Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 321

Bolle di sapone

Posted by fidest press agency su domenica, 24 settembre 2017

Il DittatoreHo scritto un libro titolandolo “Il dittatore.” Ho poi preso l’iniziativa di distribuirne un certo numero di “bozze” a dei lettori “volontari” per trarne da essi delle utili indicazioni sull’interesse che avrebbe suscitato l’argomento da me proposto. Speravo, così facendo, di ricevere in cambio degli utili suggerimenti per migliorare il contenuto o operare delle opportune integrazioni o modifiche. Il risultato, per quanto lusinghiero, nel senso che ho avuto solo apprezzamenti senza riserve, non mi ha soddisfatto. Solo un lettore si è lamentato che la storia da me raccontata si sia soffermata troppo a lungo nel descrivere lo stato d’animo della gente mentre avrebbe preferito che mi dilungassi nel raccontare i miei incontri con certi personaggi oggi chiacchierati. Ebbene proprio da quest’osservazione può sortire, dalle persone, la parte peggiore del loro stato d’animo. In altri termini emerge, dal sottofondo, quella voglia di trinciare dei giudizi sommari, e di esserne confortati nelle loro letture, su chi è stato un tempo osannato e che ora, in qualche modo, è gettato nel fango perché caduto in disgrazia. Queste persone dimenticano con troppa facilità che anch’esse hanno fatto parte della “storia”.
Vedevano che le cose non andavano bene ma preferirono fare come le tre famose scimmiette: turarsi la bocca, tapparsi le orecchie e coprirsi gli occhi.
Hanno dimenticato, ad esempio, che alla fine della seconda guerra mondiale l’Italia era, di fatto, profondamente divisa. Da una parte vi era il popolo “mafioso” con le sue spinte separatiste (ricordo il bandito Giuliano), dall’altra una burocrazia, dai grand commis ai piccoli funzionari, al 70% fascista e quelle regioni come l’Emilia, la Romagna, la Toscana e qualche altra dominate dai comunisti di stampo filo-stalinista. (Oggi li definiremmo “integralisti”).
Se vogliamo era una divisione “politica” che si sovrapponeva o si intersecava con certi uomini della finanza e della grande industria che già furono i convinti supporter all’ascesa al potere di Mussolini ritenendolo l’unico capace, con un atto di forza, di tacitare le turbolenze libertarie di una certa sinistra che per sua colpa, per colpa dei suoi integralismi, non seppe proporsi in modo unitario come un’alternativa democratica al governo del Paese.
Ed ecco come ci siamo trovati alla vigilia della grande svolta elettorale del 1948, non a caso evocata dallo stesso Berlusconi, dove l’elettorato si sentiva ancora “schiacciato” dal peso della “destra fascista” e dai timori di una “sinistra” incapace di portare il paese a una “pacificazione senza grossi traumi” ed entro una logica “capitalistica” che ancora oggi è malamente interpretata rispetto ai valori più propri della tradizione cattolica e laica italiana. In quel clima si collocarono la figura di De Gasperi e la sua proposta “centrista” di uno schieramento che potesse fare da calmieratore tra gli opposti interessi.
Ma al tramonto degli anni dell’emergenza venne l’alba della consapevolezza nella quale si sentiva il bisogno di proporre qualcosa di diverso per restituire unità al paese, ed un ordine sociale ed economico più realistico e duraturo, e per ridare fiato alle energie sopite e ai richiami del diverso che provenivano oltre confine.
Per farlo dovevano cadere le “gestioni politiche” e se vogliamo “affaristiche” imperniate su un non ben definito “consociativismo” in quanto si riducevano nel trovare una loro composizione non più in sede politica ma in chiave di spartizione di voti, di tangenti, di concessioni, di assunzioni compiacenti e via dicendo. Si stava insomma provocando un grosso guasto al sistema i cui effetti più grandi li registriamo oggi con un debito pubblico da capogiro, con gli organici pubblici che per anni furono gonfiati a dismisura e che ora stentiamo a ridimensionare, con una giustizia portata alla deriva dove i processi, se va bene, sono celebrati a distanza di anni dal “fatto”, da una scuola che si è fermata a una cultura paleoindustriale e lo stesso mondo dell’imprenditoria inquinato dalle tante aziende che sono vissute solo in virtù di generosi stanziamenti pubblici a fondo perduto.Tutte queste cose gli italiani non potevano ignorarle. Tuttavia facevano comodo alla stragrande maggioranza di essi, sebbene per motivi diversi: i comunisti erano per il “tanto peggio tanto meglio”, i mafiosi perché potevano fare i loro affari in un clima di complicità e di intese che era loro più familiare e meglio controllabile e l’uomo della strada poteva trovarvi uno sbocco per un lavoro al figlio, per ottenere la propria o quella del coniuge invalidità, per l’imprenditore per riuscire a coprire i suoi “fallimenti” con i soldi dello stato e il burocrate per fare carriera con la concessione di “piccoli favori”.Tutti felici, quindi, che oggi si sappia che esiste un capro espiatorio sul quale riversare la responsabilità del tutto. Da qui il detto: Governo ladro, politici corrotti, antipolitica.
Il giudice Falcone soleva affermare che “lo Stato ha i mezzi per sconfiggere la mafia, ma non li adopera.” E la mafia ha saputo conquistarsi il suo territorio poiché rappresenta “un mondo logico, razionale, funzionale e implacabile, perché è un sistema di potere.” (Riccardo Alfonso)

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