Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 335

Il dolore nella storia umana

Posted by fidest press agency su sabato, 19 agosto 2017

doloreE’ una condizione, quella della sofferenza, che è difficile d’accettare. Non mi riferisco di certo ad un banale mal di denti o ad un mal di pancia per una indigestione. La mia riflessione è rivolta al “grande dolore”, quello che per mesi, se non anni, attanaglia l’essere umano per un male incurabile, per una infermità debilitante. E’ un momento che la scienza e la fede hanno dedicato attenzioni di segno diverso. La scienza protesa a lenire il travaglio esistenziale con farmaci adeguati, mentre la religione, in senso lato, proclama il primato del sofferente come riscatto, come atto di santità e di fede. Un concetto, quest’ultimo, difficile da digerire. E’ come voler dire che la sofferenza è data al malvagio per punirlo e al giusto per premiarlo. Ma il dolore non è una merce per i buoni o per i cattivi. Esso fa parte della lotta che l’essere umano ingaggia con la natura, con le forze che cercano di sovrastarlo. Può colpire tutti, indistintamente, e non c’entra con l’appartenenza o meno ad una religione né essa può arrogarsi il diritto di riscuoterne i meriti. Non è un sacrificio da offrire sull’altare della fede, ma è il prezzo del nostro essere e divenire a prescindere dai temi della rassegnazione, del “dono” da offrire ad un “signore offeso” per blandirne l’ira. Come potrebbe essere altrimenti se questo dolore profondo colpisce, ad esempio, un bambino? Chi mai, alla sua età, può aver provocato una offesa così grave da meritarsi una punizione tanto crudele? Ma se vi è un Dio che sa anche compiere il “miracolo” della guarigione dovremmo anche chiederci perché nel suo agire è tanto selettivo: a quello si e ad altri no. E non ci vengano a dire che la leva che smuove il sentimento della redenzione è dato dalla fede. Ognuno di noi crede e può anche pregare per un suo Dio, ma per il professante la sofferenza si trasforma in rassegnazione e anche in martirio in nome della fede, come il cilicio lo è per i fanatici e i masochisti, mentre per gli altri è la medicina del medico a fare da balsamo. Due diverse medicine, quindi, ma non frutto di una ricercata identità ultraterrena, per gli uni mentre manca agli altri, ma per il semplice motivo che la fede diventa un tramite per darci una ragione ed anche una speranza che la sofferenza possa tornarci un qualche modo utile per un premio di là della vita. Questa testimonianza, ad esempio, l’ho colta sul letto di un grande sofferente che mi diceva: “la vita è bella, va vissuta sino in fondo” E io pensavo, ascoltandolo stupito, è forse la paura di morire, dell’ignoto che lo attende a fargli dire queste parole? Ma potrebbe un vero credente pensarla seriamente e non chiedere al suo Dio di staccare la spina e di allontanare dalla propria bocca il calice con il veleno del duro travaglio? Dopo tutto l’essere umano è figlio del suo tempo mentre Dio lo è in tutti i tempi o, per meglio dire, è senza tempo e non ha, quindi, bisogno di mettere alla prova chicchessia, tanto già ne conosce la misura. (Riccardo Alfonso direttore centro studi filosofici e religiosi della Fidest)

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