire al lavoro una sua dignità che permetta a ciascuno di noi di realizzarsi senza ostacoli di varia natura. Non si deve, tanto per cominciare, affermare che “si lavora per vivere” ma che si “vive lavorando” come per un servizio che noi rendiamo alla comunità che per altri versi ci assiste e ci protegge. Come dire: C’è chi lavora i campi per assicurarci il cibo e chi in fabbrica consente la produzione di macchinari utili all’agricoltura e così via. Su questa falsariga il centro studi della Fidest ha elaborato un progetto che permetterebbe di coniugare il lavoro e di tutelarlo, nel corso degli anni, con particolari incentivi e stimoli al cambiamento del genere lavorativo. E’ un progetto che avremmo voluto trattarlo nelle sedi opportune, capire se è realizzabile e in che modo, ma è stato “oscurato” dai tanti che guardano con diffidenza i cambiamenti e preferiscono i piccoli aggiustamenti pur di non perdere le loro posizioni di privilegio. Mi auguro solo che 5stelle sappia essere diverso dagli altri e mi consenta una riflessione corale. (Riccardo Alfonso direttore centri studi della Fidest)

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