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Quotidiano di informazione – Anno 29 n° 307

In ricordo di Vito Acconci

Posted by fidest press agency su lunedì, 12 giugno 2017

vito acconciNew York. Gregorio Carboni Maestri ha scritto su un grande uomo deceduto da poco: Vito Acconci. “L’ho scritto – confida – di getto appena saputo della sua morte. Ma chi è Vito Hannibal Acconci? (New York, 24 gennaio 1940 – New York, 27 aprile 2017). E’ stato un architetto, fotografo e insegnante statunitense, esponente della body art. Divenne noto soprattutto per le sue installazioni. Come e quando Gregorio lo ha conosciuto? “Ero arrivato da poco a New York per realizzare ricerche sull’architettura degli anni 60′, 70′, 80′. Smarrito, senza amici né contatti accademici, erravo tra biblioteche comunali. I miei unici rapporti umani erano spesso i senza tetto che vi soggiornavano facendo finta di leggere per riposarsi all’asciutto, in una sedia comoda. Era uno dei periodi intellettualmente più intensi della mia vita e nel contempo uno dei più duri. In un caldo luglio, dopo una giornata di ricerca, un’ora di metropolitana e una cena a base di bagel, rientrai a casa. Inviai un rapporto ai miei professori: la ricerca, che stava andando lentamente; gli articoli che avevo scritto e che non erano stati pubblicati; la battaglia per salvare il Memoriale di Primo Levi ad Auschwitz, che sarebbe stato distrutto da lì a poco, e la traduzione di un testo inedito di Aldo Rossi che non sarebbe mai stato pubblicato per problemi di diritti d’autore. Una lista di sconfitte. Alle mie mail non rispondeva nessuno a quell’ora per motivi di fuso orario. Eppure, quella sera, dopo pochi minuti, una risposta arrivò. La mail era di un certo Vito Acconci. Vito Acconci?!? Per un misterioso motivo l’indirizzo elettronico di Acconci, che avrei voluto intervistare per il dottorato, e che avevo messo nella scheda “importanti da contattare”, era finito per errore tra quelli del mio invio. Mi dissi che si trattava di una risposta automatica. No. Era proprio Vito Acconci. Mi ringraziava per la mail. Spiegava che, seppur dal nome e origini italiane, non parlava quella lingua, ma che tra le linee aveva capito abbastanza del mio messaggio al punto da incuriosirlo e chiedermi elucidazioni. Voleva che gli traducessi un po’ dei miei testi e che c’incontrassimo per parlargli delle mie ricerche. Quello fu il primo rapporto con quello che – lo capì più tardi – è la generosa intellighenzia newyorkese. Per certi versi il mio dottorato cominciava difatti quel giorno”. Così incominciò un rapporto ricco d’impulsi culturali tra i due dove l’amore per l’arte si coniugava con una franca e sincera amicizia. Come non poteva esserlo? “Figlio dei fertilissimi Stati Uniti del post-68′, Vito Acconci fu uno dei predecessori dei caratteri propri dell’arte e dell’architettura di oggi. Fu tra i primi a mescolare, senza frontiere definite, arte, poesia, multimedia, auto-referenzialità, multidisciplinarietà, critica, teoria, caos, provocazione, pornografia, sé stesso e lo spettatore. Una crisi perpetua, cortocircuiti espressione di un mondo caotico, interconnesso. Perfezionista cronico, malato di pessimismo, vedeva in ogni cosa il suo aspetto più negativo, problematico, vivendo una costante ansia, ma nel contempo, anche una rivoluzione permanente. In un video, Centers (1971), Acconci si filmò puntando il dito, per 20 lunghi minuti, il centro di una televisione, cioè il centro di una telecamera, ergo, lo spettatore”. E Gregorio Carboni Maestri scrive ancora di lui: “Nel contesto fertile della New York degli anni ’70, tra crisi economica, sociale e politica, tra artisti come Gordon Matta Clark, l’Istituto per l’Architettura e Studi Urbani, architetti come Peter Eisenman,​ ​di cui amico, ma anche​ ​Raimund Abraham e Kenneth Frampton, in una tensione tra critica, politica, arte, architettura, Acconci decise di dedicarsi all’architettura verso gli inizi degli ’80, fondando nel 1988 il collettivo Acconci Studio, con artisti e architetti. Vito rifiutava ossessivamente il bollino d’artista (“Non ho mai amato l’arte!”) e quello d’architetto. Per Acconci, in modo del tutto contemporaneo, non vi erano distinzioni tra queste due arti e insisteva sul parlare dell’ “oggi, ora, adesso”, del progettista di spazi, e non del passato artistico-performativo-poetico. La sua carriera d’architetto gli diede meno successo, malgrado progetti di grande interesse. Un riconoscimento che la società, i musei, le università non gli diedero, e questo perché in pochi capiscono come l’opera architettonica e artistica di Acconci sia frutto di una stessa ricerca. Vito entrò a far parte, suo malgrado, di una certa scuola detta “parametrica”, in cui nuove curve e forme complesse erano possibili grazie all’uso dei computer. Più che una moda, Vito Acconci seguì una possibilità di crisi per l’architettura, unendo energie, persone, sistemi. Non è un caso se, sul suo sito, vi sono prima di tutto i nomi dei tanti che hanno lavorato con lui, una cosa poco vista tra i grandi nomi dell’architettura”.
E Gregorio Carboni Maestri conconclude il suo lungo elaborato che abbiamo riprodotto in abstract con queste parole: “Acconci spiegava che cessò di fare quello che altri chiamano arte ma che per lui erano semplici esplorazioni, quando comprese che ciò che lo interessava erano i materiali del quotidiano. Diceva che se un cambiamento può avvenire attraverso la nostra opera (di artisti, architetti, ecc.) tale cambiamento avrebbe potuto avvenire non contemplando qualcosa o qualcuno (l’artista, l’opera d’arte) bensì usando qualcosa, essendo nel mezzo di qualcosa. Un qualcosa che dev’essere pubblico, non privato, né semi-privato, altrimenti non si arriva al carattere pubblico. E questo, quei senza tetto, nelle biblioteche di New York, lo capivano bene.” (foto: vito acconci)

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