Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 275

… e la vita continua: Una storia come tante altre

Posted by fidest press agency su martedì, 26 settembre 2017

melbourneSe qualcuno mi chiedesse di parlare della mia vita lo guarderei con stupore perché non di me dovrei parlare ma degli eventi che mi hanno attraversato, si sono impressi nella mia mente, mi hanno fatto soffrire, emozionato, esaltato, depresso. Sono state e restano tutte storie di altri mentre a me è toccata la parte dello spettatore, di chi, affacciato alla finestra, li ha visti passare, ma solo di sfuggita.
Mi chiedo oggi perché tanti anni fa ho scelto di lasciare la mia terra per andare altrove così come hanno fatto molti miei coetanei e altri, prima e dopo di me, costituiscono un modo per comprendere il contesto nel quale sono vissuto, i desideri che mi motivavano e le aspettative che nutrivo. E scegliere di vivere altrove è stato, probabilmente, il desiderio d’evasione da una cittadina dell’entroterra, come lo è Campobasso, fuori dai grandi itinerari turistici, che viveva di terziario e di agricoltura, chiusa nella sua tradizione piccolo-borghese e contadina. E i giovani, si sa, amano sentirsi trasgressivi, novatori, desiderosi di nuove esperienze, di visitare luoghi lontani.
Così divenni un emigrante quando ebbi l’opportunità di recarmi in Australia e di restarvi per qualche anno. Al ritorno non seppi del tutto disfare la mia valigia e continuai a vagare altrove: Londra, Bruxelles, Berlino, Amsterdam, Monaco di Baviera, Parigi, ecc. E a un certo punto mi fermai in Italia, ma non a Campobasso. Anche in questo caso non posso dire d’essere stata una libera scelta, ma imposta dal lavoro. Ora sono già molti anni che vivo a Roma e ancora una volta sono stati gli “eventi” generati da altri ad orientarmi. Ho conosciuto molisani sfortunati come Mino Pecorelli ucciso dalla mala e i cui mandanti sono tuttora ignoti, Mario Tanassi di Ururi, prima che fosse coinvolto nello scandalo Lockheed, Fred Bongusto e molti altri noti e meno noti. In qualche modo costoro hanno avuto l’opportunità di restare attaccati alla loro terra d’origine e in questo modo hanno saputo, meglio di me, conservare amicizie e parentele. D’altra parte la mia generazione ha, a mio avviso, una particolarità. E’ stata quella che ha vissuto più delle altre le grandi accelerazioni che vi sono state nel nostro modo di vivere. E tutto questo ha influito notevolmente sugli stessi rapporti generazionali, ambientali e di costume. Noi venivamo da una cultura fondamentalmente contadina costituita da grandi famiglie patriarcali dove i valori della famiglia, le parentele erano alla base del nostro modulo di Bongustovita. E uscire da questa logica era già un aspetto traumatico nell’affrontare la vita. Ci portavamo dietro, probabilmente con una certa superficialità apparente, con le nostre intemperanze, dolorose ferite affettive per i nostri genitori e parenti e che solo ora, che giovane non sono più, ne ho la piena consapevolezza. Da qui la rottura della prima arcata del ponte con la generazione che ci ha preceduto e seguita, subito dopo, dall’altra per la nostra indecisione nel fare le scelte giuste affrontando al meglio i grandi mutamenti in atto con le sue logiche consumistiche, con la dissacrazione di alcuni valori come quelli della famiglia, della cultura tradizionale, fondamentalmente piccolo-borghese e contadina, e di porvi quegli opportuni correttivi che avrebbero potuto se non proprio conciliare posizioni tanto antitetiche tra di loro almeno lasciandole convivere senza suscitare grossi traumi. E lo stesso problema si è posto sul lavoro. L’ansia maggiore che si percepiva tra i giovani del mio tempo era la necessità di assicurarsi un lavoro fisso e quello statale costituiva l’ideale perché era, al tempo stesso, una garanzia di stabilità e di affermazione per un dignitoso stato sociale. Con il passare degli anni in taluni di noi crebbe l’insoddisfazione per un’attività lavorativa scelta a suo tempo più per necessità che per vocazione e si cercarono altre soluzioni coltivando, contestualmente, piccole ma appaganti attività. Non fui da meno. La mia passione era lo scrivere. Gli amici mi consideravano un grafomane, una vera e propria malattia che si manifestava nella mia ansia di raccontare ciò che avveniva intorno a me.
Gli umili figli della terra.jpg1Il giornalismo diventò il percorso naturale. Incominciai a scrivere lettere al direttore poi nei periodici locali a scrivere la cronaca bianca, a parlare alla gente, a vivere le loro emozioni, a battermi contro le ingiustizie sociali, le prevenzioni e il razzismo. Ero passato dagli australiani che chiamavano noi italiani “bloody bastards”, ai piemontesi che ci trattavano con aria di sufficienza.
Incominciai con il narrare la storia dei braccianti agricoli: “Gli umili figli della terra”. Era la storia delle mondine, quella che molti italiani ricordano nel film “riso amaro” con Silvana Mangano e Vittorio Gassman. Seguì “L’ultima frontiera”. Un saggio scritto intorno ad un evento drammatico: la storia del pensiero scientifico che ci portò agli armamenti nucleari e alle due bombe atomiche esplose sul cielo di Nagasaki e Hiroshima. Una circostanza che la nostra istruzione scolastica non ci aveva permesso d’intuire per tempo e che io vidi, sia pure con adeguate protezioni, da vicino riproporsi nel deserto australiano, sul finire degli anni cinquanta. Ben presto mi accorsi, da scrittore in erba, che stavo remando contro corrente.
L’Italia, come ben sapeva uno scrittore e poeta di Morrone nel Sannio, Gino Parente, e che mi onorò della sua amicizia, era, e sicuramente continua a esserlo, il paese dei poeti e degli scrittori. In un libro bomba atomicane catalogò ben 120.000 ma mi confessò che si trattava di una sottostima perché per lui dovevano essere per lo meno il doppio. Da qui intuii la necessità di cercare un nuovo mezzo per comunicare. La gente voleva essere informata, ma aveva sempre meno tempo per un lungo scritto. A questo punto un’agenzia stampa poteva funzionare al caso mio. Oggi ho un filo diretto con quanti travasano i loro pensieri, opinioni, fatti e li commentano via e-mail. Io li leggo, sfrondo i lunghi fraseggi soprattutto per motivi di spazio, e consento, a quest’anonimo popolo, di far conoscere non solo la propria sofferenza personale ma anche quella degli altri.
Ritengo, in questo modo, di aver dato un certo spazio a chi si sente un “uomo periferico” lontano dai giochi di potere, ma con tanta voglia di far sentire la propria testimonianza con le sue esperienze, amarezze e soddisfazioni. E per quello che è “il nostro, – come disse Sciascia, – un paese senza memoria e verità, ed io per questo cerco” mi trovo a combattere sempre più battaglie di “confine” ora nel tentare di costruire una seconda rete informativa e ora appoggiando, con altrettanto entusiasmo e convinzione, il popolo di emarginati dai pensionati ai diversamente abili. E ora cosa posso aggiungere di più? Solo un invito: ai pensionati: siate gli artefici del futuro dei vostri nipoti. (Riccardo Alfonso)

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