Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 29 n° 327

Cinquant’anni di giornalismo

Posted by fidest press agency su martedì, 18 luglio 2017

logo-fidest-jpgHo incominciato a scrivere, molti anni fa, per le testate di provincia rincorrendo i girini nelle strapaesane. Ho cercato di trasmettere nei lettori le emozioni di quanti seguivano lo sforzo agonistico dei corridori e li incoraggiavano ora urlando ora gesticolando. Sono poi passato alla cronaca bianca e mi sono un po’ annoiato dovendo seguire il rigido rituale della citazione delle autorità presenti che riuscivano, in taluni casi, a mettere in ombra lo stesso evento o a subire l’onta delle “veline” che l’uomo di fiducia del personaggio politico di riguardo passava regolarmente ai colleghi giornalisti e che il mio direttore riprendeva per oro colato. Oggi, a distanza di mezzo secolo, qualcosa è cambiato, ovviamente, ma mi sorge un dubbio: lo è in bene o in male? Penso, ad esempio, all’effetto che provocava un mio scritto critico nei confronti dei servizi postali locali. Nel giro di qualche giorno piombava da Roma un solerte ispettore postale e la sua presenza riusciva in qualche modo a mettere una toppa alle disfunzioni segnalate. Avevo l’impressione di esercitare un potere di critica e di ascolto molto influenti, ma anche di saper entrare in sintonia con i lettori del mio giornale e che il giornale diventava un tutt’uno con le realtà locali fatte di piccole ma importanti cose. Oggi la critica garbata ma puntuale e documentata ha perso il suo mordente. Occorre urlare, inseguire il fattaccio, scavare i retroscena, generare sospetti, inoculare veleni, per avere la possibilità che il lettore sempre più distratto vada oltre il titolo di testa. E’ mutato, quindi, non solo il modo di rappresentare un evento ma anche gli stimoli alla lettura di chi compra un giornale. Oggi tutti possono scrivere, avere un portale su internet e improvvisarsi scrittori, diffondere le proprie idee, confrontarle con gli altri, ecc. E’ probabilmente un bene che ciò accada eppure vi avverto un’insidia. Si scrive spesso sotto l’effetto di una emozione passeggera, si usa un fraseggio che spesso è solo della volgarità a buon mercato, si esprimono giudizi avventati e non si cerca di documentarsi. Tutto questo dovrebbe fare la differenza tra il buon giornalismo e i suoi avventurieri ma la distinzione non è netta come si dovrebbe e a concorrervi vi è lo stesso lettore che tende a perdere il suo spirito critico, a valutare con superficialità logo fidest ooktaluni scritti e a considerare quanto si afferma sulla carta stampata o in video o in audio come un semplice e temporaneo stimolo per esternare i propri convincimenti. Tanto che non è infrequente la circostanza che mi trovo a conversare con persone che esprimono apprezzamenti per taluni giudizi critici espressi da noti giornalisti ma solo perché non li hanno capiti giungendo, quindi, a conclusioni opposte. Talvolta mi imbatto con qualcuno che vuole fondare un nuovo giornale e si parla, ovviamente, di costi e di ricavi pubblicitari. Se passiamo, a un certo punto, al lavoro giornalistico e agli oneri che ne derivano per mettere in piedi una redazione e avere dei corrispondenti locali, il dialogo si interrompe. L’unico costo che questi miei interlocutori riconoscono in ambito giornalistico è la figura del direttore responsabile e solo perché la legge lo impone. A questo punto mi soffermo solo a quanto mi è stato detto all’inizio della mia avventura nel mondo dei giornali e che era di incoraggiamento e di stimolo per migliorare il mio stile e il mio rapporto pubblicistico e quanto ebbe ad affermare anni fa Montanelli a un giovane che gli esternava il desiderio di fare il giornalista: “cambia mestiere”. Possibile che tutti noi coralmente non ravvisiamo la differenza che fa la buona lettura da quella cattiva? Da ciò che ci arricchisce e da ciò che ci impoverisce? (Riccardo Alfonso direttore centri studi politici e sociali della Fidest)

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