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Il Mediterraneo brucia

Posted by fidest press agency su martedì, 1 agosto 2017

mediterraneoNegli ultimi decenni, dalla crisi internazionale degli anni settanta ad oggi, con particolare intensità negli episodi della guerra del Golfo, Bosnia e Afganistan, la questione dell’integralismo islamico si è imposta all’ordine del giorno quale fattore politico. Nasce come risposta nazionalistico-borghese contro l’imperialismo occidentale, si propone come lotta tra borghesie all’interno del mondo islamico e trascina con sé consistenti settori del proletariato e del sotto proletariato che di questa ideologia religiosa e politica finiscono per essere oggetti di manovra, strumenti di giustificazione del potere, in nome della vera libertà coranica o di un presunto anti imperialismo. Il primo problema da risolvere consiste nel comprendere le ragioni non tanto della nascita delle prime organizzazioni che si sono richiamate all’integralismo islamico, sorte agli inizi del secolo scorso, quanto della intensa proliferazione e del radicamento sociale che questi movimenti hanno prodotto negli ultimi anni. In termini grossolanamente deterministici possiamo dire che il fenomeno del ritorno alla tradizione religiosa e sociale, compresi i rapporti tra le classi, va di pari passo con l’evolversi della crisi capitalistica internazionale. I due fenomeni sono intimamente connessi al punto che il primo può trovare giustificazione solo se rapportato alle drammatiche conseguenze economiche e di aggressione bellica del secondo. La cosiddetta globalizzazione, intesa come il mezzo che il grande capitale utilizza per realizzare i propri interessi di accumulazione in una fase di saggi del profitto sempre decrescenti, si è imposta due obiettivi assolutamente irrinunciabili.
Il primo è quello di avere a disposizione, ovunque, una forza lavoro flessibile, a basso costo, con garanzie sindacali decrescenti, assumibile e licenziabile a seconda dell’andamento economico dell’impresa. Come corollario si procede allo smantellamento dello stato sociale colpendo e privatizzando le pensioni, la sanità e l’educazione in quanto spese non più compatibili con gli attuali margini di profitto, attaccando cioè, come mai era accaduto nel capitalismo moderno, la classe lavoratrice sia sul terreno salariale e normativo, sia su quello assistenziale sia della prevenzione che dei diritti conquistati.
Il secondo, centrato sull’esasperazione della concorrenza, è quello di ottenere in tutti i modi, guerre comprese, il controllo dei mercati internazionali delle materie prime (petrolio), commerciali, finanziari e della forza-lavoro. Gli Usa, che di questo processo imperialistico sono la punta avanzata, hanno imposto l’egemonia del dollaro sui mercati finanziari, hanno realizzato il controllo del petrolio nel Golfo Persico e stanno ottenendo, dopo la guerra in Afganistan, quello del Caspio.
Le due azioni combinate garantiscono al governo di Washington quota parte della rendita petrolifera parassitaria; in più gli Usa hanno imposto la loro gestione della forza lavoro di interi continenti, che va dal sub continente americano all’Asia, passando dall’India al Pakistan, dal Medio Oriente al sud est asiatico, a seconda delle necessità del decentramento produttivo che a sua volta dipende dal basso costo della forza lavoro locale. Per quanto riguarda le popolazioni e i proletariati di queste aree, gli effetti sono stati devastanti. Alle loro già precarie condizioni di vita e di lavoro si sono sommate quelle ancora più disumane e affamanti derivanti dal processo di globalizzazione.
I paesi islamici, in particolare quelli direttamente interessati alla questione petrolifera, come in Medio Oriente, Golfo Persico e attorno al Mar Caspio, sono stati investiti più duramente dall’aggressività della globalizzazione, che ha coinvolto tutte le classi sociali, da quella borghese, non direttamente legata alla rendita petrolifera, a quella proletaria, passando per la piccola borghesia imprenditoriale e di ceto professionale che è stata letteralmente proletarizzata sia in termini economici sia di status sociale. A questo processo vanno sommate le conseguenze nefaste degli imperialismi pregressi, sia nella versione ” democratica” occidentale che di quella del “socialismo” orientale. I due modelli della modernizzazione si sono rivelati per quello che erano, due metodi di colonizzazione apparentemente diversi nelle forme, assolutamente uguali nei meccanismi di sfruttamento e di spoliazione.
Ecco perché il fondamentalismo prima, e l’integralismo poi, hanno trovato il giusto terreno di coltura in tutti quegli ambienti nazionalistici che da sempre hanno sofferto la presenza del colonialismo prima, e dell’imperialismo poi. La terza via, il ritorno alle origini come strumento di fuga e di risposta all’imperialismo, è apparso nella tradizione musulmana come l’ancora di salvezza, come il punto da cui ripartire per un processo di rinnovamento e di progresso, al di fuori e contro i falsi modelli dell’occidente “corrotto e corruttore”, nella prospettiva di amministrare in proprio risorse e ricchezze o, più semplicemente, quelle opportunità economiche che hanno a disposizione. Con un quadro di riferimento che non è più quello di un capitalismo in salute, ma al contrario debilitato da saggi del profitto sempre più bassi, finanziariamente parassitario e con problemi crescenti sul terreno del processo di accumulazione. (Rosario Amico Roxas) (n.r. Queste cose le scriveva Roxas dieci anni fa e le abbiamo lasciate intatte senza aggiornamenti per dare un’idea ai nostri lettori come i problemi di dieci anni fa restano una costante ai giorni nostri se non aggravandosi e la cronaca di questi giorni ne è una prova lampante a dispetto di quelle face nuove e che si definiscono dell’antipolitica da Macron in Europa e da Trump negli Usa.)

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