Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 301

Giovani: un nuovo malessere

Posted by fidest press agency su sabato, 19 agosto 2017

opportunita-lavoroParto da un dato rilevato nei più recenti sondaggi d’opinione sul malessere giovanile. Mi limito, in questo caso solo ad un aspetto che riguarda la disaffezione dei giovani nei riguardi del lavoro. Non è, è bene precisarlo, un dato rilevante, statisticamente parlando, ma denota, a mio avviso, un “umore” che non va, in ogni caso, sottovalutato. Fatta questa doverosa premessa entro nel merito. Ciò che mi ha colpito è proprio quella percentuale che riguarda i giovani che non lavorano ma che nemmeno cercano lavoro. Sembra che essi, in qualche modo, vogliono “rivendicare” il disagio dei loro padri che, assillati dal bisogno, non guardavano tanto per il sottile l’impiego che si offriva loro, ma al tempo stesso non si sentivano realizzati. Nacque una disinteresse per ciò che si faceva che, in un certo, senso spiega il doppio lavoro, la scelta di un pensionamento precoce per fare qualcosa d’altro e più congeniale con ciò che avrebbero desiderato sin dall’inizio dell’avventura lavorativa. Il tutto risale agli anni successivi alla seconda guerra mondiale. Reduci che tornavano dal fronte, dalla prigionia, giovani che avevano lasciato uno studio, una professione, un mestiere e si sentivano catapultati in una realtà amara fatta di disoccupazione, di emarginazione, di povertà. Trovare un lavoro, un qualsiasi lavoro era per essi un imperativo. Nacquero così i cosiddetti “ammortizzatori sociali” enfiando i posti di lavoro che non c’erano, obbligando i giovani ad una ferma militare che spezzava in qualche modo il tempo per entrare nel mondo del lavoro e lo stesso accadeva per chi sceglieva di proseguire gli studi con i fuori corso universitari. Oggi la situazione si è capovolta. I posti di lavoro si riducono perché bisogna far quadrare i bilanci delle imprese pubbliche e private e non è più tollerato un eccesso di manodopera. Si pensò all’inizio che sarebbe bastato accelerare il turnover con le pensioni di anzianità e i prepensionamenti ma la soluzione mostrò subito i suoi limiti. Prima di tutto perché si dilatò il lavoro in nero (pensionati giovani in cerca di lavoro che non avevano bisogno di versare contributi previdenziali e che accettavano di buon grado tale condizione di “clandestinità” anche perché se l’avessero resa pubblica sarebbe stata penalizzata la loro rendita pensionistica). Secondariamente la cura dimagrante delle aziende non permetteva un assorbimento della nuova manodopera in condizioni di parità rispetto alle unità che andavano in pensione, ma con il solo aggravamento del bilancio dell’Inps che per pagare i pensionati aveva bisogno di nuovi contributi da parte di coloro che si immettevano in un’attività lavorativa. Con queste contraddizioni, con la logica capitalistica delle multinazionali che per moltiplicare i profitti insediano le loro attività produttive nei paesi dove è molto basso il costo della manodopera, con l’incapacità di chi ci governa e ci ha governati di mettere ordine alle politiche del lavoro e ad adottare provvedimenti ad hoc per scoraggiare il lavoro in nero, per assicurare una filiera corta per ridurre il maggior costo del lavoro, nel mettere a punto servizi tecnologicamente più qualificati e nel rapportare uno sviluppo del sistema paese omogeneo in tutte le sue aree. Ciò non è accaduto. La stessa scuola si sta privando della cultura come valore di pregio. E i giovani, a questo punto, cominciano a dubitare che il lavoro possa essere degno per una loro elevazione culturale e sociale essendo sempre più massificato a logiche opportunistiche di sfruttamento e ad interessi a loro estranei. E questa disaffezione ha oggi un terreno fertile per germinare se non si cambiano radicalmente le regole del gioco. (Riccardo Alfonso)

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