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Vivere in città aumenta rischio diabete

Posted by fidest press agency su giovedì, 6 luglio 2017

diabete_21-300x224Nel mondo sono 2 su 3 le persone con diabete che vivono in ambiente urbano, secondo i dati dell’IDF – International Diabetes Federation, e diventeranno 3 su 4 nel giro di 25 anni. Ciò è vero anche per l’Italia, come testimonia l’analisi condotta da Health City Institute sul “diabete urbano” nella penisola: 22 milioni di persone, il 36 per cento della popolazione nazionale, vivono nelle 14 Città metropolitane, che ospitano 1,2 milioni di persone con diabete ossia oltre 1 diabetico su 3 in Italia; nel complesso, il 52 per cento dei 3,3 milioni di persone con diabete abita nei primi cento nuclei urbani italiani.
Il concetto di “diabete urbano o urban diabetes” è al centro dei lavori della due giorni organizzata a Roma, con la partecipazione dei massimi esperti nazionali, dei rappresentanti delle istituzioni e di ospiti internazionali, promossa da Italian Barometer Diabetes Observatory (IBDO) Foundation e da Università degli Studi di Roma “Tor Vergata” per celebrare la decima edizione dell’Italian Barometer Diabetes & Obesity Forum in svolgimento a Roma, con il patrocinio di Presidenza del Consiglio dei Ministri, Ministero della Salute, Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome, Associazione Nazionale Comuni Italiani (ANCI) e Roma Capitale. “Con ‘diabete urbano’ si vuole definire la malattia diabetica che riguarda le persone che vivono nelle aree urbanizzate, ambiente che come è ben dimostrato influenza il modo in cui le persone vivono, mangiano, si muovono, tutti fattori che hanno un impatto sul rischio di sviluppare il diabete”, spiega Andrea Lenzi, Presidente di Health City Institute. “Anche gli aspetti demografici e sociali sono importanti – aggiunge -. Nelle città c’è maggior rischio di fragilità: soprattutto per gli anziani, il cui numero è sempre più elevato, spesso soli, in nuclei monofamiliari. E la fragilità è un fattore di rischio per un adeguato controllo della malattia.” Il termine “urban diabetes” è stato coniato dal programma Cities Changing Diabetes, una partnership tra lo University College London (UCL) e il danese Steno Diabetes Center nata con l’obiettivo di creare un movimento di collaborazione internazionale che proponga e trovi soluzioni e best practice per affrontare il crescente numero di persone con diabete e obesità nel mondo, e il conseguente onere economico e sociale, partendo dal tessuto e dal vissuto urbano che tanta parte ha in questo fenomeno. Al programma hanno già aderito Città del Messico, Copenaghen, Houston, Shanghai, Tianjin, Vancouver, Johannesburg e Roma, protagonista per il 2017. “Roma purtroppo non si sottrae alla regola che vede il diabete come emergenza nelle città – dice Simona Frontoni, Presidente del Comitato scientifico dell’Italian Barometer Diabetes & Obesity Forum e diabetologa nella capitale -. Con il 6,5 per cento di persone con diabete sulla popolazione residente, Roma è ben oltre la media nazionale del 5,4, come ci dice Istat. Inoltre, all’interno della città c’è una grande variabilità tra zone centrali e periferiche, più o meno disagiate, con valori che vanno dal 5,9 al 7,3 per cento, anche questa una chiara evidenza dell’impatto che l’ambiente ha sullo sviluppo della malattia.” Il rapporto “Atlas 2017” del programma Cities Changing Diabetes per Roma conferma inoltre per la capitale le stesse fragilità tipiche dell’ambiente cittadino: il numero di anziani che vivono da soli, che rappresentano quasi il 30 per cento degli over-64, e la sedentarietà, dimostrata dal tempo passato in macchina per gli spostamenti – su 1 milione e 339 mila persone che ogni giorno si spostano per motivi di lavoro o studio, ben 1 su 5 impiega oltre 45 minuti per il viaggio e quasi il 60 per cento utilizza l’auto.
“Iniziative come il programma Cities Changing Diabetes per Roma e più in generale la conferenza Italian Barometer Diabetes & Obesity Forum che IBDO organizza da ben 10 anni, hanno un grande merito: mettono a confronto clinici, accademici, decisori politici e Istituzioni nazionali, amministrazioni locali, società civile e terzo settore e favoriscono il dialogo, facilitando la ricerca e l’affinamento di soluzioni condivise alle sfide di salute del terzo millennio,” conclude Renato Lauro, Presidente IBDO.

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