Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 244

La “schizofrenia” del posto di lavoro

Posted by fidest press agency su domenica, 20 agosto 2017

lavoratoriSe oggi un giovane non trova lavoro o se lo trova ci impiega più tempo che in passato in parte lo deve al modo “balordo” in cui è stato, in passato, affrontato il problema. Partiamo dagli anni della ricostruzione post-bellica nei quali l’assillo dei nostri governanti era quello di creare posti di lavoro anche dove obiettivamente non potevano esistere. Fu il tempo in cui furono inventati gli “ammortizzatori sociali”. Le prime aree di parcheggio furono individuate nei fuori corso universitari e nella leva obbligatoria. Fu uno stratagemma che permetteva alla forza lavoro di “ritardare” l’immissione al lavoro di qualche anno. Si passò, subito dopo, a “gonfiare” gli organici prima degli enti pubblici e statali e poi delle grandi imprese private con la Fiat in testa. Nello stesso tempo ci cercò di “raffreddare” le tensioni sindacali e del padronato facendo in modo che i maggiori accordi di natura contrattuale si realizzassero a carico dello Stato. Da qui si aprì la voragine del deficit pubblico che oggi viaggia ancora a livelli astronomici. Non solo. Su pensò anche ad una accelerazione del turn over favorendo il pensionamento di talune categorie di lavoratori che ebbero, ad esempio, la possibilità di andare in pensione avendo maturato solo 14 anni e sei mesi di contributi. In tempi più recenti i mutati assetti della politica internazionale con la caduta del muro di Berlino ed il dissolvimento dell’Urss ridusse tali stratagemmi in quanto ritenuti antieconomici e scarsamente competitivi come sistema Paese e del tutto incompatibili con il nuovo rapporto di politica economica e finanziaria con l’Ue e la successiva introduzione della moneta unica. Ora siamo giunti ad un vero e proprio capovolgimento delle precedenti posizioni. I corsi universitari richiedono tempi più brevi e siamo quindi alla laurea “breve”. Il servizio militare non è più obbligatorio. Gli enti pubblici e talune imprese private di grosse proporzioni si sono avviate ad un risanamento dei loro bilanci riducendo drasticamente la forza lavoro per altro obiettivamente riconosciuta un po’ da tutti cresciuta oltre l’effettivo fabbisogno. E la stessa pensione di “anzianità”, inventata per facilitare il turn over dei “quasi pensionanti”, è andata in crisi ritenendo più economico e produttivo favorire il mantenimento in servizio il più a lungo possibile degli organici esistenti. A questo punto si sta innestando un altro ciclo davvero poco virtuoso nel quale la scarsità di lavoro per i giovani si riduce sempre di più anche in conseguenza della ridotta capacità competitiva a livello globale delle nostre imprese e della maggiore concorrenza dei paesi in via di sviluppo come sta accadendo in Cina e non si esclude, tra breve, che avvenga la stessa cosa in India ed altrove. E intanto ci permettiamo d’ospitare da due anni a questa parte seicentomila immigrati non richiesti ma imposti dalle necessità altrui e che ora nessuno vuole in Europa accollarsene una parte. (Riccardo Alfonso)

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