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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 301

“Hepatology in motion”: summit di esperti a Napoli

Posted by fidest press agency su martedì, 28 novembre 2017

Università di Napoli “Federico II”JPGIl congresso organizzato congiuntamente dall’università Federico II di Napoli e dall’università di Palermo ha rappresentato l’occasione per mettere a punto, tra l’altro, lo stato attuale delle cure per l’epatite C erogate in Italia. E’ un momento in cui i farmaci hanno raggiunto percentuali di efficacia elevatissime – oltre il 95 per cento – il che significa sostanzialmente una cura universale disponibile per tutti. “Eppure ci sono ancora due ordini di problemi – sottolinea il Antonio Craxì, professore di Gastroenterologia all’università di Palermo e presidente della Società Italiana di Gastroenterologia ed Endoscopia digestiva (Sige) – da un lato quello dell’accesso universale alle terapie, non nel senso delle possibilità di accesso – teoricamente possiamo darle a tutti – ma nel senso del reperimento dei pazienti. Siamo ancora largamente al di sotto del target fissato dall’AIFa di 80 mila terapie per anno – stimiamo di chiudere l’anno 2017 con non più di 60 mila pazienti trattati – quindi con un deficit importante rispetto al dovuto. E questo potrebbe causare un ritardo rispetto ai piani di eradicazione dell’epatite C che ci siamo posti a livello nazionale e che sono peraltro in linea con quanto l’Oms ci detta. Quindi c’è stato un forte richiamo a tutte le parti interessate e anche ai medici di medicina generale di attivarsi per inviare i pazienti per il trattamento”.“Dall’altro emerge sempre più il fatto che quel piccolo numero di pazienti non responsivi alle cure – aggiunge Nicola Caporaso, professore di Gastroenterologia all’università di Napoli – quelli che sviluppano resistenze, sono ancora un punto caldo che attende la registrazione di nuovi regimi terapeutici – come la combinazione voxilatavir/sofosbuvir/velpatasvir – e la possibilità di una rete di laboratori che possa valutare quali mutazioni sono presenti e quindi incidere più attivamente sulla qualificazione del miglior regime. Tutti punti che naturalmente sono più tecnici ed esecutivi che non scientifici – la battaglia contro l’epatite C sarebbe teoricamente vinta – rimane però l’applicazione pratica dei principi, che non è sempre la più facile”. Grande successo del congresso ‘Hepatology in motion: research and utilities’, la tre giorni appena conclusasi a Napoli che ha visto un confronto tra esperti provenienti da tutta Italia e dall’estero sulle novità a livello terapeutico, diagnostico e della ricerca in epatologia, che stanno modificando sostanzialmente l’organizzazione dell’assistenza sanitaria, la pratica clinica e l’approccio alle nuove esigenze del paziente. Sotto la presidenza dei professori Nicola Caporaso di Napoli e Antonio Craxì di Palermo e la segreteria scientifica della professoressa Filomena Morisco dell’Università ‘Federico II’ di Napoli, gli epatologi hanno fatto il punto su tre patologie assai diffuse: le epatiti virali, la cirrosi epatica e la steatosi epatica non alcolica, la causa più frequente di epatopatia cronica nella pratica clinica ambulatoriale.
E parliamo di numeri veramente importanti: un milione di soggetti affetti da epatite C, 300 mila con epatite B, 200 mila con cirrosi epatica e 4-5 milioni con steatosi epatica non alcolica. “La maggior università palermoparte delle patologie croniche del fegato possono essere curate o controllate – e quindi la comparsa della cirrosi può essere di molto ritardata, se non addirittura bloccata – ha detto Nicola Caporaso – e abbiamo a disposizione farmaci in grado di inibire la replicazione del virus dell’epatite B. Ed essendo state eliminate tutte le restrizioni di accesso ai nuovi e straordinari farmaci anti-epatite C puntiamo all’eliminazione di questa infezione dal nostro Paese in 3 anni”. “Liberi dal singolo condizionamento degli sponsor, che ringraziamo per il contributo essenziale al meeting – ha sottolineato Antonio Craxì – abbiamo cercato di mettere a confronto ciò che la ricerca produce con ciò che poi diventa fruibile per i pazienti. L’Italia non è seconda a nessuno per qualità della ricerca e per livello di risultati ottenuti, nonostante lo spazio di cui l’epatologia gode nello scenario sanitario per vari motivi, non ultimo quello economico, in realtà molto minore di quanto non accada negli altri paesi”. “Ad oggi abbiamo curato in Italia l’8 per cento dei pazienti con Hcv – ha commentato Filomena Morisco – e il livello delle terapie è ottimo: il prossimo futuro ci vedrà impegnati per migliorare la durata e semplificare le cure, più che puntare nuovi farmaci”. Un dato interessante lo ha fornito il professor Caporaso: “sono Puglia e Campania le regioni che hanno trattato più soggetti rispetto al numero totale di pazienti, la maggior parte con cirrosi. E Sicilia e Campania vedono oltre il 70 per cento dei soggetti trattati con il genotipo 1”. ‘Guariti’ oltre il 95 per cento dei soggetti trattati, con scomparsa totale della malattia. “Ed è un successo dei medici italiani – conferma Caporaso – con il rammarico di aver cominciato tardi ad utilizzare gli ultimi farmaci”. È cambiato in modo sostanziale il panorama terapeutico dell’epatite C negli ultimi decenni. “In pochi anni siamo passati dall’uso ‘esclusivo’ dell’interferon – ha detto il professor Antonio Craxì parlando delle terapie – agli ultimi farmaci per la cura dell’Hcv con uso once daily, più potenti ed efficaci delle precedenti combinazioni. E anche i dati clinici confermano la loro utilizzabilità anche per tempi brevi e con una terapia semplificata, cosa che diventerà la chiave del successo con i pazienti. E senza effetti collaterali importanti e con una ottima sicurezza. Insomma, l’uso della rivabirina è ormai un ricordo del passato – ha concluso Craxì – e non per nulla le aziende hanno sospeso le sperimentazioni con questo farmaco”.

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